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PUBBLICAZIONI EDIDA

Passione per la scrittura
ESPLORA
Geranei caleideoscopici

I gerani

:: di Lyes ::

Fa talmente caldo che non mi va di alzarmi nemmeno per annaffiare i miei gerani, semi-appassiti, in piena asfissia sul davanzale della finestra.

Moriranno. Pazienza. Prima o poi capita a tutti.

Aspetto il tuo arrivo dondolandomi sulla mia sedia di vimini scassata, come si usava una volta e si usa di nuovo adesso, facendo perno col piede nudo sul tavolino che mi sta davanti.

Le persiane sono abbassate a tre quarti e la luce entra a strisce polverose nella stanza, arroventata dal soffitto catramato del terrazzo sopra di me. Goccioline di sudore scorrono dentro l’incavo del seno e penso se non sia il caso di rifarsi una doccia. La terza della giornata.

Le cuffie dello smartphone ripetono questo cavolo di “contemporary drama” nelle mie orecchie, di cui comincio a capire qualcosa solo ora, dopo una trentina di puntate andate a vuoto, perché mi fa bene per imparare l’inglese “parlato” che dovrò capire per forza una volta arrivata a Houston, Texas, Usa.

Tra 72 ore esatte a partire da adesso.

La valigia è più triste di me, ancora mezza vuota e io non so quando e come avrò il coraggio di infilarci dentro il minimo sindacale per un inizio di vita altrove.

Suoni il citofono e io apro la porta facendo finta che non m’importi nulla, che non ti sto aspettando, che le mutandine che indosso non l’ho messe e tolte e poi rimesse quel paio di volte in più del necessario. Lo stesso con il vestito. Ma prima, mentre sali, ho un secondo per guardarmi allo specchio. I capelli in disordine li lego in una coda che a stento trattiene tutto, il lucidalabbra lo tolgo con il dorso della mano perché mi rende non vera, il vestito leggero che fa intravedere la forma del mio seno, forse è troppo corto?

Bussi, apro la porta e ci sei tu. Entri, mentre mi dai un bacio fugace sulla bocca, e mi porgi un vasetto di gerani. Gialli questa volta. Niente parole inutili tra di noi.

– Ciao.

– Ciao.

Appoggio il vaso accanto agli altri, ognuno di un diverso colore, ma sempre moribondi, e mi giro a guardarti mentre anche tu fai lo stesso, appoggiato al lavello della cucina, coi tuoi occhi scuri dalle ciglia lunghissime, che mi perforano l’anima.

Pieno di rimprovero e disapprovazione prendi la caraffa, la riempi d’acqua e ti metti a innaffiare le piantine che mi hai regalato, in religioso silenzio, aspettandoti un miracolo, forse, al quale io, mezza atea e mezza astiosa, non credo.

Senza che me ne renda conto, e con la strana sensazione che qualche fiore nel frattempo si sia materialmente messo a respirare di nuovo alzandosi di un impercettibile mezzo millimetro, mi sei accanto e mi sposti una ciocca di capelli dal viso. Mi prendi in braccio e mi fai sedere sul tavolo con le gambe avvinghiate a te, iniziando il nostro gioco preferito.

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi…

Piano, mi abbassi la spallina sottile del vestito nero che indosso e mi stringi il seno nudo, con le mani ruvide, esigenti, maleducate.

… e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò, da quando
primamente disgiunse aspra contesa
il re de’ prodi Atride e il divo Achille…

Non riesco a continuare mentre le tue mani mi accarezzano e la mia parte mi si spezza in gola.

– Andiamo di là.

Ordini, non suggerisci. Anche qui siamo in penombra. Il buio non fa per noi. Mi guardi fisso negli occhi, mentre mi fai stendere sul letto, mi sollevi la gonna e allarghi piano le gambe. Giochi con le mie mutandine. Le sposti di lato e infili dentro le dita, lentamente. Inarco la schiena al tuo tocco, non so quanto riuscirò a resistere e mentre il desiderio che ho di te continua a salire e mi offusca la mente, secco mi chiedi:

– perché non dai acqua ai gerani?

