Loading…

PUBBLICAZIONI EDIDA

Passione per la scrittura
ESPLORA
Donna col fucile, di Martin Kollar

Happy days

:: Alessandra Facciolo ::

Le note graffianti di Streets of Philadelphia mi accolsero all’entrata del locale, “non può essere una brutta giornata se la condividi con il Boss”, mi dissi accomodandomi al solito tavolino un po’ defilato. La cameriera, con il grembiulino bianco e la divisa rosa, arrivò con il caffè caldo e la tazza e li posò sul tavolino senza parlare.

“Grazie” sorrisi, poi tirai fuori dalla grossa borsa il pesante involucro e, con delicatezza, cominciai ad aprirlo. Tolsi prima il nastro, poi la carta grigia che lo avvolgeva e infine lo sollevai e contemplandolo lo appoggiai davanti a me, lasciandolo lì in bella vista. Con cura ripiegai la carta, riavvolsi il filo e li riposi nella capiente sacca vicino a me.

Bevvi con calma il pessimo caffè, ancora tiepido, osservando il locale oltre il bordo della tazza. Non c’era nessuno a quell’ora e la cameriera era ancora occupata dietro al bancone a sistemare tazze e bicchieri usciti ancora fumanti dalla lavastoviglie. Un uomo, vicino alla porta, beveva una birra. Fuori, sulla grande strada polverosa, passavano poche macchine, per lo più dirette verso il centro della piccola città. Nessuno passeggiava sullo stretto marciapiede. A quell’ora, normalmente, tutti si affrettavano verso casa, per preparare la cena e godere, in pantofole, delle ultime ore del giorno.

Quando più tardi la ragazza prese la tazza ormai vuota e passò oltre senza disturbarmi, neanche me ne accorsi. Tenevo lo sguardo fisso davanti a me: sul tavolo e su quell’oggetto posto quasi a distanza di sicurezza. Certo, doveva averne viste quella ragazza per non fare neanche il minimo accenno riguardo all’oggetto posto sul mio tavolo. Ma in quel momento ne apprezzai la discrezione. Non mi sentivo pronta a rispondere a domande o a dare spiegazioni. Non ne avevo neanche per me.

“Che curioso contrasto” pensai invece, stupendomi della frivolezza dell’immagine, “un vecchio fucile da caccia su un tavolino rosa e azzurro di un locale anni ’50”. Alzai gli occhi guardandomi intorno, “chissà che effetto faccio”, mi dissi, “una vecchia signora sola, vestita in modo discutibile, davanti a un fucile e una lettera, in un tripudio di colori pastello”.

Il mio aspetto lasciava un po’ a desiderare. Ero uscita senza guardarmi allo specchio, vestita come per casa, e i miei capelli… sì, decisamente avevano bisogno di una messa in piega o almeno di una pettinata! Da quanti giorni non lo facevo più? Dovevo aver perso il conto. Che cosa mi avesse spinta ad uscire da quella casa all’imbrunire ora non lo rammentavo neanche più, ma ormai ero lì, lo avevo fatto e tanto bastava.

“Surreale” mi ritrovai a pensare. Sì, decisamente la situazione lo era.

Era la prima volta, dopo esattamente quindici giorni, che avevo abbandonato le quattro mura della mia stanza, che avevo aperto la porta. Era stata dura lasciare il letto, uscire allo scoperto. Non avevo impegni, niente scadenze, nessun appuntamento. Non avevo intenzioni bellicose, anzi. Non avevo desideri di riscatto. Piuttosto mi resi conto di aver bisogno d’aria. Sì, proprio di aria fresca! Mi ero diretta in strada, verso il parco, salvo poi allontanarmene in fretta alla vista della varia umanità che a quell’ora lo popolava. Proseguii lungo la strada e senza rendermene conto mi ritrovai davanti a quel caffè. Non avevo voglia di rimestare nei ricordi, né di ripercorrere luoghi e pensieri. Forse avevo solo bisogno di scoprire che, nonostante il “mio personale terremoto”, il resto del mondo era rimasto saldo, fermo, indifferente.

Questo mi dissi varcando la soglia.

Ma ora che, seduta, contemplavo il menu del giorno senza leggerlo, lo sconcerto che mi aveva avvolta e riempita nei giorni precedenti, lasciò il posto a un grande vuoto. “Sono sull’orlo del baratro o magari sono al nastro di una partenza o, forse, solo all’inizio di un esaurimento nervoso… prima o poi deciderò” mi dissi. I pensieri si affastellavano senza ordine apparente. Non era la solitudine, che ora avvertivo chiaramente, a spaventarmi, quanto piuttosto il dover riprendere in mano il timone della mia esistenza, ridirezionare il viaggio e riprendere a navigare. Improvvisamente, da un cassetto della memoria saltò fuori una frase da uno dei miei film preferiti: “… è strano come le situazioni si impongano anche quando non le vuoi…” L’avevo sempre amata quella frase e mai come ora la trovai calzante, perfetta per ciò che mi stava accadendo. Certo, la decisione finale non era stata la mia, mi era stata piuttosto imposta, l’avevo subita, e mi ritrovai a chiedermi quando era cominciato il lento abbandono, quando avevamo cominciato a perderci senza renderci conto di quello che ci stava accadendo. In tutta coscienza non potevo dirmi sorpresa, ma, confidando nella solita e inveterata inerzia che sfociava spesso nell’apatia, mi ero assuefatta all’idea che la mia vita continuasse nel consueto solco fatto di quotidianità, televisione, qualche libro, un po’ di musica e poche parole, per lo più inutili.

La malinconica dolcezza del tramonto predispose il mio animo a pensieri poco bellicosi e più meditativi o forse meditabondi. Fissando il fucile di fronte a me, rividi quel negozio di tanti anni fa, ripensai a me stessa e all’entusiasmo ancora giovane di un’assolata mattina di primavera, al campanello della porta e alla penombra ingombra di passato e di ciarpame che mi aveva accolta appena varcata la soglia. Sapevo già cosa volevo e lo indicai sicura al vecchietto che mi scrutava dietro le lenti sporche appoggiate sulla punta del naso: un vecchio fucile da caccia, risalente forse alla Guerra di Secessione o magari all’epoca della febbre dell’oro, un residuato bellico dimenticato da un paio di secoli. L’avevamo visto un paio di giorni prima in vetrina, mentre passeggiavamo pigri per la città, io avevo colto il lampo di curiosità nei suoi occhi e avevo deciso di regalarglielo per l’imminente anniversario. Una novità quel regalo nella quiete monotonia delle nostre abitudini: un mazzolino di rose, un dolce e un bacio accennato, questo era il copione consueto dei pochi eventi da calendario. La sua faccia stupita alla vista dello Springfield ripulito e lucido era stata la mia migliore ricompensa, l’avevo decisamente sorpreso e anche felicemente. Negli anni successivi l’avevo visto spesso smontare e rimontare l’arma, ripulirla e ammirarla; l’aveva persino rimessa in funzione e si era spinto fino a un poligono di tiro per provarla, tra la curiosità e l’ammirazione di tutti. Lo Springfield in casa faceva bella mostra di sé sopra il caminetto, al centro della casa. E lì era rimasto negli anni, a lui il compito di spolverarlo, pulirlo, oliarlo e riporlo di nuovo al suo posto d’onore. Anche il fucile, come tutto il resto, era entrato nella monotona consuetudine delle nostre vite.

