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Sabbie mobili

Sabbie mobili

:: di Federica Ragazzo ::

Quella era una mattina strana. La sveglia suonò alla solita ora, il tempo dedicato al caffè era il medesimo di sempre, la scelta dei vestiti già fatta la sera prima, gli stessi gesti rituali per rimettere in ordine i lunghi capelli ramati e per nascondere quell’unico neo che aveva sul collo.

Ma quella mattina la testa di Claudia era totalmente vuota.

Nessun pensiero, nessun piano per il dopo. Non c’era nulla, quella mattina, di così importante da meritare attenzione. Solo chiudersi la porta alle spalle e andare incontro al destino. Con un’ora di anticipo. Claudia era sempre puntuale. Né un minuto prima, né un minuto dopo. Ma quella mattina la puntualità le pareva superflua. E sgarrare, quel giorno, significava ribellarsi. Claudia voleva ribellarsi. Aveva bisogno di ribellarsi.

Erano le nove. Claudia suonò il citofono del grande palazzo grigio. Che brutto colore in cui immergersi per cominciare una giornata. Ma si intonava perfettamente alla voce metallica che le rispose di salire al terzo piano. C’era l’ascensore in fondo all’androne ma prese le scale. Quelle scale erano così ampie, invitanti, curvavano morbide lungo il corrimano, era un piacere scalarle lentamente. “Tanto c’è ancora tempo”, pensò.

Al terzo piano un viso sorridente ma poco interessato le disse di accomodarsi indicando un’enorme porta a vetri. Claudia era la prima. Ma il colloquio ci sarebbe stato dopo un’ora. “Arriveranno altre persone” – si disse con un fil di voce – “c’è ancora tempo.”

Al di là della porta a vetri, Claudia si accomodò in cima a una delle sue montagne, dopo una lunga ed estenuante scalata. Lassù era sola, il resto del mondo ai suoi piedi.

Quando sei lassù, in cima a un monte, ti senti potente, immortale. Puoi parlare al sole, ti risponderà baciandoti la fronte, facendo arrossire le tue guance. Puoi sfogarti con il vento, urlandogli le tue paure… Puoi rimanere quieta, in silenzio… Puoi sapere con certezza che dopo aver assaporato quei momenti tutto andrà in discesa.

Voleva starsene ancora lassù, Claudia, protetta. In una dimensione priva di lancette. Ma un’eco le arrivò da dietro le spalle e la spinse giù, facendola precipitare in quella sala d’aspetto. Pazienza. Ci tornerà. “C’è ancora tempo”, continuava a pensare.

Entrare nello studio di un oncologo è come mettere entrambi i piedi nelle sabbie mobili. Appena ti siedi ti accorgi che scivoli giù. Cerchi di prendere fiato ma il respiro non arriva ai bronchi, si accorcia. Il ritmo cardiaco diventa incalzante. Mantenere la calma è ciò che pensi di fare ma divincolarti e fuggire è ciò che vuoi. L’indecisione aumenta il panico. Provi a prenderti qualche secondo, immobile, cerchi di calmarti ma non ci riesci. Resti lì, ferma. Perché se ti muovi è peggio, protrai l’attesa, allontani un epilogo che deve arrivare. Mentre vai giù. Più giù. Sempre più giù.

“Buongiorno signora, eccomi, scusi l’attesa”, irruppe il medico.

Claudia non disse niente e non udì altro.

Mentre il medico parlava Claudia continuava a sfregarsi le mani, le erano diventate improvvisamente umide ma lisce, era come se le toccasse per la prima volta. Quell’odore di pelle del portapenne sulla scrivania stava diventando insopportabile. E che caldo. “Non si può aprire la finestra?”, le mancava l’aria. Stava ancora scivolando giù.

Fu allora che arrivò una mano tesa: “Ha domande?”

Claudia a tratti riprese i sensi. Guardò per la prima volta il medico negli occhi. Non aveva ancora capito se quella mano l’avrebbe tirata su o spinta ancora più giù. E ci mise del tempo per capirlo. Dilatando un istante all’infinito.

“Se non ha domande da fare, può già fissare l’appuntamento con il chirurgo e chiudere tutto in mezza giornata. Potrà tornare subito a casa… e non dovrà nemmeno stare troppo a riposo.”