La domanda sembra talmente seria ed è arrivata così inaspettata che scoppio a ridere tanto la risposta è banale. Ma la mia risata sembra avere uno strano effetto su di te che mi guardi ancora più serio di prima e mi entri dentro, furiosamente, con le mutandine ancora addosso.  Poi, scompariamo dal mondo.

– Vuoi che ti accompagni in aeroporto?

Io penso sia l’ultima cosa che voglio.

– Grazie. Ma no, grazie. Viene Irene.

Metto a bollire l’acqua per il tè alla menta, abitudine che ho preso anni fa, dopo un viaggio in Marocco con delle amiche, in cui tutte ci innamorammo di questa berbera usanza di rinfrescarsi col tè caldo d’estate. Mentre lo beviamo insieme, il tuo telefono squilla ma non rispondi. Dici soltanto: devo andare.

Siamo di nuovo in piedi appoggiati al lavello. Mi metto accanto a te e ti do una lieve spallata, come se fossimo i vecchi amici che non siamo mai stati e ci mettiamo a ridere. Per non metterci a piangere, come due deficienti.

Abbasso gli occhi, colmi già di una stupida nostalgia di cui mi vergogno, e mi tiri su il mento guardandomi mentre il respiro mi si affanna, nonostante cerchi di darmi una calmata. Non lo reggo il tuo sguardo, oggi più che mai, ma tu ti avvicini, mi dai un bacio leggero sulle palpebre chiuse a metà mentre le tue mani mi riempiono il volto.

Sappiamo entrambi che la distanza non fa per noi. Che non ci siamo mai telefonati per raccontarci la nostra quotidianità, nemmeno quando eravamo a 5 km l’uno dall’altra. Figurarsi a 9150 km l’uno dall’altra. Km più km meno. Consapevoli del fatto che nessun dei due si potrà presentare all’improvviso, in caso di bisogno, nel cuore della notte a casa dell’altro, per un abbraccio o un’allegra e superficiale, almeno così sembrava fino a ieri, scopata.

Non funzionerebbe.

– Rimani.

Non sembra nemmeno la tua voce. A stento riconosco la sicurezza perentoria, quasi arrogante, del timbro che fino a un secondo fa non pensavo potessi mai e poi mai perdere. C’è odore di sabotaggio nell’aria per questo cuore, ma mi sorprende il coraggio che ho:

– Non posso. Non chiederlo.

Neanche la mia, sembra la mia voce.

– Va bene.

Ti guardo andare via senza girarti nemmeno. Del resto, non lo sopporterei. Ti guardo chiudere piano la porta dietro di te, che io invece avrei sbattuto con tutta la rabbia di questo intollerabile addio.

Aspetto un minuto. Vado alla finestra e getto di sotto, uno per volta, uno dietro l’altro, dieci in tutto, i tuoi maledetti, insopportabili, vasetti di gerani, che si schiantano al suolo in un fragore di ceramica frantumata. Mille minuscoli pezzettini colorati di nulla. Fiori semi-appassiti dappertutto.

Qualcuno di sotto si lamenta: Ehiii!

– Ehi un cazzo! Sorrido amaramente.

È arrivato il momento di fare la valigia.

© Testo – Lyes
:: Editing a cura di Stefano Angelo ::

Immagine di copertina realizzata da RitaE (Pixabay licence), ritoccata da Stefano Angelo.

:: Nota: Primo racconto, con un pizzico di erotismo, della serie Codigo Rojo. Stuzzicante al punto giusto, malinconico, irrequieto. Della serie, quando fa caldo e non puoi farti un bagno…

Ti è piaciuto questo racconto sulle relazioni amorose? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!

Il Bar delle Zie

Il Bar delle Zie

:: di Bernadette Lauro ::

Sono lì, con pensieri assortiti – è un esercizio di parole propizio a risolvere il caso…
Quale caso? Beh, ora che mi trovo in ballo, devo ballare… un ballo turchese, come questa camicia, come il colore orrendo di questo tavolo…
e lo guardo… (guardo cosa?) le parole sono troppo lente, i pensieri più veloci…

Ricominciamo: sono lì, per caso, con pensieri assortiti, alcune parole mi sfuggono e… devo risolvere il caso. Quale caso? Ah sì, il fucile, quel dannato fucile davanti a me, col prezzo sopra e che indica… indica di là. Ecco perché sono lì, per risolvere il caso…
Ma perché mi trovo lì? Perché in quel bar? Perché con la camicia rosa? Non era turchese? Il ballo! Mi ricordo ora del ballo. È un caso propizio? L’assortimento di pensieri… oddio no!