Eppure ero convinta che non se ne sarebbe mai privato, c’è chi si affeziona a un cane, a un gatto, a una moglie persino… c’è chi non si separa da un libro, da un vaso cinese, lui aveva il suo fucile, compagno dei suoi pensieri, testimone privilegiato della commedia della nostra vita coniugale. Certo come “sit-com” lasciava un po’ a desiderare: statica, sicuramente, pochi dialoghi, spesso ripetuti, sicuramente banali. Ma era la nostra vita.

E invece se ne era andato lasciandolo lì al suo posto, come me d’altronde, ma non era stata una dimenticanza, no al contrario: era stata una scelta precisa, l’ultima vigliacca stoccata. Sì, perché attaccato al calcio avevo trovato un biglietto scritto di suo pugno: un cartoncino doppio, uno di quelli che conservavamo nel cassetto in alto a destra della scrivania, uno di quelli che si usavano per gli auguri per le feste, per i compleanni o per le condoglianze. Lui ne aveva scelto, o più probabilmente preso a caso, uno a tema pasquale: pulcini e uova colorate, un’atmosfera primaverile, di festa, che invitava alla pace e che cozzava pesantemente con le poche parole scritte di fretta con la sua consueta grafia un po’ storta: “Non ne ho più bisogno, la guerra è finita”.

Che cosa intendesse dire non mi era chiaro, non comprendevo il senso di quelle parole e neanche i sottintesi. Ma ciò che, invece, avevo afferrato immediatamente era la stilettata velenosa, l’acredine, quell’astio che mi era arrivato come un pugno allo stomaco. Da dove si originasse quella rabbia non lo capivo, così come ne ignoravo totalmente le ragioni.

Nei primi momenti di sconforto e smarrimento avevo ripercorso dapprima le ultime settimane, poi i mesi e poi gli anni alla ricerca dell’origine, della sorgente di tutto, ma non avevo trovato nulla.

Possibile che non mi fossi accorta di niente?
Che ormai, così assuefatta alla quotidianità, non mi fossi resa conto che qualcosa stava cambiando?
Che il leggero venticello stava silenziosamente evolvendo in tempesta?
O forse non avevo voluto cogliere io stessa le avvisaglie, possibile che fossi stata così cieca?
Cieca lo ero stata sicuramente, ma scema no!

Qualcosa era successo e decisi di scoprirlo, anche se ci avrei impiegato il resto della mia vita. Tempo ne avevo. Ma da dove cominciare?

Mi sentii improvvisamente un naufrago approdato in terra straniera, senza più radici né punti di riferimento. Mi sentii tanto piccola in una vita tanto grande ed ebbi pietà di me stessa. Mi vidi lì, sola, persa, indifferente alla pioggia degli eventi che mi erano piovuti in testa. Nel frattempo un nuovo sentimento si faceva spazio nella mia anima confusa: una dolce malinconia che colmò la mia ansia e mi permise, finalmente, di piangere. Piansi a lungo, piansi in silenzio, piansi grosse lacrime che, scendendo lungo il viso, si raccolsero nelle mani chiuse in grembo. Quando ebbi esaurito tutta la mia scorta, rialzai la testa e mi guardai intorno cercando di vedere oltre il velo del pianto. Nulla era mutato all’interno del locale, la cameriera era ancora dietro il bancone e leggeva una rivista, concentrata sulle ultime novità da Hollywood. L’uomo vicino alla porta si era assopito sul boccale ormai vuoto. Anche la musica si era interrotta, e nell’aria rimaneva solo il ronzio continuo del neon che illuminava sinistramente metà del locale.

Era ora di tornare a casa. Aprii la borsa e cercai una banconota che lasciai sul tavolo sotto il portacenere trasparente. Poi tirai fuori la carta grigia e, di nuovo, incartai il mio muto compagno riponendolo nella grande sacca con cura. La strada verso casa non mi era mai parsa così lunga. Camminando veloce mi guardavo intorno, circospetta, all’inizio timorosa di incontrare volti noti a cui avrei dovuto, necessariamente, fornire spiegazioni che non avevo. Poi rallentai, ammaliata dalla luce sbieca del crepuscolo e mi chiesi con stupore se le strade, gli alberi, le facciate delle case potessero avere, anche loro, una memoria. Se potessero conservare il rumore dei passi, i richiami delle madri, le risate degli amici, i sussurri degli amanti o se anche tutto questo fosse destinato a perdersi, nel silenzio sospeso del crepuscolo.

Alla luce ormai incerta della sera mi fermai sul ponte del piccolo fiume che attraversava la città. Appoggiata al parapetto vidi ciò che era rimasto del mio matrimonio cadere in acqua e affondare, mentre il biglietto, galleggiando, proseguiva la sua corsa solitaria trascinato dalla corrente. Quando, poco dopo, scomparve anche lui nell’oscurità, ripresi la strada del ritorno.

La casa mi accolse, buia ma familiare: il giardino ben curato, la staccionata bianca e il porticato con il dondolo di legno e i cuscini a fiori. La caraffa del tè di vetro blu con i grandi bicchieri colorati era rimasta sul tavolino di ferro battuto vicino alla porta. Una lunga scia di piccole formiche approfittava della mia assenza, banchettando con le briciole sul pavimento di assi della veranda. In una giornata normale mi sarei precipitata a ripulire, ma in quel momento mi limitai a guardarle e, dopo averle scavalcate avendo cura di non disperderle, entrai in casa.

Mi sedetti sui primi gradini della scala di legno davanti alla porta e lì rimasi in attesa, con la testa appoggiata di lato alla balaustra bianca. Mi assopii e sognai sogni confusi e facce note. Quando, trasalendo riaprii gli occhi, lasciai che i battiti del mio cuore rallentassero e smettessero di rimbombare forte nella mia testa, prima di alzarmi e salire. Al buio, a tentoni, attraversai a passo sostenuto il lungo corridoio, aprii tutte le porte che incontrai lungo il passaggio e mi diressi spedita nella stanza matrimoniale, verso il grande armadio ai piedi del letto. Spalancai tutte le ante superiori e inferiori con forza, facendone gemere le cerniere, poi afferrai i cassetti e ne svuotai il contenuto sul pavimento in un tripudio di camicie dai colori spenti, cravatte regimental e completi di fresco lana. Poi passai alle magliette, alle polo, ai maglioni e alla biancheria intima. Solo quando ebbi scovato anche i fazzoletti, i pantaloncini per lo sport, le sciarpe, i cappelli e i costumi da bagno mi arrestai e, esausta, mi guardai intorno. Nel marasma generale intravidi un attimo, nel grande specchio sopra la cassettiera, la mia faccia. Nella corsa concitata non avevo neanche acceso le lampade e nella camera, appena rischiarata dalla luce giallastra del lampione sulla strada, mi sembrò di scorgere uno spettro: gli abiti in disordine, i capelli dritti e spettinati, gli occhi spalancati e lucidi sul viso scuro in penombra. Avevo ancora le scarpe e la giacca, la borsa a tracolla e la sacca sotto il braccio. Tutto appariva stravolto anche i gesti consueti e quotidiani erano saltati. Mi bloccai di botto e una risata mi risalì in gola e mi scoppiò in bocca: risi, risi tanto, risi forte, risi fino alle lacrime, risi accasciata a terra strappando camicie e lanciando calzini, calpestando giacche, rompendo bottoni. Lo feci a lungo, lo feci meticolosamente e, quando alla fine rialzai la testa, tutto mi apparve nuovo e possibile.

