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Teschio e clessidra, storia di un suicidio

Quei quattro minuti

:: di Daniela Alibrandi ::

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti acquirenti si erano trovati nella spiacevole situazione di dover rivendere le quote.
C’era il sole mentre entrava, insieme ai due agenti, nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate.

Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità.

“È al terzo piano!” gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti.
“Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare” disse il commissario a uno dei suoi “e tu invece vieni dentro con me” intimò all’altro.
Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio. Passò davanti a una stanza dove c’era un materassino gonfiabile in terra su cui era disteso un sacco a pelo. Intravide un balcone con alcuni vasi i cui fiori erano appassiti da tempo. In lontananza le cupole del centro romano, così vicino in linea d’aria e così lontano dalle necessità di quei cittadini. In cucina trovò un tavolino da campeggio con un fornello a gas. Aprì il bagno, spoglio come il resto della casa, solo un rasoio e uno spazzolino da denti erano abbandonati sul bordo del lavabo. Era un ambiente senza storia. Si diresse quindi verso la porta di quella che doveva essere la sala da pranzo.
Vide dei piedi, scalzi… poi l’uomo, che pendeva impiccato a una fune. In terra, rovesciata, vi era una sedia, l’unica presente in quell’abitazione. Il commissario guardò il cadavere e vide in esso qualcosa di diverso. Da sempre era a contatto con la morte, c’era abituato, e aveva maturato l’idea che ci fosse alla fine una sola verità: tutti dobbiamo morire. Sentì però per quell’uomo un rispetto tale che gli fece abbassare lo sguardo. Le sue mani lunghe e affusolate potevano essere quelle di un pianista, notò le unghie pulite e curate. Indossava una camicia chiara e un gilè grigio, come grigi erano i suoi pantaloni. Gli occhi serrati, il volto chiuso in un’espressione ermetica, come di uno che non ha nulla da dire in sua discolpa. Era morto da qualche ora, ma le sue membra non erano rigide, poteva sembrare ancora vivo, come un attore che stesse recitando bene la sua parte.
<< Cosa ti stai portando nella tomba?>> pensò il commissario sapendo che non avrebbe desiderato udire la risposta.
Lo guardò ancora per qualche istante, un martire il cui destino si era finalmente compiuto.

Di fronte a quei capelli mossi e un po’ lunghi, a quelle ciglia ben disegnate, sentì quasi la necessità di accarezzarlo, di alleviare quel dolore che poteva immaginare.

Entrò l’agente che aveva lasciato fuori a prendere informazioni.
“Cosa sei riuscito a sapere?” L’uomo ripose il taccuino nella tasca.
“Ho capito solamente una cosa commissa’, che si sentono tutti colpevoli!”
“Antonio, ma che stai dicendo?”
“Sono tutti concordi nel dire che era una gran brava persona ma che aveva avuto un forte esaurimento nervoso, per la perdita del lavoro. Era dimagrito e spesso sentivano delle liti provenire dall’appartamento. La moglie alla fine l’ha lasciato – dotto’ –, tornando dai suoi e portandosi via i due figli, due maschietti, che però erano con il padre ogni quindici giorni, ma solo per poche ore. Raccontano che lui pian piano ha svenduto tutto ciò che possedeva e ultimamente si vergognava a far venire i bambini in casa. Quindi quando erano con lui li portava al cinema e a mangiare una pizza e poi li riconsegnava alla madre. La vicina proprio ieri gli aveva richiesto i cento euro che gli aveva prestato quindici giorni fa, per portare i bambini al circo. La poveretta non si dà pace, dice che non glieli avrebbe mai chiesti se non avesse avuto necessità di fare lei stessa degli accertamenti clinici, per i quali il ticket era costoso.”

Il commissario riprese a guardare il cadavere, ora riusciva a non abbassare lo sguardo.

“Vai avanti…” disse all’agente.
“L’inquilino del piano di sotto aveva notato la vendita dei mobili, perfino del televisore a colori e gli aveva prestato una vecchia TV in bianco e nero, ma poi si era lamentato con lui perché di sera teneva il volume troppo alto e l’apparecchio gracchiava, con un suono metallico. Dice.”