Ricominciamo daccapo… ero lì per caso. C’era un fucile davanti a me, avevo una camicia turchese, come il tavolo al quale ero seduta. Un assortimento di colori strano. Ero lì per caso… Cosa ho visto? Non lo so, so solo che il fucile indicava di là e c’era un prezzo… un prezzo, sì un prezzo.

Tesoro… (ero lì per caso…) tesoro…

– Tesoro svegliati!
– In che senso? (apro gli occhi e vedo la faccia divertita di mio marito)
– Hai ripetuto tutta la notte: assortimento! Ahah! Assortimento! Ma di cosa?

Mi prende in giro, ma io mi sento intontita, come se avessi attraversato un mare in tempesta. Eppure… non riesco a ricordare. Ho fatto un cattivo sogno? – Buongiorno – gli dico. Non sono di buon umore come lui. Mi alzo, mi guardo allo specchio del bagno e lo stordimento inizia a svanire. Lo sguardo da cupo e socchiuso pian piano si apre. L’acqua fresca fa il suo dovere. Venite particelle di H2O… rinfrescatemi. Gli angoli del viso si dirigono verso l’alto come sollevati da fili trasparenti e insorgo: è il mio primo giorno di lavoro! Lo urlo, e mio marito, lo vedo col pensiero, sorride, di là, mentre legge il giornale. È contento che abbia questa novità, lo stavo assillando con le mie lamentele, negli ultimi tempi percepivo una certa insofferenza, cosa che gli capita quando è arrivato allo stremo della pazienza. E di pazienza ne ha sicuramente tanta. Poverino, i preparativi per l’inaugurazione sono stati faticosi per me e per lui che mi ha dovuto sopportare.

Mi precipito davanti all’armadio, prelevo il vestito che avevo appeso alla gruccia iersera e mi proietto mentalmente nel mio nuovo status di aiuto-vice-assistente alla cassa del Bar delle Zie di via Pigna 37.

C’è voluta una lunga discussione prima di partorire il titolo del mio ruolo, tra le zie del Bar di via Pigna 37, prima che diventassimo le manager del Bar delle Zie di via Pigna 37. Aiuto-vice-assistente-alla-cassa suona altisonante. Nella mia previa esperienza lavorativa come capo ufficio, dello studio commercialista associato Peroni&Co. Srl, conclusasi con il pensionamento nei miei appena compiuti 62 anni 3 mesi e 7 giorni, con 37 anni virgola cinque di contributi e 45 virgola cinque di anzianità, avevo capito che il ruolo di segretaria, con il suo orario ridotto e le lunghe chiacchierate con i clienti in attesa di parlare con il titolare, era di gran lunga più vantaggioso del mio. Come capo ufficio avevo sgobbato sulle dichiarazioni dei redditi dalla mattina alla sera nei mesi primaverili e sulle fatturazioni per il resto dell’anno. Pertanto avevo insistito, con le zie del bar di via Pigna 37, che semmai fossimo riuscite a prelevare la gestione del locale, io avrei ricoperto esclusivamente un ruolo secondario e di intrattenimento della clientela. Purtroppo, però, non c’erano ruoli di intrattenimento, ma solo un lavoro alla cassa. Al che mi sono impuntata, anche se ne fossi stata responsabile, avrei preteso ufficialmente un titolo secondario, e mi sarei comportata di conseguenza.

