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Foto di bambini a scuola

Il mio primo giorno di scuola

:: di Venera Tirreno ::

Era già tardi ma non potevo dormire. Nella stanza buia tenevo gli occhi spalancati. Non vedevo l’ora che quella notte finisse. Finalmente giunse il mattino. Un sottile fascio di luce, che penetrava dalla finestra, mi svegliò prima del previsto. Balzai fuori dal letto e la spalancai.

Era una magnifica giornata. Il sole era ai miei occhi particolarmente splendente, ma ancora tiepido. Guardai l’uniforme scolastica, che mia madre aveva sistemato sulla sedia ai piedi del mio lettino. Era nera con un colletto bianco e un fiocco rosa (colore della prima classe), che mamma il giorno prima aveva accuratamente inamidato. Calzini bianchi e scarpe bianche erano poggiate su uno sgabellino accanto alla sedia. Mi fermai per qualche istante ad ammirarli. Ero così emozionata che a quella vista rimasi come paralizzata. “Com’è bella la mia uniforme!” esclamai fra me e me.

Quella sarebbe stata la divisa che, da quel giorno, mi avrebbe accompagnata durante il primo anno scolastico. I battiti del cuore si facevano sempre più frequenti. Ma io li ignoravo. Volevo essere coraggiosa e forte.

Di solito mamma veniva ogni mattina a svegliarmi alle sette in punto. Fortunatamente quel giorno no. Forse pensava che sarebbe stato meglio lasciarmi riposare, visto che la sera precedente ero stata così agitata.

Dopo alcuni minuti, passati in contemplazione del mio nuovo abbigliamento, corsi velocemente in bagno. Con rapidi movimenti della mano lasciai scorrere un po’ d’acqua sul mio viso e tornai subito nella mia cameretta. Ero felice di essere sola e così indossai la mia uniforme. Ero orgogliosa di me. Mi ero vestita senza l’aiuto di nessuno!

Poco dopo sentii finalmente la voce di mamma: “Sveglia! La colazione è già pronta”.

Arrivata in cucina sentii i suoi occhi puntati su di me. Dallo sguardo sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi brillavano nascondendo un sorriso. Altrettanto le sue labbra.

Purtroppo non mi fu permesso di fare colazione con l’uniforme scolastica. “Altrimenti la sporchi!” disse mia madre. Così dovetti ritornare nella mia cameretta per togliermela. Iniziai a mangiare ma non avevo assolutamente fame. Inzuppai solo un biscottino nel latte che ingoiai in fretta.

Non vedevo l’ora di indossare nuovamente la mia uniforme. Quindi corsi in camera per prepararmi. Tremavo dall’eccitazione. Con le scarpe e i calzini bianchi mi sentivo grande e importante. La mamma mi intrecciò i capelli. Due grandi fiocchi bianchi ornavano le mie lunghe trecce nere. Così sistemata lasciammo la casa e ci avviammo.

Il mio primo giorno di scuola stava per iniziare e l’emozione si faceva sentire sempre di più. La scuola non era affatto distante da casa nostra. Dovevamo solo raggiungere le strisce pedonali e attraversare la strada. L’edificio, che potevo vedere dalle finestre del salotto di casa mia, era bianco e a due piani.
Una scuola piccola di un quartiere di Catania. Non distante dal Fortino, la zona dove abitavano i miei nonni.

Alcune finestre, di color marrone, si affacciavano sulla strada principale. Le altre su delle stradine secondarie molto silenziose e alberate.
Per entrare nell’edificio bisognava attraversare un cancello di ferro, un grande cortile e salire alcuni scalini.

A destra del cancello mi colpì subito la presenza di un signore anziano, dall’aspetto malandato, che portava appeso al collo un vassoio, retto da un cinturino di pelle. Aveva i capelli quasi grigi e alcune ciocche gli scendevano sulla fronte rugosa. Le sue grandi narici e i capelli disordinati lo facevano apparire un po’ trasandato. I vestiti gli pendevano addosso e sembravano cenci appesi a un manichino. Forse non erano mai stati lavati, pensai. I cenci non si lavano. Nemmeno la mia mamma lavava i cenci. “I cenci si buttano o si usano come stracci per il pavimento”, mi diceva.

Ma ciò che mi colpì, erano le varie prelibatezze che il vecchietto aveva sul vassoio. Ecco perché era circondato da un gruppo di bambini più grandi di me, che compravano i loro dolci preferiti. Bomboloni dai colori rosa e gialli, liquirizia, torroncini alle mandorle, bustine di farina di castagne, caramelle di tutte le specie spiccavano sul vassoio come pietre preziose.

Non conoscevo ancora la farina di castagne e volevo provarla. Col permesso della mamma ne comprai un sacchetto e dopo, insieme, ci allontanammo. Non appena portai il contenuto alla bocca e cominciai ad inghiottirlo, presi a tossire. La farina si era fermata nella gola, mi sembrava di non poter respirare, la tosse era tremenda!
“Poverina!”, esclamavano gli altri scolari preoccupati. “Forse ha la tosse convulsiva!”