Improvvisamente leggera, spinta da una nuova forza mi sollevai da terra e, recuperati dei sacchi neri, li riempii di tutto ciò che ingombrava il pavimento, il letto e i mobili. Poi passai alle altre stanze e le svuotai di tutto il passato: oggetti, libri… Ogni sacco venne riempito e chiuso e a ogni sacco la medesima sorte: un lancio preciso dal primo piano nel giardino sul retro. A notte fonda una collina scura copriva la visuale del giardino dalle finestre della cucina, ma io non la vidi, i miei occhi erano proiettati oltre lo spazio ristretto della mia esistenza, verso un nuovo chiarore lontano, verso l’orizzonte.

© Testo – Alessandra Facciolo
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::
Immagine di copertina di Martin Kollar, modificata da Stefano Angelo

:: Nota: Questo racconto, ispirato da una foto (di Martin Kollar) mostrataci da Mattia Grigolo durante un suo corso di scrittura creativa del 2019 (organizzato da ItaliaAltrove Francoforte), è un frammento di una raccolta – I racconti della donna con il fucile – che avrebbe dovuto dare vita a una pubblicazione cartacea. Purtroppo, causa COVID e impedimenti vari, il progetto si è arenato. Di tanto in tanto pubblicheremo alcuni di questi frammenti per rievocare un’esperienza, quella del corso, che ha comunque dato il “la” a nuove avventure su questo blog ::

Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!


Foto di una goccia sospesa

Goccia

:: di Salvina Pizzuoli ::

¿Qué es la vida? Un frenesí.
¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño;
que toda la vida es sueño

y los sueños sueño son.

PEDRO CALDERÓN DE LA BARCA “La vida es sueño

Gocce, gocce, gocce…
Sembrano simili, ma sono tutte diverse, ciascuna con la propria particolarità.
Dolci, salate, gonfie, sottili e lunghe, iridescenti, opache, veloci, pachidermiche, calde, gelide, penetranti, effimere.

Il paragone non regge?
Forse no perché nel mio immaginario sono solo femmine.
E femmine siano, sì.


Ipotesi 1

Siamo gocce, di un mare più grande.
Ci confondiamo in questa moltitudine, ma noi sappiamo di essere uniche e viviamo questa specificità, amiamo questa unicità.

Come gocce scorriamo, attraversiamo sentieri piani o impervi, discese che paiono salite, pericoli, tragedie di piccole gocce che sanno resistere fino in fondo o si dissolvono rapide o si seccano lente.

Sì, ho attraversato il mio sentiero e lasciato parte di me senza rammarichi, con consapevolezza poi, senza appartenenza agli inizi, quando si lascia, senza sapere.

Sì, mi piace questo paragone, questa metafora, questa similitudine.

Ho resistito, ho dato, non ho mai disperso?
Disperso sì, disperato no.

Chiusa come crisalide dentro la scorza della mia goccia: ho guardato fuori, ho visto, ho ammirato, non sempre ho afferrato il senso sfuggente, ma ammaliata ho goduto e mi sono nutrita di Amore e Bellezza; dentro il mio guscio protettivo e caldo ho percorso il mio tragitto come dentro una luce che non si è spenta mai, neanche ora che mi sento prossima al confine.

Confini, limitazioni.

Mi piace, anzi è già da tempo che mi stuzzica immaginare, anzi sostenere che come gocce in un mare più grande siamo vita che non si perde mai, scorre senza limiti e limitazioni per infilarsi in un tutto, fuori dalla crisalide, ma avvolgente e caldo, più indistinto, meno peculiare, più noi, senza io.

La fine del percorso ci fa paura.

Assuefatte allo scorrere ci sarebbe piaciuto all’infinito, vedere, guardare ancora, capire, imparare.
Ci hanno convinte che non si possa e prove schiaccianti lo possono confermare.

Ma con che occhio guardiamo?
Quello dell’involucro che da sempre ci copre e accompagna? che si evolve e decompone?
Non sa guardare bene, è perfettamente imperfetto.

Afflato, respiro, soffio, quanti sinonimi per l’immortalità!

Gocce e come tali, come acqua entriamo in un percorso più ampio perdendo spoglie che germoglieranno dentro altri percorsi, e ancora e ancora, imperituri e potenti.

Illusione?

Quante hanno fatto parte integrante del percorso.
Ma io lo so, sono vita della Vita che mi accomuna a tante altre che non scompariranno se non dentro un mare più vasto e meno imperfetto, dove riconoscersi o confondersi non sarà limitante.

Tutte?

Sì, il mare accoglierà come un grande abbraccio le imperfezioni e cattiverie e tristezze e meschinerie che ci hanno accompagnato, senza giudicare, senza assolvere, ma lasciando a ciascuna il peso del proprio personale fardello… che chissà, mescolato nel mare più grande, sarà poi più leggero?


Ipotesi 2

Gocce.

Si stemperano, evaporano, svaniscono, si dissolvono leggere.

Il calore prima avvolgente e protettivo, quasi un secondo involucro.
Il calore poi, penetrante, pungente e doloroso, scompone e decompone l’involucro originario.

Si spezza e si apre.

Leggerezza che abbaglia.

Nude, eteree, impariamo a volare, più leggere dell’aria.

Si sale, sciolte in particelle, sempre di più, minime ormai.

Senza sentire, senza essere.

Umidità che si nebulizza, iridescente.

Polvere d’acqua.

Senza sofferenza, senza timore, senza.
Nulla.

Una folata di vento più freddo. E ricadere come goccia, nell’eterno ritorno.


Ipotesi 3

Gocce.

Si gelano, s’induriscono, si gonfiano, si solidificano.

Il gelo prima avvolgente, quasi un secondo involucro.
Il gelo poi, penetrante, pungente e doloroso, scompone e decompone l’involucro originario.

Si chiude e s’irrigidisce bloccato.

Fissità.

Vedere solo in un punto.

Scoprire nulla.

Senza sofferenza, senza timore, senza.
Nulla.

Per sempre.
Nel ghiaccio per sempre.

© Testo – Salvina Pizzuoli
:: Editing a cura di Stefano Angelo ::
Immagine di copertina realizzata da Claudia Wollesen (Pixabay licence)

Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!


La casa

La casa

:: di Umberto Gorini ::

Era calata la sera e accelerai, allungando il passo.
Non vedevo l’ora di arrivare a casa e rivedere Anita, la mia compagna, che sicuramente aveva preparato una bella cenetta. Quando lei era al lavoro toccava a me preparare i pasti, ma non ero di certo alla sua altezza. Anita era infermiera e oltre alla salute provvedeva anche alle grandi e piccole incombenze dei restanti anziani, abitanti di quel paesino sperduto dell’entroterra ligure.

Io, invece, ero la controparte tecnica di Anita. Allestivo, riparavo e risolvevo problemi di antenne, ricevitori, televisioni, telefoni, collegamenti internet etc. Ma forse il mio compito più importante e non retribuito era quello di parlare con le persone, ascoltare quei pochi vecchi rimasti abbarbicati al paese. Come me del resto. Questa riflessione si inserì estranea nel flusso dei miei pensieri: già! Rimanevano avvinghiati a un paese che piano piano, senza uno straccio di negozio, uno spaccio o una rivendita di tabacchi, si stava spopolando.