Pensandoci bene non era stato il resoconto dell’agente ad avergli fatto provare il disagio che stava sentendo adesso, appena sveglio.

“Chi ha trovato il corpo?”
“Sembra che l’ex moglie dopo avergli telefonato più volte per sapere quando lasciargli i bambini, non avendo ricevuto risposta, abbia chiamato il dirimpettaio, per chiedergli di suonare alla porta. Il vicino però ha trovato l’uscio socchiuso ed è entrato per vedere cosa fosse accaduto.”

Il telefono. Il commissario ricordò di aver fatto caso all’apparecchio telefonico poggiato in terra in un angolo della sala da pranzo. Nel frattempo era entrato il medico legale. Il suicidio doveva essere avvenuto attorno alle nove di quella mattina, minuto più, minuto meno. Mentre gli operatori della scientifica facevano i loro rilievi, il commissario si era avvicinato al telefono, dove lampeggiava il numero tre. Tre messaggi. Aveva premuto il tasto. Le prime due erano chiamate mute, probabilmente quelle della ex moglie.
La terza era quella interessante, ed era stata fatta alle 9.04:
“Buongiorno, le telefono dall’ufficio del personale della Ditta F. dove ha inviato il suo curriculum due mesi fa. Vorremmo convocarla per domani mattina alle otto, per valutare una proposta di lavoro, vista la sua esperienza nel settore. Se non potrà venire o se sta già lavorando, la preghiamo di avvertirci, grazie e buona giornata”.

Ecco ciò che il commissario aveva avvertito come un fastidio fisico, uno schiaffo ricevuto in pieno viso o un colpo di coltello inferto in profondità.

“È morto sul colpo?” chiese al medico legale.
“Purtroppo temo che abbia avuto diversi minuti per rendersi conto che stava morendo. Il cappio non era fatto a regola d’arte. Sa com’è, non ci insegna nessuno il modo migliore per morire impiccati!”
Il commissario iniziò a immaginare l’uomo, il suo travaglio nel decidere, la sua disperazione nel sentire le chiamate della moglie, la vergogna nel dover ammettere che non aveva nulla più da offrire ai propri figli. Lo vide lasciare la porta socchiusa per agevolare chi l’avrebbe rinvenuto, salire su quella sedia e poi, mentre agonizzava, ascoltare il messaggio che avrebbe potuto salvare la sua vita, forse addirittura il suo matrimonio. Vide gli occhi dell’uomo iniettati di sangue guardare attorno disperati, immaginando che forse quelle mura avrebbero potuto rinascere. Nuovi mobili, le grida dei bambini che si rincorrevano per la casa, un futuro.
Le gambe tese dovevano aver cercato di raggiungere la sedia, pochi centimetri li separavano, pochi centimetri per risalirci sopra e liberarsi dalla corda. Pochi centimetri per ricominciare. Una piccola distanza insormontabile. Anche il commissario, in quel momento, provava un forte senso di colpa, proprio come chi aveva visto il rapido declino di quell’uomo e non aveva fatto nulla. Era dovuto uscire in fretta da quella realtà, si era sentito mancare l’aria.

Solo ora capiva perché non aveva dormito bene e si era svegliato prima dell’alba. La chiave di tutto era “fare presto”. Lui stesso avrebbe dovuto “fare presto”, tutto si sarebbe dovuto mettere in moto prima che fosse troppo tardi. Il mondo invece aveva perso tempo, si era messo in moto con quattro minuti di ritardo. Le lancette non potevano più essere spostate e il commissario era andato via con il suono di quella maledetta telefonata persa nello stomaco.

