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Passione per la scrittura
ESPLORA
L'urlo di Munch con un "grrr"

Grrr

:: di Umberto Gorini ::

Le 11 e 11.
Questi quattro numeri uguali che ricorrevano – con le 22 e 22 – due volte nell’arco delle 24 ore, erano dapprima state un semplice caso ma poi pian piano questa sequenza di cifre, era diventata, se non una piccola fissazione, un’innocente idiosincrasia che lo conduceva più o meno coscientemente a fissare appuntamenti, incontri e altri avvenimenti sempre a un orario a quattro cifre, dove quello più importante della giornata era rappresentato per l’appunto dalle undici e undici. La sua personale kabala tralasciava i quattro zeri della mezzanotte. Lo zero non era per lui.

Una piccola venatura di irrazionalità in Gioacchino che doveva il suo nome un po’ all’antica alla melomania dei suoi genitori, ma tutti in agenzia e in privato lo chiamavano Joe. Si alzò dalla comoda poltrona del suo ufficio ovattato e silenzioso, grazie al perfetto isolamento acustico, che aveva ottenuto adducendo l’esigenza di concentrarsi al massimo e visti i suoi successi era stato accontentato, in tutto e per tutto.

Era arrivato il momento e “Joe” era pronto. Si guardò allo specchio.

Il pizzetto ben curato, tenuto cortissimo. I lineamenti del viso leggermente irregolari con quegli zigomi sporgenti. I capelli lievemente brizzolati e l’intensità dei suoi occhi cerulei, tanto velati di malinconia quanto spesso attraversati da una tensione interna, rimandavano a un volto vissuto, ma da eterno ragazzo.

Sapeva bene di esercitare un forte fascino su chiunque gli si avvicinasse – donne o uomini che fossero, anche se Joe era prevalentemente etero.

Aggiustò il colletto della camicia, senza cravatta, si mise la giacca che aderiva bene ma senza far troppo risaltare il suo corpo asciutto e tonico e si concentrò mentalmente sulla presentazione che avrebbe dovuto tenere tra poco. Si trattava della nuova campagna, per un’importante multinazionale, che valeva più della metà del bilancio della grande agenzia pubblicitaria di cui egli era uno degli art director. Quello più di successo, più stimato e di conseguenza quello più remunerato e ascoltato.

Si concesse un sorriso compiaciuto. Aveva avuto un’idea formidabile, qualcosa di mai visto o sentito prima ed era sicuro che sarebbe stata la campagna pubblicitaria più efficace nella storia del marketing e ça va sans dire anche la più costosa. L’idea fulminante e geniale – la modestia non era propriamente la sua virtù – era quella di non far vedere, né nominare, il prodotto in questione, perlomeno in una prima fase in cui, in brevi videoclip, i personaggi, in diverse situazioni, improvvisamente si ammutolivano nel bel mezzo dell’eloquio e non pronunciavano una determinata parola, proprio quella parola-chiave che avrebbe poi successivamente richiamato il prodotto da pubblicizzare. Joe contava così di suscitare una forte curiosità che nella seconda fase veniva ancor più acuita, se non esasperata, quando degli importanti testimonial, attori e attrici molto conosciuti, avrebbero interagito con i personaggi delle videoclip suggerendo loro – ma inutilmente – la possibile parola mancante e la terza fase della campagna avrebbe infine svelato il mistero.
Ma prima doveva convincere il board dell’agenzia – due donne e un uomo. Era l’incarico più importante dell’anno. Non poteva fallire e non avrebbe fallito.

Si schiarì la voce e davanti allo specchio ripeté mentalmente quello che aveva preparato in mesi di duro lavoro. Avrebbe cominciato con un complimento alla delegazione, qualcosa di leggero ed elegante che avrebbe però lasciato il segno, specialmente sulle due donne.
Dunque iniziamo, si disse mentalmente. Aprì la bocca per pronunciare: “Gentili Signore e gentili Signori…” ma l’unico suono che ne usci fu soltanto un: “grrr…”

“Grrr?!?” ma che diavolo… stava ancora davanti allo specchio a bocca aperta, sorpreso.

Pochi secondi di smarrimento e di nuovo disse o perlomeno pensò di dire: “Gentili Signore…” ma emise di nuovo uno sgradevole “grrr…”, più sgradevole del graffio di un’unghia su una lavagna!
Era così sorpreso e sconcertato che vide il suo viso riflesso nello specchio fare una specie di smorfia. Non sapeva che pensare. Prese un bicchiere d’acqua e ingollò tutto in un sorso, facendo una specie di gargarismo.
Inspirò profondamente e ricominciò “Signore e…” ma un terribile “grrr…” fu tutto quello che emise!
Incredibile! Non riusciva più a parlare. Ma non era possibile, non poteva essere possibile. Forse un temporaneo indebolimento dell’apparato vocale, un qualche impedimento o un blocco psicologico?

Forse era meglio provare con un’altra frase o parola. Pensò di dire: “Oggi è il primo dicembre”.
Aspettò un paio di secondi, si rilassò, inspirò profondamente e disse: “grrr…!”