Lì si sperimentava da tempo la telemedicina e spesso io o Anita eravamo accanto a qualche abitante per prestare assistenza. Per il resto il medico con l’ambulanza veniva – quando veniva – in casi estremi e spesso con troppo ritardo. I figli se ne erano andati e poco dopo anche i genitori li avevano seguiti. Qualcuno era rimasto e nei primi tempi figli e nipoti ritornavano d’estate e per qualche settimana il luogo si rianimava, ma poi ritornava il silenzio e la pace. I verdi prati intorno, i boschi e i sentieri, la tranquillità… tutte cose che io e Anita apprezzavamo ma che ai giovani non interessavano o addirittura detestavano. Così col passar degli anni non venne praticamente più quasi nessuno.

Certo, c’erano internet, Skype e quant’altro che permetteva a molti, se non tutti, di tenersi in contatto col mondo e con figli e nipoti. Per loro ero indispensabile, o almeno così mi sentivo io. Altri, ancora in buona salute e incuranti delle novità tecnologiche, curavano qualche albero di olive, un orticello o andavano per boschi e si fermavano a guardare il panorama dalla collina.

Pensai a quando non ci sarebbe rimasto più quasi nessuno. Allora che cosa avremmo fatto, noi due? Anita da qualche tempo, prima solamente accennando e poi diventando sempre più esplicita, mi aveva detto che desiderava un bambino, anzi più di uno. Io amavo i bambini, ma avevo qualche perplessità per la scuola lontana, per la mancanza di altri bambini con cui giocare e anche per il troppo silenzio del luogo. Ma quella sera avrei preso Anita tra le braccia e messo da parte le mie riserve. In fondo i figli non erano un’ipoteca e un’assicurazione sul futuro? E noi, abbastanza giovani, se non proprio giovanissimi, avevamo ancora molti anni da trascorrere insieme.

Felice, di aver preso questa decisione, cambiai il lato della strada che stavo percorrendo. Da destra a sinistra. Senza pensare, automaticamente. Ma poi, voltandomi, vidi la “casa”.

Era un po’ lontana dalla strada dentro una specie di piccolo parco ormai inselvatichito, circondato da una recinzione di legno molto malridotta.

Mi vennero prepotentemente in mente le dicerie e le voci su quella casa. Voci e dicerie del tipo si “sentiva”, si “vedeva” ma mai niente di più dettagliato. Da ragazzo avevo tentato di saperne di più e i vecchi del paese mi avevano raccontato di una famiglia felice che all’improvviso aveva lasciato tutto per andarsene lontano. Forse in America o in Australia e così la casa era rimasta abbandonata.

Ripensai, sorridendo, alle prove di coraggio che effettuavo da ragazzino con i miei amichetti. Queste prevedevano dapprima di scavalcare il cancelletto sempre chiuso, avvicinarsi alla casa, poi alla porta d’ingresso chiusa e infine la prova suprema: toccare il pomello della porta. Di più non avevamo mai osato, anzi eravamo scappati di corsa, senza sapere il perché e nessuno aveva mai detto o confessato il brivido di paura che avevamo sentito dentro di noi.

Anni erano passati. Molti anni. La “casa” era pian piano – sebbene sempre lì – quasi scomparsa anche dalle chiacchiere dei vecchi sulla panchina. I miei compagni di gioco e di avventura erano pian piano andati via e io, preso dalle molteplici attività, non ci avevo praticamente più pensato o forse avevo semplicemente rimosso il ricordo.

Riguardai la casa ben delineata nel chiarore lunare. Anche se abbandonata sembrava ancora in buono stato. Guardai meglio. La porta dell’ingresso sembrava socchiusa, anzi era socchiusa e da uno spiraglio usciva una lama di luce bianca, molto più bianca di quella lunare.

Possibile? Ci sarà qualcuno? – mi chiesi.

Ritornai sull’altro lato della strada, davanti al cancelletto. Ero indeciso: ritornare sui miei passi, andarmene a casa, stringere Anita tra le braccia e fare progetti per il nostro futuro? Oppure andare a vedere che cosa c’era dietro quella porta socchiusa? Scrollai le spalle: ancora paura della “casa”? Alla mia età?

Aprii il cancelletto che non emise, stranamente, nemmeno un cigolio e percorsi quelle poche decine di metri fino all’ingresso. Qui mi fermai e ricordai che questo era quasi il limite massimo a cui mi ero spinto da bambino. Non si sentiva nessun suono o rumore. Salii i tre gradini e mi avvicinai alla porta. Cercai di guardare attraverso lo spiraglio, ma la luce era così intensa che non riuscii a scorgere niente.

Sfiorai con la mano il pomello, velocemente, come se avessi paura di prendere la scossa o che fosse incandescente. Tirai un lungo sospiro e spalancai la porta.

Prima di varcare la soglia mi concessi ancora una manciata di secondi: scorsi un corridoio. Quella strana luce proveniva proprio dalla porta in fondo a quel corridoio. Oltrepassai la soglia, deciso ma anche molto cauto. Ai lati del corridoio non c’era nulla, nessuna altra porta, nessun mobile o quadro.

Andai verso la luce, verso quella porta aperta…
Entrai in una grande stanza piena di quella luce strana, ma spoglia e disadorna. L’unico oggetto presente, una poltrona posta esattamente al centro della sala. Le finestre erano coperte da pesanti tende che lasciavano trapelare appena un lucore lunare. Da dove veniva dunque tutta quella luce?

Mi avvicinai alla poltrona, di stoffa verde. La guardai attentamente. Passai un dito sullo schienale. Nemmeno un granello di polvere. “Strano” – pensai. E girai ancora con lo sguardo l’intera stanza, ma già sapevo che l’avrei fatto.

Mi misi seduto sulla poltrona.

Si stava molto comodi, anche se cedeva leggermente adattandosi alla mia figura, piuttosto pienotta – grazie alle arti culinarie di Anita alle quali opponevo da tempo una sempre più debole resistenza.

Dopo aver assaporato quella sensazione di comodità, mi chiesi che cosa stessi in fondo facendo lì, in quella stanza, seduto su quella poltrona, quando davanti ai miei occhi si aprì una visione, o meglio mi trovai completamente immerso in una scena in cui due giovani si rincorrevano su una spiaggia, giocando, scherzando per poi baciarsi, scambiandosi sguardi a dir poco intensi. Io non soltanto vedevo, ma sentivo il rumore del mare, l’odore salmastro, gli stridii dei gabbiani. Sentivo la sabbia, le alghe sotto i miei piedi nudi. Ero così vicino a questi due giovani felici e sconosciuti che avrei potuto sfiorarli con la mano.

Ma all’improvviso tutto si dissolse e mi trovai in tutt’altro ambiente. Una donna a cavallo, una donna matura. Un’andatura leggera tra colline piuttosto brulle adornate da qualche alberello striminzito. Sembrava assorta in pensieri. Percepivo che era in difficoltà, sentivo il dorso del cavallo sotto di me, il suo sudore e il suo sbuffare mentre arrancava un po’ in salita per un sentiero poco battuto. A che cosa pensava, con gli occhi rivolti in basso, mentre teneva distratta le redini con una mano?