Nell’ora successiva al mio risveglio ero lì, a via Pigna 37, al Bar delle Zie, per preparare l’inaugurazione. C’erano tutti: Totò, con il suo piglio romanesco e l’autoironia di chi convive con una figura un po’ malformata dalla nascita, e con gli sfottò raccolti da amici affezionati e compagni bulli. E c’erano le zie: Matilda, Rosa e Veronica. Le raggiunsi e salutai: – Cos’è quella faccia? Non è tutto pronto per l’apertura? – Sembravano deluse. Mentre mio marito chiacchierava ancora con il posteggiatore abusivo, Rosa mi disse – È passato il vigile e ci ha detto che manca un’autorizzazione…

Cosa? Io mi ero sbattuta per tutti gli uffici possibili, passando intere giornate in Prefettura e all’Ufficio Igiene, ero certa di aver ricevuto tutti i certificati necessari! cosa mancava? Il permesso di soggiorno di Abdi? Ma se era tutto chiarito, Abdi aveva ottenuto un certificato di idoneità all’esercizio della professione di barista, aveva fatto il corso, era risultato anche il migliore tra i partecipanti, e poi lo conoscevamo bene e potevamo garantire per lui! Cos’era successo?

D’improvviso l’energia con cui avevo accolto nei miei pensieri il mio primo giorno di lavoro stava dando precedenza allo sconforto. Non avevamo un altro barista. Totò, col suo metro e quaranta non arrivava nemmeno a porgere le tazze sul banco, essendo questo molto profondo. Lo so, lo avevamo previsto che sarebbe stato un problema, qualora Abdi si fosse assentato. Contavamo di costruire una pedana lunga quanto il banco per consentirgli di raggiungerne la profondità, ma i fondi raccolti ci erano bastati a malapena per l’apertura. Oddio quanti pensieri, devo riprendermi e agire.

Mi giro verso mio marito e gli ordino di risalire in macchina. Si va dal brigadiere Saltini.

– Brigadiere buongiorno!

Urlo con un gran sorriso. Mio marito dietro. Non so quale santo mi ha fatto incontrare un uomo così intelligente da saper stare un passo indietro al momento opportuno. Il brigadiere mi guarda con un’espressione a metà tra il sorriso e il “rieccola, mi era mancata da ieri…”

– Brigadiere mi aiuti, sono in un’impasse…
– Che è successo signora Mara, non dovevate aprire stamattina?
– Un guaio.
– Si calmi, vedo che suo marito non è agitato, quindi dev’essere qualcosa di risolvibile. Mi segua nel mio ufficio.

Mio marito non si agita mai… penso.

– Il ragazzo!
– Quale ragazzo?

Il brigadiere fa finta di non capire, ma sa che io so che lui sa e che si sta preparando alla sfuriata, sta cercando di prendere tempo.

– Abdi, brigadiere, si ricorda?
– Mi ricordo, signora, non c’è bisogno che mi racconti tutte le volte quant’è stato sfortunato il povero ragazzo che ha attraversato il mare per arrivare nel nostro Paese, eccetera eccetera. Vuole un caffè?  

E mi indica la macchina espresso automatica.

– Brigadiere, sono io che dovrei offrirle il caffè al Bar delle Zie, se solo avessimo potuto aprire…
– E perché non potete aprire?
– Perché Abdi non ha l’autorizzazione, a quanto pare. È passato il vigile per i controlli e ha dichiarato che Abdi non può lavorare. Non ho capito bene come sia possibile, fino a ieri tutti i certificati e le autorizzazioni erano a posto!
– Signora, se Abdi non può lavorare il bar si può aprire lo stesso, non crede?  (Sorride)
– Mi vuole provocare? (Penso: Mara stai calma, non esplodere. Sorridi e fai un respiro profondo) Brigadiere, lei lo sa che questo è un progetto d’integrazione, vero? gliel’ho spiegato. Senza Abdi, niente zie e niente bar. Fondi persi, contribuenti arrabbiati e io e le zie veniamo a fare il “picchietto” qui davanti al Prefetto, come abbiamo già fatto l’anno scorso, si ricorda?
– O mamma mia, signora Mara, il picchetto, vorrà dire? se me lo ricordo, per poco la famiglia non mi cacciava di casa… pure la notizia delle zie incatenatesi davanti alla Prefettura avete fatto pubblicare… che disonore!
– E allora, che vogliamo fare? C’è questa autorizzazione o no?
– Signora, non dipende da me. Pare che, purtroppo… (e si mette a esaminare una carta) sembra che… mi sembra di capire che… abbiano revocato il permesso di soggiorno a tutti gli emigrati come Abdi, che sono arrivati il… 

Non lo ascoltavo più. Ormai ero su tutte le furie. Non avrei saputo con chi prendermela e quindi decisi la ritirata preventiva. Quando il Brigadiere Saltini alzò gli occhi vide solo la porta che sbatteva dietro di me. – Andiamo! – dissi a mio marito che era rimasto ad aspettare nella sala antistante all’ufficio del Brigadiere.