Claudia chiuse e aprì gli occhi un paio di volte, lentamente. La mano tesa era vera. Claudia la strinse, notandone il tepore. Si chiuse la porta dello studio alle spalle e saltò giù nel vuoto di un baratro che da ore, da giorni, si aspettava di trovare, ma questa volta sapendo di poter spiegare le ali. E si godette quel volo come si può godere solo della vita. Nel frattempo arrivò al desk. Prese l’appuntamento. Si scoprì il neo. Prese il telefono e si fece un selfie. “C’è ancora tempo, Claudia, c’è ancora tempo.”

© Testo – Federica Ragazzo

:: Questo racconto è stato realizzato durante il laboratorio di scrittura creativa di Mattia Grigolo – Le balene possono volare – svoltosi a Frankfurt am Main il 23 e 24 novembre 2019 e organizzato da ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte. Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

:: Audio in lavorazione a cura di Raffaella Sgrosso ::

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Il vaso di Pan&Dora

:: di Umberto Gorini ::

Aprì gli occhi. La prima cosa che vide fu il vaso, riccamente dipinto, posto su un piccolo tavolo al centro della sala. Il vaso era aperto e il coperchio per terra. Cosa era accaduto?
Aveva dormito, ma quanto a lungo? Forse secoli…

Accanto a lei giaceva Pan, suo fratello , ancora immerso in quello stato di mezzo tra sonno e veglia.
Lo guardò con attenzione: il volto del giovinetto con gli occhi chiusi sembrava persino grazioso, ma lei conosceva a sufficienza la sua indole e il suo, a dir poco, pessimo carattere. In qualche modo poteva anche capirlo, poiché lei, Dora, forgiata da Efesto e istruita da Ermes, aveva ricevuto dagli dèi infiniti doni: bellezza, virtù, abilità, grazia, astuzia e ingegno. Il fratello, invece, creato per primo da un piuttosto inesperto lavorante della fucina di Efesto, aveva un corpo deforme, un’anima piena di livore e un carattere, brutto e beffardo, che lo portava a escogitare continuamente cattiverie e burle verso gli abitanti dell’Olimpo.
Per di più Ermes – in preda a chissà quale sghiribizzo – lo aveva chiamato Pan, ma il fauno, re delle selve, non l’aveva presa bene, tanto è vero che spesso scagliava il suo flauto contro quel briccone di suo fratello che lo derideva per il suo aspetto caprino.

Vaso di PanDora

Di colpo a Dora ritornò tutto in mente: la proibizione di Zeus di non aprire mai e per nessuna ragione il vaso, l’insistenza di suo fratello Pan, che naturalmente l’aveva tormentata e abilmente stuzzicata, così a lungo da farle decidere di dar furtivamente un’occhiata…
Ma appena aperto, dal vaso uscirono tutti i mali che si avventarono furiosi sul mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia e il vizio si abbatterono sull’umanità.
Subito dopo Pan&Dora erano caduti in un sonno profondo e senza sogni. Forse per punizione di Zeus. Una punizione comunque “lieve” rispetto alle saette con cui il Re degli dèi usava incenerire i disubbidenti.

Adesso Pan era completamente sveglio e si stropicciava gli occhi come fosse un bambino. Guardava ora Dora ora il vaso.
“E adesso, come possiamo riparare al danno fatto?” – disse Dora più a sé stessa che a Pan.
“Una volta, per puro caso, ho sentito Efesto dire che aveva lasciato la SPERANZA in fondo al vaso!” – disse Pan.
“Vediamo se riusciamo a recuperarla!” – esclamò Dora.
Si avvicinarono lentamente e guardarono nel fondo del vaso. Sembrava essere completamente vuoto, dopo che i mali ne erano usciti a frotte, come uno sciame impazzito di vespe.
Pan aguzzò poi lo sguardo: “Guarda sorella, sul fondo sembra muoversi qualcosa…” Allungò timorosamente la mano e la ritirò con uno scatto… “Una sardina!” – gridò Dora vedendo il pesce che sguizzava tra le dita del fratello.
Pan si rivolse a Dora con il suo solito tono beffardo: “E questa, sarebbe la speranza per l’umanità? Una sardina?”
E fece per rigettarla, con sdegno, nel vaso.
Dora lo guardò a lungo… e gli disse con molta calma: “Una sardina forse no, ma molte?”

© Testo e immagine – Umberto Gorini

:: Questo racconto è stato realizzato durante il laboratorio di scrittura creativa di Mattia Grigolo – Le balene possono volare – svoltosi a Frankfurt am Main il 23 e 24 novembre 2019 e organizzato da ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte. Editing a cura di Stefano Angelo ::

:: Audio in lavorazione a cura di Stefano Angelo ::

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