Ma non ebbi tempo di riflettere su qualche ipotesi che di nuovo qualcos’altro si aprì ai miei occhi. Un uomo sedeva accanto a un letto, dove una donna giaceva immobile, tra apparecchiature, tubi, cavi e fili di ogni genere. Certamente un ospedale. L’uomo la guardava fisso e silenzioso. Lei era completamente immobile, con gli occhi chiusi. L’uomo si avvicinò e la baciò delicatamente sul volto: sulla guancia, sulla fronte, sulla bocca. Baci lievi e leggeri, quasi più accennati che dati. Su tutto aleggiava un forte odore di medicinali e di…

Non riuscii a finire il pensiero che mi trovai in un ambiente pieno di rumore e di odore di metallo. Uomini e donne montavano pezzi meccanici e lamiere, intorno a una scocca di automobile. Braccia meccaniche di robot ruotavano su sé stesse. Sul pavimento si vedevano pezzi di metallo, viti, chiavi e altri attrezzi sul nudo cemento. Gli uomini e le donne lavoravano con gesti ripetitivi e quasi non scambiandosi una parola. Ogni tanto certe macchine emettevano sibili o segnali d’allarme e spie rosse lampeggiavano furiose.
Mi tornò in mente quando da giovane entrai in fabbrica e vi restai per un anno esatto. Ma non era per me.

La fabbrica sparì e una torma di bambini eccitati prese il suo posto. Correvano lungo una strada coi visini rossi, urlando e prendendosi in giro con uno sfottio continuo e assillante. Credetti di riconoscerne qualcuno, ma chi? Un bambino rimase indietro. I compagni lo chiamavano, lo invitavano ad andare con loro, ma lui li fissò silenzioso e prese la direzione contraria.

Poi immagini e situazioni, alcune molto tristi, altre felici e altre ancora indecifrabili si susseguirono sempre più rapidamente in una ridda di colori e suoni e sensazioni fortissime.

Quanto tempo era trascorso da quando mi ero seduto su quella poltrona? Tanto? Poco?

Poi calò il silenzio. Luci e colori scomparvero e mi vidi seduto nella poltrona in quel luogo disadorno. Vidi me stesso, Cesare. Guardai la mia faccia, guardai dentro i miei occhi spenti e allora capii.

© Testo – Umberto Gorini
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

© Immagine – Elena Barsottellilink su Instagram

Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::


Foto aereo mb339 di Elena Barsottelli

Un giorno perfetto

:: di Bernardo Tomea ::

Adoro l’estate. Dichiarazione scontata, penserai. Ma per uno come me, che vive a Frankfurt am Main da 11 anni, l’estate comporta cambi a dir poco significativi. Cambi netti: colori, odori, suoni. Tutto diverso, o forse sono io ad esser diverso… Assaporare giornate terse diventa, così, un piccolo lusso che lascia retrogusti insperati. Sorprendenti, direi.

Amo l’estate, ma c’è una cosa che amo di più. Amo volare! Amo le sensazioni, le emozioni, i palpiti che solo il volo mi sa dare. Sensazioni spesso intime, spesso intense. Un volo si può condividere ma le sensazioni no. Il corpo, i sensi reagiscono in maniera diversa rispetto alle esperienze di quota zero.


Alcuni voli sono un’esperienza quasi spirituale, altri, invece, richiedono molta presenza fisica. Per questo, di solito, amo volare da solo. Di solito…

In estate, stranamente, no. Forse perché l’estate è veramente breve da queste parti. Così in estate, alcune volte, mi piace condividere l’esperienza del volo con altre persone. Mi piace condividere con gli altri la prospettiva privilegiata di chi vola a duemila piedi. Mi piace sondare, scoprire, capire, come l’esperienza abbia ridestato nei miei ospiti sensazioni sopite. La routine abbassa la capacità di percepire il nostro intorno. Per questo una bella scarica di adrenalina, di tanto in tanto, ci vuole proprio. Lo dico ridendo. Anche perché, specialmente per i neofiti, ritrovarsi tra le nuvole su un Katana (un piccolo aereo biposto da addestramento) dà una bella scossa… Qualche volta, se capita di parlarne, i miei passeggeri possono essere intimoriti nello scoprire che sono abilitato al volo acrobatico e mi tocca rassicurarli: “Nessuna acrobazia per oggi, non preoccuparti, ma è un’ottima maniera per avere maggior confidenza con l’aria”. Confidenza relativa, ripensandoci, perché pur volando un paio di volte a settimana, so che ogni volo è differente, so che ogni volo mi regalerà qualcosa e non so mai quello che mi aspetterà.

Così, a fine luglio, ho incontrato un amico all’aeroporto proprio all’orario di apertura (0800 CEST).

Mi piace essere tra i primi ad arrivare all’aeroporto di Egelsbach, a pochi minuti dal centro di Francoforte.  Mi piace tirare fuori l’aereo dall’hangar mentre l’aria è ancora fresca, prima che inizi il caldo che, di anno in anno, si fa sempre più torrido. Mi piace fare i controlli pre-volo nel silenzio del piazzale con solo il rumore delle bandiere e della “calza a vento” mossi dalla brezza mattutina.

Ma oggi sono in compagnia, così eseguo i controlli pre-volo spiegandoli, in maniera dettagliata, al mio ospite e gli spiego anche perché sono fondamentali per la sicurezza del nostro volo. Nel corso degli anni trovo che, in realtà, dire ad alta voce quello che sto facendo o sto per fare, mi rende meno incline a dimenticare le cose e commettere errori, quindi mi piace avere, di tanto in tanto, una persona che mi stimoli ad esser, solo con la sua presenza, maggiormente preciso, senza sentirmi come un matto, privo di pubblico, che va blaterando ad alta voce intorno e dentro al velivolo. 

Ricapitolando: carburante buono, tutti i sistemi funzionano a dovere, io mi sento stupendamente bene.

Contatto la torre per chiedere la pressione (che mi serve per regolare l’altimetro correttamente) e la pista che dovrò usare… 

“Delta Echo Whisky Whisky Foxtrott , Pista 26, Pressione 1014 Hg” ripeto alla torre.

La torre mi dà l’ok definitivo. Mi allineo sulla RWY 26 e mi preparo a decollare in quello che sembrava il giorno più limpido e calmo dell’anno.

Il decollo è rapido e morbido, l’ombra si stacca da terra a 55 nodi. Dopo la salita iniziale mi dirigo a sud verso Darmstadt e ancora oltre verso le colline che si ergono a sud della città.

Vicino alle colline l’aria è liscia, quasi vellutata. Sembra quasi che accarezzi la fusoliera. Non so come spiegarlo, ma queste carezze le sento anche io. Lo dico sempre ridendo al mio ospite che mi guarda un po’ perplesso. Intanto ci godiamo il panorama, la visibilità è praticamente illimitata. Subito dopo aver superato la città di Darmstadt con una direzione sud, volgo lo sguardo direttamente a Mannheim e alla valle del fiume Neckar, affluente del Reno, dove si trova la città di Heidelberg. Che meraviglia!

Sorvoliamo il Reno a 1500 piedi, il colore delle sue acque è di un insolito blu. Mentre sto monitorando gli strumenti, nella mia “pancia” sento che un giorno come questo è una benedizione, un pieno di libertà, che sgombra la testa dallo stress del lavoro e inietta ricordi mozzafiato. Mi fa paura pensarlo, ma sento che sono felice, mentre passiamo sopra uno dei miei castelli preferiti…

Ogni collina ha un castello. Volo sopra Burg Frankenstein, proprio il castello della novella di Mary Shelley, poi sopra Schloss Auerbach con la sua curiosa pianta triangolare. Mi tuffo ad est nella valle che porta sul paesino di Fischbachtal. I boschi sono interrotti da prati e campi. Agglomerati di poche case con i tetti spioventi sono sparsi qua e là. Sotto di me, qualche automobile percorre le curve delle bellissime strade di campagna.