Uscendo noto un fucile, in una teca, e attaccato al vetro della teca un biglietto… uno di quelli che si attaccano e si staccano. Se solo li avessimo potuti usare quando lavoravo alla Peroni&Co. Quel tirchio del titolare non voleva spendere soldi in cancelleria e ci costringeva a scrivere le note su una lavagna. Tornavo a casa con i vestiti sporchi di gesso… ma acqua passata, l’importante è che sono riuscita a fargli scucire un contributo importante alla raccolta fondi per l’apertura del bar.
Mi avvicino e leggo sul biglietto un numero. Lo stacco, lo osservo meglio, sembra un numero di telefono, ma finisce con troppi zeri. È un prezzo. Perché dovrebbe esserci un prezzo su questa teca? Mio marito si avvicina e mi chiede cosa mi ha colpito di quel fucile in mostra. Gli rispondo che mi era sembrato di averlo già visto, e usciamo.

© Testo – Bernadette Lauro
:: Editing a cura di Stefano Angelo ::
Immagine di copertina realizzata da StockSnap (Pixabay licence), ritoccata da Stefano Angelo

:: Nota: Questo racconto, ispirato da una foto (di Martin Kollar) mostrataci da Mattia Grigolo durante un suo corso di scrittura creativa del 2019 (organizzato da ItaliaAltrove Francoforte), è un frammento di una raccolta – I racconti della donna con il fucile – che avrebbe dovuto dare vita a una pubblicazione cartacea. Purtroppo, causa COVID e impedimenti vari, il progetto si è arenato. Di tanto in tanto pubblicheremo alcuni di questi frammenti per rievocare un’esperienza, quella del corso, che ha comunque dato il “la” a nuove avventure su questo blog ::

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Donna col fucile, di Martin Kollar

Happy days

:: Alessandra Facciolo ::

Le note graffianti di Streets of Philadelphia mi accolsero all’entrata del locale, “non può essere una brutta giornata se la condividi con il Boss”, mi dissi accomodandomi al solito tavolino un po’ defilato. La cameriera, con il grembiulino bianco e la divisa rosa, arrivò con il caffè caldo e la tazza e li posò sul tavolino senza parlare.

“Grazie” sorrisi, poi tirai fuori dalla grossa borsa il pesante involucro e, con delicatezza, cominciai ad aprirlo. Tolsi prima il nastro, poi la carta grigia che lo avvolgeva e infine lo sollevai e contemplandolo lo appoggiai davanti a me, lasciandolo lì in bella vista. Con cura ripiegai la carta, riavvolsi il filo e li riposi nella capiente sacca vicino a me.

Bevvi con calma il pessimo caffè, ancora tiepido, osservando il locale oltre il bordo della tazza. Non c’era nessuno a quell’ora e la cameriera era ancora occupata dietro al bancone a sistemare tazze e bicchieri usciti ancora fumanti dalla lavastoviglie. Un uomo, vicino alla porta, beveva una birra. Fuori, sulla grande strada polverosa, passavano poche macchine, per lo più dirette verso il centro della piccola città. Nessuno passeggiava sullo stretto marciapiede. A quell’ora, normalmente, tutti si affrettavano verso casa, per preparare la cena e godere, in pantofole, delle ultime ore del giorno.

Quando più tardi la ragazza prese la tazza ormai vuota e passò oltre senza disturbarmi, neanche me ne accorsi. Tenevo lo sguardo fisso davanti a me: sul tavolo e su quell’oggetto posto quasi a distanza di sicurezza. Certo, doveva averne viste quella ragazza per non fare neanche il minimo accenno riguardo all’oggetto posto sul mio tavolo. Ma in quel momento ne apprezzai la discrezione. Non mi sentivo pronta a rispondere a domande o a dare spiegazioni. Non ne avevo neanche per me.