© Testo – Daniela Alibrandi

Immagine di copertina realizzata grazie alla foto di JL G e alla foto di chenspec da Pixabay

Questo racconto, che indaga cosa c’è dietro una notizia di cronaca, ha vinto il premio letterario nazionale “Mani in Volo”. La premiazione si è svolta a Vicenza il 27 settembre 2014. Successivamente è stato pubblicato nella raccolta relativa al concorso, nell’antologia “I doni della mente”, dal settimanale “L’Ortica del Venerdì” e in un mensile della Rai. Nel 2021, per gentile concessione dell’autrice, viene ripubblicato nel blog stefanoangelo.it in una nuova edizione, in vista della realizzazione di un audiolibro di racconti brevi.

Della stessa autrice:
Una morte sola non basta (Del Vecchio Editore, 2016) 
I misteri del vaso etrusco (Edizioni Universo, 2019)
Delitti fuori orario (Ianieri Edizioni, 2020)
Viaggio a Vienna (Morellini Editore, 2020)

Per ulteriori informazioni sull’autrice, clicca QUI


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Max Ernst – Il bacio – 1927 - dadaista - in bianco e nero

Il bacio dei vecchi

:: di Daniela Alibrandi ::

“Nel bacio dei vecchi c’è tutto” ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi tormentava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole di Roma.

Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché.

Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.
Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina avanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli svelava la loro età. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, cercavo di immaginare i loro pensieri.


Lei era curata, pettinata con uno chignon basso sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano. Indossavano già il cappotto e sembrava avessero molto da dirsi, mentre si stringevano sempre di più l’un l’altro. Poi iniziarono a baciarsi, prima sulle guance, poi sulle labbra, come due adolescenti. Sempre più affondavano le loro bocche, e mi sembrò di intuire in quei movimenti il desiderio o la reminiscenza di una grande passione. Ricordo che mi chiesi se non avessi frainteso la loro età, magari ingannata dal sole che abbagliava sempre più il mio sguardo.


Si alzarono dopo un po’, lui barcollava mentre offriva la mano alla sua dama, per farla alzare dalla panchina. Quando lei si levò si tennero stretti per trovare l’equilibrio e poi insieme, sottobraccio, si incamminarono per il viale ormai quasi in ombra. Li seguii, volevo capire. Non fecero caso alla mia presenza alquanto vicina e parlavano forte, persi in quel mondo dove ormai arrivano solo i suoni che si vogliono udire.
“Stasera la prendiamo una pizza?” diceva lui, che ora in posizione eretta mostrava un’età avanzata, con la schiena un po’ curva.
“Lo sai che il dottore te l’ha proibita!” lo ammoniva lei mentre, ancora dritta e con portamento fiero, sembrava stare al suo passo solo per farlo contento.
“Allora facciamo mezza per uno, io voglio festeggiare!” suggerì lui. Lei non rispondeva. Gli poggiò delicatamente il capo sulla spalla.
“E va bene, però una margherita e pure scondita, d’accordo?” Solo la voce della donna, leggermente stridula, tradiva la sua età. Adesso era lui a non parlare. Le carezzò un attimo lo chignon, senza scompigliarle i capelli.
“Va bene, come vuoi tu!” Erano alquanto alti e tuttora magri, avvolti nei loro cappotti di lana dal taglio non più di moda. Mi venne persino da immaginare che bella coppia dovevano aver formato da giovani.
“Però domani mi porti a trovare Giannina?” gli chiedeva lei.
“Lo sai che ti fa male ogni volta che andiamo là! Poi soffri per tanti giorni, almeno oggi non pensiamo a lei!” rispondeva lui, in un’amorevole supplica. Lei sembrò scostarsi per un momento, quasi imbronciata, e subito lui:
“Dai, lo sai che ci andremo presto e le portiamo un bel mazzo di fiori, te lo prometto!” e la tirò più forte verso di sé. Ora lei gli carezzava i capelli e non rispondeva. Si strinsero ancora di più, come per affrontare forse l’ultimo inverno che avrebbero potuto vivere insieme, e scomparvero nell’oscurità di un portone in ferro battuto, in un palazzo antico della Roma del centro.

© Daniela Alibrandi

L’immagine utilizzata è una versione modificata, in bianco e nero, di un dipinto di Max Ernst – Il bacio – 1927

:: per maggiori informazioni sull’autrice, ecco il suo sito ::

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