A questa altitudine volano solo falchi e aquile e a me sembra quasi di essere un intruso. Non sto volando da ‘A’ a ‘B’, magari con la giustificazione di un viaggio di lavoro. Mi sto appropriando della libertà e della vista che appartengono a un’aquila.  Per questo mi sento grato e umile allo stesso tempo.

Continuo verso Nord, ormai preparandomi all’atterraggio quando qualcosa attraversa la mia traiettoria verso l’alto, veloce e improvviso. Il mio ospite lancia una imprecazione. Ma io rimango in silenzio. Sono solo concentrato sull’oggetto. Non capisco immediatamente cosa sia, o in che direzione stia volando, vedo solo una scia bianca. Istintivamente porto la barra di comando a fondo corsa verso destra cercando di spostarmi dalla traiettoria dell’oggetto. L’aereo risponde al meglio delle sue possibilità, ma la virata del piccolo Katana non è quella di un mezzo acrobatico. In pochi istanti l’oggetto completa un giro della morte e scende, in picchiata, esattamente allineato alla mia ala sinistra, grazie al cielo appena qualche metro più in là. Allora riconosco la sagoma di un modello radiocomandato a turbina. Un maledetto giocattolo! Porto l’aereo di nuovo in volo livellato. Guardo indietro. Respiro. Controllo i dati dell’altimetro. Il mio ospite è pallido e silenzioso, sembra quasi che stia trattenendo il respiro. Chiamo il controllo radio di Langen e faccio rapporto sull’incontro ravvicinato. Così ravvicinato che mi rendo conto di essere appena entrato nelle statistiche degli avvenimenti aeronautici a causa di quello che in gergo tecnico si chiama un “near miss”, una collisione mancata per poco.

Continuo verso Egelsbach per atterrare.  Atterro pochi minuti dopo, posando delicatamente il carrello sull’asfalto della pista. Sulla pista di rullaggio tre o quattro aerei sono già allineati per il decollo, ignari della mia disavventura. Non trovo inizialmente le parole per commentare con il mio passeggero e preferisco concentrarmi sui controlli dopo il volo e fare subito un paio di telefonate per fornire maggiori informazioni, che quando si è “in frequenza” non c’è il tempo di dare. “L’abbiamo scampata…” dico poi sospirando. Il mio ospite, ancora a bordo con le mani piantate sul cruscotto, dice con un fil di voce: “Siamo a terra”.
Cosa sarebbe successo se l’aereo giocattolo a turbina ci avesse colpito? Chi lo controllava? In che direzione volava? È successo tutto così rapidamente che non sono in grado di rispondere a queste domande. Tutto si farà più chiaro nei giorni seguenti, riguardando i video presi dalle due telecamere che ho a bordo e dopo il rapporto alle autorità.

© Testo – Bernardo Tomea
© Immagine – Elena Barsottellilink su Instagram
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


nota: per avere una idea su questi “piccoli giocattoli” ecco un video


Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!

L'urlo di Munch con un "grrr"

Grrr

:: di Umberto Gorini ::

Le 11 e 11.
Questi quattro numeri uguali che ricorrevano – con le 22 e 22 – due volte nell’arco delle 24 ore, erano dapprima state un semplice caso ma poi pian piano questa sequenza di cifre, era diventata, se non una piccola fissazione, un’innocente idiosincrasia che lo conduceva più o meno coscientemente a fissare appuntamenti, incontri e altri avvenimenti sempre a un orario a quattro cifre, dove quello più importante della giornata era rappresentato per l’appunto dalle undici e undici. La sua personale kabala tralasciava i quattro zeri della mezzanotte. Lo zero non era per lui.

Una piccola venatura di irrazionalità in Gioacchino che doveva il suo nome un po’ all’antica alla melomania dei suoi genitori, ma tutti in agenzia e in privato lo chiamavano Joe. Si alzò dalla comoda poltrona del suo ufficio ovattato e silenzioso, grazie al perfetto isolamento acustico, che aveva ottenuto adducendo l’esigenza di concentrarsi al massimo e visti i suoi successi era stato accontentato, in tutto e per tutto.

Era arrivato il momento e “Joe” era pronto. Si guardò allo specchio.

Il pizzetto ben curato, tenuto cortissimo. I lineamenti del viso leggermente irregolari con quegli zigomi sporgenti. I capelli lievemente brizzolati e l’intensità dei suoi occhi cerulei, tanto velati di malinconia quanto spesso attraversati da una tensione interna, rimandavano a un volto vissuto, ma da eterno ragazzo.

Sapeva bene di esercitare un forte fascino su chiunque gli si avvicinasse – donne o uomini che fossero, anche se Joe era prevalentemente etero.

Aggiustò il colletto della camicia, senza cravatta, si mise la giacca che aderiva bene ma senza far troppo risaltare il suo corpo asciutto e tonico e si concentrò mentalmente sulla presentazione che avrebbe dovuto tenere tra poco. Si trattava della nuova campagna, per un’importante multinazionale, che valeva più della metà del bilancio della grande agenzia pubblicitaria di cui egli era uno degli art director. Quello più di successo, più stimato e di conseguenza quello più remunerato e ascoltato.

Si concesse un sorriso compiaciuto. Aveva avuto un’idea formidabile, qualcosa di mai visto o sentito prima ed era sicuro che sarebbe stata la campagna pubblicitaria più efficace nella storia del marketing e ça va sans dire anche la più costosa. L’idea fulminante e geniale – la modestia non era propriamente la sua virtù – era quella di non far vedere, né nominare, il prodotto in questione, perlomeno in una prima fase in cui, in brevi videoclip, i personaggi, in diverse situazioni, improvvisamente si ammutolivano nel bel mezzo dell’eloquio e non pronunciavano una determinata parola, proprio quella parola-chiave che avrebbe poi successivamente richiamato il prodotto da pubblicizzare. Joe contava così di suscitare una forte curiosità che nella seconda fase veniva ancor più acuita, se non esasperata, quando degli importanti testimonial, attori e attrici molto conosciuti, avrebbero interagito con i personaggi delle videoclip suggerendo loro – ma inutilmente – la possibile parola mancante e la terza fase della campagna avrebbe infine svelato il mistero.
Ma prima doveva convincere il board dell’agenzia – due donne e un uomo. Era l’incarico più importante dell’anno. Non poteva fallire e non avrebbe fallito.

Si schiarì la voce e davanti allo specchio ripeté mentalmente quello che aveva preparato in mesi di duro lavoro. Avrebbe cominciato con un complimento alla delegazione, qualcosa di leggero ed elegante che avrebbe però lasciato il segno, specialmente sulle due donne.
Dunque iniziamo, si disse mentalmente. Aprì la bocca per pronunciare: “Gentili Signore e gentili Signori…” ma l’unico suono che ne usci fu soltanto un: “grrr…”

“Grrr?!?” ma che diavolo… stava ancora davanti allo specchio a bocca aperta, sorpreso.