“Che curioso contrasto” pensai invece, stupendomi della frivolezza dell’immagine, “un vecchio fucile da caccia su un tavolino rosa e azzurro di un locale anni ’50”. Alzai gli occhi guardandomi intorno, “chissà che effetto faccio”, mi dissi, “una vecchia signora sola, vestita in modo discutibile, davanti a un fucile e una lettera, in un tripudio di colori pastello”.

Il mio aspetto lasciava un po’ a desiderare. Ero uscita senza guardarmi allo specchio, vestita come per casa, e i miei capelli… sì, decisamente avevano bisogno di una messa in piega o almeno di una pettinata! Da quanti giorni non lo facevo più? Dovevo aver perso il conto. Che cosa mi avesse spinta ad uscire da quella casa all’imbrunire ora non lo rammentavo neanche più, ma ormai ero lì, lo avevo fatto e tanto bastava.

“Surreale” mi ritrovai a pensare. Sì, decisamente la situazione lo era.

Era la prima volta, dopo esattamente quindici giorni, che avevo abbandonato le quattro mura della mia stanza, che avevo aperto la porta. Era stata dura lasciare il letto, uscire allo scoperto. Non avevo impegni, niente scadenze, nessun appuntamento. Non avevo intenzioni bellicose, anzi. Non avevo desideri di riscatto. Piuttosto mi resi conto di aver bisogno d’aria. Sì, proprio di aria fresca! Mi ero diretta in strada, verso il parco, salvo poi allontanarmene in fretta alla vista della varia umanità che a quell’ora lo popolava. Proseguii lungo la strada e senza rendermene conto mi ritrovai davanti a quel caffè. Non avevo voglia di rimestare nei ricordi, né di ripercorrere luoghi e pensieri. Forse avevo solo bisogno di scoprire che, nonostante il “mio personale terremoto”, il resto del mondo era rimasto saldo, fermo, indifferente.

Questo mi dissi varcando la soglia.

Ma ora che, seduta, contemplavo il menu del giorno senza leggerlo, lo sconcerto che mi aveva avvolta e riempita nei giorni precedenti, lasciò il posto a un grande vuoto. “Sono sull’orlo del baratro o magari sono al nastro di una partenza o, forse, solo all’inizio di un esaurimento nervoso… prima o poi deciderò” mi dissi. I pensieri si affastellavano senza ordine apparente. Non era la solitudine, che ora avvertivo chiaramente, a spaventarmi, quanto piuttosto il dover riprendere in mano il timone della mia esistenza, ridirezionare il viaggio e riprendere a navigare. Improvvisamente, da un cassetto della memoria saltò fuori una frase da uno dei miei film preferiti: “… è strano come le situazioni si impongano anche quando non le vuoi…” L’avevo sempre amata quella frase e mai come ora la trovai calzante, perfetta per ciò che mi stava accadendo. Certo, la decisione finale non era stata la mia, mi era stata piuttosto imposta, l’avevo subita, e mi ritrovai a chiedermi quando era cominciato il lento abbandono, quando avevamo cominciato a perderci senza renderci conto di quello che ci stava accadendo. In tutta coscienza non potevo dirmi sorpresa, ma, confidando nella solita e inveterata inerzia che sfociava spesso nell’apatia, mi ero assuefatta all’idea che la mia vita continuasse nel consueto solco fatto di quotidianità, televisione, qualche libro, un po’ di musica e poche parole, per lo più inutili.