Entrai in classe sempre tossendo e con gli occhi arrossati e il cuore tremante. La mia insegnante, Maria Aloisio, una donna che ai miei occhi non appariva tanto giovane, pensando che avessi la pertosse, voleva mandarmi a casa. “La pertosse è una brutta bestia”, gridò un po’ allarmata. Fortunatamente la mamma intervenne, corse in bagno a prendermi un bicchiere d’acqua, che io bevvi avidamente. Feci dopo un profondo respiro. La tosse scomparve ed io mi diressi verso il mio banco. Mi ero tranquillizzata, ma ero stremata. Anche mamma fece un profondo respiro di sollievo, dopo lo spavento. Con un bacetto sulla guancia, che mi fece un po’ arrossire, andò via salutando la maestra e i miei compagni.

Mi fu assegnato un posto nell’ultima fila, perché ero la più alta della classe. Ciò non mi rese triste. Per me era importante essere rimasta a scuola insieme ai miei nuovi compagni. Mi sentivo grande! Inoltre ero felice che quella brutta tosse fosse scomparsa e anche quei brutti palpiti al petto.

L’aula non era grande, le pareti erano di un colore bianco sporco, quasi grigio. L’ultima imbiancata doveva essere stata fatta molti anni addietro. I banchi erano di legno scuro e logori. La maestra Aloisio ci spiegò che questi banchi avevano superato la Seconda Guerra Mondiale.

Foto del padre dell'autrice

Pensai subito al mio papà. Qualche volta, mentre eravamo a tavola, papà ci raccontava delle sue avventure durante la guerra o il dopoguerra. Per esempio, quando per primo si buttava dall’aereo col paracadute, mentre alcuni suoi colleghi, con i pantaloni bagnati, restavano a bordo durante gli addestramenti. Papà era stato paracadutista dei carabinieri! Ed io ero orgogliosa di lui.

I sedili nella classe erano freddi e duri. Il tempo, nei giorni precedenti, non era stato generoso e il riscaldamento mancava. Cominciai a notare il freddo e a tremare. Sentivo il mio corpo gelido come il marmo. Forse a causa dell’emozione passata. Per un istante desiderai essere sotto le morbide coperte nel mio lettino.

Guardai la grande parete dove era appesa una lavagna verde. Accanto erano collocati alcuni pezzi di gesso colorato che la maestra utilizzava in maniera un po’ troppo decisa, diffondendo un suono cigolante in tutta l’aula, soprattutto quando scriveva l’alfabeto. Questo suono mi faceva accapponare la pelle e salire i capelli in montagna.

Nell’altra parete, di fronte alla lavagna, era appesa una grande carta geografica dell’Italia. Con un bastone lungo, l’insegnante indicò l’isola di Sicilia e la città di Catania. La mia città natale.

Il primo giorno, era consuetudine che gli alunni più grandi tenessero una parata davanti alla scuola in onore dei nuovi piccoli alunni, come segno di accoglienza. A due a due, in fila indiana, tenendoci per mano, lasciammo l’aula e ci avviammo zitti zitti verso l’uscita per assistere alla parata. L’Inno di Mameli risuonava nel cortile sperdendosi nell’aria tiepida di quell’indimenticabile giorno del 1953.

Foto dell'autrice e dei suoi compagni

Ero molto commossa e immaginavo quanto sarebbe stato bello se un giorno anche io l’avessi potuto cantare davanti ad un vasto pubblico. Quel giorno decisi di crescere il prima possibile e di non comprare, mai più, farina di castagne.

© Testo – Venera Tirreno


N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore. Le foto del testo sono di proprietà dell’autrice.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

:: Audio in lavorazione a cura di Raffaella Sgrosso ::

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2 thoughts on “Il mio primo giorno di scuola

  1. Una storia precisa nei dettagli che descrive agilmente i vividi ricordi del primo giorno di scuola.
    Mi è piaciuta la descrizione del mondo interiore della bambina e la sua gioia che sprizza da tutti i pori!
    Anche la chiusa del racconto è riuscita e trovo V. accurata e capace di farci vivere questo evento per lei molto significativo.
    P.S.: Mi dispiace per tutti i venditori di farina di castagne

  2. Il primo giorno di scuola ha i suoi colori, i suoi odori, differenti per ciascuno di noi ed è ben impresso nella nostra memoria. Ma è stato facile rimodellarli, leggendo il racconto. Ero anche io quella bimba, lo siamo stati tutti, anche se in altri momenti o in altri luoghi. Incidenti, gaffe, malintesi, il tutto tratteggiato da un’adrenalina curiosa e impacciata. Ricordo anche, però, che dopo quel primo giorno di scuola ce ne fu un altro, e ancora un altro, e così via fino a rendermi ciò che sono oggi. Ecco, vorrei continuare a leggere di quel primo giorno di scuola, dei giorni successivi, continuare a ritrovarmici e sentirmi, di nuovo, pervasa da quell‘adrenalina così curiosa. Uno spaccato di storia, comune, ben scritto e decritto, reso unico per ciascuno di noi.

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