Pochi secondi di smarrimento e di nuovo disse o perlomeno pensò di dire: “Gentili Signore…” ma emise di nuovo uno sgradevole “grrr…”, più sgradevole del graffio di un’unghia su una lavagna!
Era così sorpreso e sconcertato che vide il suo viso riflesso nello specchio fare una specie di smorfia. Non sapeva che pensare. Prese un bicchiere d’acqua e ingollò tutto in un sorso, facendo una specie di gargarismo.
Inspirò profondamente e ricominciò “Signore e…” ma un terribile “grrr…” fu tutto quello che emise!
Incredibile! Non riusciva più a parlare. Ma non era possibile, non poteva essere possibile. Forse un temporaneo indebolimento dell’apparato vocale, un qualche impedimento o un blocco psicologico?

Forse era meglio provare con un’altra frase o parola. Pensò di dire: “Oggi è il primo dicembre”.
Aspettò un paio di secondi, si rilassò, inspirò profondamente e disse: “grrr…!”

Si accasciò sulla poltrona del suo ufficio perfettamente ovattato e prese la testa fra le mani. E adesso? Tra un’ora ci sarebbe stato il meeting. Fu preso dal panico! Come fare? Rimandarlo? Ma se non poteva nemmeno fare una telefonata.
Doveva recuperare immediatamente la capacità di parlare. Non sentiva nessun dolore, si palpò la gola, si tocco dappertutto. Niente! Poteva solo essere un default, un blocco, ma dovuto a cosa? Aveva fatto qualcosa negli ultimi tempi? Si sforzò di pensare, ma non gli venne in mente niente. Aveva forse offeso qualcuno o qualcuna? Fatto qualche torto? Cattive azioni? Si sforzò ancora frugando nella propria mente. Ma niente! Se qualche volta aveva preso un’idea di una o di uno dei suoi collaboratori, l’aveva poi rielaborata, trasformata e sviluppata facendola diventare sua e poi non era Picasso che diceva che i buoni artisti copiano, ma i grandi artisti rubano?
E anche se fosse? Come potevano avergli fatto perdere la favella? Ma in fondo che cosa c’è più falso dei propri ricordi. Non riusciva più a pensare chiaramente, la testa gli girava, i pensieri o meglio i frammenti di pensieri si affollavano caoticamente nella sua mente.

E adesso? Perché non riusciva più a parlare? Lui che nell’eloquio elegante, arguto, sapido e ricco di significati aveva fondato la sua carriera e la sua fortuna.
Che poteva fare adesso? Chi poteva aiutarlo o perlomeno fornirgli una spiegazione, un rimedio immediato ed efficace… correre da un medico? In un ospedale? O meglio da uno psichiatra?
Era frastornato e non riusciva a trovare una soluzione, una qualche via d’uscita da questo incubo.

Si sforzò di calmarsi, di riflettere. Di entrare in se stesso, in sintonia con il suo karma e lasciare che il suo io vagasse per l’etere. Uno stacco mentale, uno spazio di meditazione. Non che Joe credesse veramente a queste pratiche esoteriche, ma provare in questa situazione disperata non costava nulla. Si distese sul divano, chiuse gli occhi, respirò profondamente e si lasciò andare. Dopo pochi minuti li riaprì. L’orologio segnava le 13 e 13 e questo era un buon segno. Tremando per la paura di fallire aprì la bocca e pronunciò… un terrificante “grrr…!”

Maledizione! Tutto inutile! L’idea gli attraversò la mente come un lampo: noo, ricorrere a “LUI” no!
Era cresciuto in una famiglia cattolica, ma pian piano si era distaccato dalla fede e anzi aveva avuto accese discussioni sulla religione – su ogni religione – e sull’esistenza di un qualsiasi Dio o Entità Suprema, dichiarandosi pubblicamente ateo e difendendo la sua posizione anche in aspre discussioni e dibattiti.

Ma in questi frangenti? Gli venne in mente la scommessa di Pascal. In effetti non costava nulla credere in Dio e lui in questa situazione non aveva veramente più niente da perdere.
Si ricompose, si inginocchiò o meglio cadde in ginocchio davanti a una parete dove era appesa una grafica astratta e balbettò mentalmente un lacerto di quella preghiera che aveva recitato così spesso da bambino.
Rimase in ginocchio e in silenzio. Poi si alzò e guardò fuori dalla finestra. Non percepiva nessun cambiamento. Ma come aveva potuto credere a queste fantasticherie!
“Sono proprio uno scemo!” disse. E queste parole risuonarono chiare e limpide nella stanza. Aveva sentito le sue parole! Le aveva sentite! Eccitato provò a pronunciare: “Gentili Signori e Signore” e risentì la sua voce, provando un’emozione fortissima. Aveva funzionato! Era di nuovo capace di parlare! Ma cosa era successo? Un miracolo? Proprio a lui, ateo sfegatato? Beh ateo perlomeno fino a pochi minuti fa. D’ora in poi avrebbe cambiato il suo atteggiamento di fronte a “LUI”, all’Essere Supremo…

Adesso pensava ad alta voce ed era un vero piacere sentire riecheggiare la sua voce e le sue parole.
Si sentiva di nuovo leggero, pieno di energia. Cercò una qualche spiegazione dell’accaduto.
Forse una specie di legge del contrappasso. Aveva concepito una campagna pubblicitaria in cui i soggetti venivano improvvisamente privati della favella e dunque anche egli stesso… ne era stato privato? Ma “LUI” che cosa c’entrava? Che, adesso si occupava di queste minuzie? Chissà se poi era stato proprio il “SUO” intervento a salvarlo. Forse era stato un po’ troppo precipitoso a credere addirittura a un salvataggio divino.

Guardò l’orologio: era ora di andare. Ci avrebbe riflettuto dopo, con calma. Raccolse le cartelle sulla scrivania e mentre lo faceva riavvolse come in un nastro il suo discorso iniziale.

Giunto di fronte alla sala delle riunioni, aprì con energia la porta, entrò e quando fu a pochi passi dalla sua postazione si rivolse ai presenti con un gioviale “Buongiorno…” ma dalla sua bocca uscì un terribile, lungo, spaventoso, orrido:

“grrr…”

© Testo – Umberto Gorini
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

N.B. L’immagine di copertina è stata reperita sal sito artemagazine e ritoccata con GIMP.
Sull’ “Afonia” (presunta) di Munch, leggere anche questo.

Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::


Teschio e clessidra, storia di un suicidio

Quei quattro minuti

:: di Daniela Alibrandi ::

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti acquirenti si erano trovati nella spiacevole situazione di dover rivendere le quote.
C’era il sole mentre entrava, insieme ai due agenti, nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate.

Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità.

“È al terzo piano!” gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti.
“Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare” disse il commissario a uno dei suoi “e tu invece vieni dentro con me” intimò all’altro.
Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio. Passò davanti a una stanza dove c’era un materassino gonfiabile in terra su cui era disteso un sacco a pelo. Intravide un balcone con alcuni vasi i cui fiori erano appassiti da tempo. In lontananza le cupole del centro romano, così vicino in linea d’aria e così lontano dalle necessità di quei cittadini. In cucina trovò un tavolino da campeggio con un fornello a gas. Aprì il bagno, spoglio come il resto della casa, solo un rasoio e uno spazzolino da denti erano abbandonati sul bordo del lavabo. Era un ambiente senza storia. Si diresse quindi verso la porta di quella che doveva essere la sala da pranzo.
Vide dei piedi, scalzi… poi l’uomo, che pendeva impiccato a una fune. In terra, rovesciata, vi era una sedia, l’unica presente in quell’abitazione. Il commissario guardò il cadavere e vide in esso qualcosa di diverso. Da sempre era a contatto con la morte, c’era abituato, e aveva maturato l’idea che ci fosse alla fine una sola verità: tutti dobbiamo morire. Sentì però per quell’uomo un rispetto tale che gli fece abbassare lo sguardo. Le sue mani lunghe e affusolate potevano essere quelle di un pianista, notò le unghie pulite e curate. Indossava una camicia chiara e un gilè grigio, come grigi erano i suoi pantaloni. Gli occhi serrati, il volto chiuso in un’espressione ermetica, come di uno che non ha nulla da dire in sua discolpa. Era morto da qualche ora, ma le sue membra non erano rigide, poteva sembrare ancora vivo, come un attore che stesse recitando bene la sua parte.
<< Cosa ti stai portando nella tomba?>> pensò il commissario sapendo che non avrebbe desiderato udire la risposta.
Lo guardò ancora per qualche istante, un martire il cui destino si era finalmente compiuto.