Si accasciò sulla poltrona del suo ufficio perfettamente ovattato e prese la testa fra le mani. E adesso? Tra un’ora ci sarebbe stato il meeting. Fu preso dal panico! Come fare? Rimandarlo? Ma se non poteva nemmeno fare una telefonata.
Doveva recuperare immediatamente la capacità di parlare. Non sentiva nessun dolore, si palpò la gola, si tocco dappertutto. Niente! Poteva solo essere un default, un blocco, ma dovuto a cosa? Aveva fatto qualcosa negli ultimi tempi? Si sforzò di pensare, ma non gli venne in mente niente. Aveva forse offeso qualcuno o qualcuna? Fatto qualche torto? Cattive azioni? Si sforzò ancora frugando nella propria mente. Ma niente! Se qualche volta aveva preso un’idea di una o di uno dei suoi collaboratori, l’aveva poi rielaborata, trasformata e sviluppata facendola diventare sua e poi non era Picasso che diceva che i buoni artisti copiano, ma i grandi artisti rubano?
E anche se fosse? Come potevano avergli fatto perdere la favella? Ma in fondo che cosa c’è più falso dei propri ricordi. Non riusciva più a pensare chiaramente, la testa gli girava, i pensieri o meglio i frammenti di pensieri si affollavano caoticamente nella sua mente.

E adesso? Perché non riusciva più a parlare? Lui che nell’eloquio elegante, arguto, sapido e ricco di significati aveva fondato la sua carriera e la sua fortuna.
Che poteva fare adesso? Chi poteva aiutarlo o perlomeno fornirgli una spiegazione, un rimedio immediato ed efficace… correre da un medico? In un ospedale? O meglio da uno psichiatra?
Era frastornato e non riusciva a trovare una soluzione, una qualche via d’uscita da questo incubo.

Si sforzò di calmarsi, di riflettere. Di entrare in se stesso, in sintonia con il suo karma e lasciare che il suo io vagasse per l’etere. Uno stacco mentale, uno spazio di meditazione. Non che Joe credesse veramente a queste pratiche esoteriche, ma provare in questa situazione disperata non costava nulla. Si distese sul divano, chiuse gli occhi, respirò profondamente e si lasciò andare. Dopo pochi minuti li riaprì. L’orologio segnava le 13 e 13 e questo era un buon segno. Tremando per la paura di fallire aprì la bocca e pronunciò… un terrificante “grrr…!”

Maledizione! Tutto inutile! L’idea gli attraversò la mente come un lampo: noo, ricorrere a “LUI” no!
Era cresciuto in una famiglia cattolica, ma pian piano si era distaccato dalla fede e anzi aveva avuto accese discussioni sulla religione – su ogni religione – e sull’esistenza di un qualsiasi Dio o Entità Suprema, dichiarandosi pubblicamente ateo e difendendo la sua posizione anche in aspre discussioni e dibattiti.

Ma in questi frangenti? Gli venne in mente la scommessa di Pascal. In effetti non costava nulla credere in Dio e lui in questa situazione non aveva veramente più niente da perdere.
Si ricompose, si inginocchiò o meglio cadde in ginocchio davanti a una parete dove era appesa una grafica astratta e balbettò mentalmente un lacerto di quella preghiera che aveva recitato così spesso da bambino.
Rimase in ginocchio e in silenzio. Poi si alzò e guardò fuori dalla finestra. Non percepiva nessun cambiamento. Ma come aveva potuto credere a queste fantasticherie!
“Sono proprio uno scemo!” disse. E queste parole risuonarono chiare e limpide nella stanza. Aveva sentito le sue parole! Le aveva sentite! Eccitato provò a pronunciare: “Gentili Signori e Signore” e risentì la sua voce, provando un’emozione fortissima. Aveva funzionato! Era di nuovo capace di parlare! Ma cosa era successo? Un miracolo? Proprio a lui, ateo sfegatato? Beh ateo perlomeno fino a pochi minuti fa. D’ora in poi avrebbe cambiato il suo atteggiamento di fronte a “LUI”, all’Essere Supremo…

Adesso pensava ad alta voce ed era un vero piacere sentire riecheggiare la sua voce e le sue parole.
Si sentiva di nuovo leggero, pieno di energia. Cercò una qualche spiegazione dell’accaduto.
Forse una specie di legge del contrappasso. Aveva concepito una campagna pubblicitaria in cui i soggetti venivano improvvisamente privati della favella e dunque anche egli stesso… ne era stato privato? Ma “LUI” che cosa c’entrava? Che, adesso si occupava di queste minuzie? Chissà se poi era stato proprio il “SUO” intervento a salvarlo. Forse era stato un po’ troppo precipitoso a credere addirittura a un salvataggio divino.

Guardò l’orologio: era ora di andare. Ci avrebbe riflettuto dopo, con calma. Raccolse le cartelle sulla scrivania e mentre lo faceva riavvolse come in un nastro il suo discorso iniziale.

Giunto di fronte alla sala delle riunioni, aprì con energia la porta, entrò e quando fu a pochi passi dalla sua postazione si rivolse ai presenti con un gioviale “Buongiorno…” ma dalla sua bocca uscì un terribile, lungo, spaventoso, orrido:

“grrr…”

© Testo – Umberto Gorini
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

N.B. L’immagine di copertina è stata reperita sal sito artemagazine e ritoccata con GIMP.
Sull’ “Afonia” (presunta) di Munch, leggere anche questo.

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