Di fronte a quei capelli mossi e un po’ lunghi, a quelle ciglia ben disegnate, sentì quasi la necessità di accarezzarlo, di alleviare quel dolore che poteva immaginare.

Entrò l’agente che aveva lasciato fuori a prendere informazioni.
“Cosa sei riuscito a sapere?” L’uomo ripose il taccuino nella tasca.
“Ho capito solamente una cosa commissa’, che si sentono tutti colpevoli!”
“Antonio, ma che stai dicendo?”
“Sono tutti concordi nel dire che era una gran brava persona ma che aveva avuto un forte esaurimento nervoso, per la perdita del lavoro. Era dimagrito e spesso sentivano delle liti provenire dall’appartamento. La moglie alla fine l’ha lasciato – dotto’ –, tornando dai suoi e portandosi via i due figli, due maschietti, che però erano con il padre ogni quindici giorni, ma solo per poche ore. Raccontano che lui pian piano ha svenduto tutto ciò che possedeva e ultimamente si vergognava a far venire i bambini in casa. Quindi quando erano con lui li portava al cinema e a mangiare una pizza e poi li riconsegnava alla madre. La vicina proprio ieri gli aveva richiesto i cento euro che gli aveva prestato quindici giorni fa, per portare i bambini al circo. La poveretta non si dà pace, dice che non glieli avrebbe mai chiesti se non avesse avuto necessità di fare lei stessa degli accertamenti clinici, per i quali il ticket era costoso.”

Il commissario riprese a guardare il cadavere, ora riusciva a non abbassare lo sguardo.

“Vai avanti…” disse all’agente.
“L’inquilino del piano di sotto aveva notato la vendita dei mobili, perfino del televisore a colori e gli aveva prestato una vecchia TV in bianco e nero, ma poi si era lamentato con lui perché di sera teneva il volume troppo alto e l’apparecchio gracchiava, con un suono metallico. Dice.”

Pensandoci bene non era stato il resoconto dell’agente ad avergli fatto provare il disagio che stava sentendo adesso, appena sveglio.

“Chi ha trovato il corpo?”
“Sembra che l’ex moglie dopo avergli telefonato più volte per sapere quando lasciargli i bambini, non avendo ricevuto risposta, abbia chiamato il dirimpettaio, per chiedergli di suonare alla porta. Il vicino però ha trovato l’uscio socchiuso ed è entrato per vedere cosa fosse accaduto.”

Il telefono. Il commissario ricordò di aver fatto caso all’apparecchio telefonico poggiato in terra in un angolo della sala da pranzo. Nel frattempo era entrato il medico legale. Il suicidio doveva essere avvenuto attorno alle nove di quella mattina, minuto più, minuto meno. Mentre gli operatori della scientifica facevano i loro rilievi, il commissario si era avvicinato al telefono, dove lampeggiava il numero tre. Tre messaggi. Aveva premuto il tasto. Le prime due erano chiamate mute, probabilmente quelle della ex moglie.
La terza era quella interessante, ed era stata fatta alle 9.04:
“Buongiorno, le telefono dall’ufficio del personale della Ditta F. dove ha inviato il suo curriculum due mesi fa. Vorremmo convocarla per domani mattina alle otto, per valutare una proposta di lavoro, vista la sua esperienza nel settore. Se non potrà venire o se sta già lavorando, la preghiamo di avvertirci, grazie e buona giornata”.

Ecco ciò che il commissario aveva avvertito come un fastidio fisico, uno schiaffo ricevuto in pieno viso o un colpo di coltello inferto in profondità.

“È morto sul colpo?” chiese al medico legale.
“Purtroppo temo che abbia avuto diversi minuti per rendersi conto che stava morendo. Il cappio non era fatto a regola d’arte. Sa com’è, non ci insegna nessuno il modo migliore per morire impiccati!”
Il commissario iniziò a immaginare l’uomo, il suo travaglio nel decidere, la sua disperazione nel sentire le chiamate della moglie, la vergogna nel dover ammettere che non aveva nulla più da offrire ai propri figli. Lo vide lasciare la porta socchiusa per agevolare chi l’avrebbe rinvenuto, salire su quella sedia e poi, mentre agonizzava, ascoltare il messaggio che avrebbe potuto salvare la sua vita, forse addirittura il suo matrimonio. Vide gli occhi dell’uomo iniettati di sangue guardare attorno disperati, immaginando che forse quelle mura avrebbero potuto rinascere. Nuovi mobili, le grida dei bambini che si rincorrevano per la casa, un futuro.
Le gambe tese dovevano aver cercato di raggiungere la sedia, pochi centimetri li separavano, pochi centimetri per risalirci sopra e liberarsi dalla corda. Pochi centimetri per ricominciare. Una piccola distanza insormontabile. Anche il commissario, in quel momento, provava un forte senso di colpa, proprio come chi aveva visto il rapido declino di quell’uomo e non aveva fatto nulla. Era dovuto uscire in fretta da quella realtà, si era sentito mancare l’aria.

Solo ora capiva perché non aveva dormito bene e si era svegliato prima dell’alba. La chiave di tutto era “fare presto”. Lui stesso avrebbe dovuto “fare presto”, tutto si sarebbe dovuto mettere in moto prima che fosse troppo tardi. Il mondo invece aveva perso tempo, si era messo in moto con quattro minuti di ritardo. Le lancette non potevano più essere spostate e il commissario era andato via con il suono di quella maledetta telefonata persa nello stomaco.

© Testo – Daniela Alibrandi

Immagine di copertina realizzata grazie alla foto di JL G e alla foto di chenspec da Pixabay

Questo racconto, che indaga cosa c’è dietro una notizia di cronaca, ha vinto il premio letterario nazionale “Mani in Volo”. La premiazione si è svolta a Vicenza il 27 settembre 2014. Successivamente è stato pubblicato nella raccolta relativa al concorso, nell’antologia “I doni della mente”, dal settimanale “L’Ortica del Venerdì” e in un mensile della Rai. Nel 2021, per gentile concessione dell’autrice, viene ripubblicato nel blog stefanoangelo.it in una nuova edizione, in vista della realizzazione di un audiolibro di racconti brevi.

Della stessa autrice:
Una morte sola non basta (Del Vecchio Editore, 2016) 
I misteri del vaso etrusco (Edizioni Universo, 2019)
Delitti fuori orario (Ianieri Edizioni, 2020)
Viaggio a Vienna (Morellini Editore, 2020)

Per ulteriori informazioni sull’autrice, clicca QUI


Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!