La malinconica dolcezza del tramonto predispose il mio animo a pensieri poco bellicosi e più meditativi o forse meditabondi. Fissando il fucile di fronte a me, rividi quel negozio di tanti anni fa, ripensai a me stessa e all’entusiasmo ancora giovane di un’assolata mattina di primavera, al campanello della porta e alla penombra ingombra di passato e di ciarpame che mi aveva accolta appena varcata la soglia. Sapevo già cosa volevo e lo indicai sicura al vecchietto che mi scrutava dietro le lenti sporche appoggiate sulla punta del naso: un vecchio fucile da caccia, risalente forse alla Guerra di Secessione o magari all’epoca della febbre dell’oro, un residuato bellico dimenticato da un paio di secoli. L’avevamo visto un paio di giorni prima in vetrina, mentre passeggiavamo pigri per la città, io avevo colto il lampo di curiosità nei suoi occhi e avevo deciso di regalarglielo per l’imminente anniversario. Una novità quel regalo nella quiete monotonia delle nostre abitudini: un mazzolino di rose, un dolce e un bacio accennato, questo era il copione consueto dei pochi eventi da calendario. La sua faccia stupita alla vista dello Springfield ripulito e lucido era stata la mia migliore ricompensa, l’avevo decisamente sorpreso e anche felicemente. Negli anni successivi l’avevo visto spesso smontare e rimontare l’arma, ripulirla e ammirarla; l’aveva persino rimessa in funzione e si era spinto fino a un poligono di tiro per provarla, tra la curiosità e l’ammirazione di tutti. Lo Springfield in casa faceva bella mostra di sé sopra il caminetto, al centro della casa. E lì era rimasto negli anni, a lui il compito di spolverarlo, pulirlo, oliarlo e riporlo di nuovo al suo posto d’onore. Anche il fucile, come tutto il resto, era entrato nella monotona consuetudine delle nostre vite.

Eppure ero convinta che non se ne sarebbe mai privato, c’è chi si affeziona a un cane, a un gatto, a una moglie persino… c’è chi non si separa da un libro, da un vaso cinese, lui aveva il suo fucile, compagno dei suoi pensieri, testimone privilegiato della commedia della nostra vita coniugale. Certo come “sit-com” lasciava un po’ a desiderare: statica, sicuramente, pochi dialoghi, spesso ripetuti, sicuramente banali. Ma era la nostra vita.

E invece se ne era andato lasciandolo lì al suo posto, come me d’altronde, ma non era stata una dimenticanza, no al contrario: era stata una scelta precisa, l’ultima vigliacca stoccata. Sì, perché attaccato al calcio avevo trovato un biglietto scritto di suo pugno: un cartoncino doppio, uno di quelli che conservavamo nel cassetto in alto a destra della scrivania, uno di quelli che si usavano per gli auguri per le feste, per i compleanni o per le condoglianze. Lui ne aveva scelto, o più probabilmente preso a caso, uno a tema pasquale: pulcini e uova colorate, un’atmosfera primaverile, di festa, che invitava alla pace e che cozzava pesantemente con le poche parole scritte di fretta con la sua consueta grafia un po’ storta: “Non ne ho più bisogno, la guerra è finita”.

Che cosa intendesse dire non mi era chiaro, non comprendevo il senso di quelle parole e neanche i sottintesi. Ma ciò che, invece, avevo afferrato immediatamente era la stilettata velenosa, l’acredine, quell’astio che mi era arrivato come un pugno allo stomaco. Da dove si originasse quella rabbia non lo capivo, così come ne ignoravo totalmente le ragioni.

Nei primi momenti di sconforto e smarrimento avevo ripercorso dapprima le ultime settimane, poi i mesi e poi gli anni alla ricerca dell’origine, della sorgente di tutto, ma non avevo trovato nulla.

Possibile che non mi fossi accorta di niente?
Che ormai, così assuefatta alla quotidianità, non mi fossi resa conto che qualcosa stava cambiando?
Che il leggero venticello stava silenziosamente evolvendo in tempesta?
O forse non avevo voluto cogliere io stessa le avvisaglie, possibile che fossi stata così cieca?
Cieca lo ero stata sicuramente, ma scema no!

Qualcosa era successo e decisi di scoprirlo, anche se ci avrei impiegato il resto della mia vita. Tempo ne avevo. Ma da dove cominciare?

Mi sentii improvvisamente un naufrago approdato in terra straniera, senza più radici né punti di riferimento. Mi sentii tanto piccola in una vita tanto grande ed ebbi pietà di me stessa. Mi vidi lì, sola, persa, indifferente alla pioggia degli eventi che mi erano piovuti in testa. Nel frattempo un nuovo sentimento si faceva spazio nella mia anima confusa: una dolce malinconia che colmò la mia ansia e mi permise, finalmente, di piangere. Piansi a lungo, piansi in silenzio, piansi grosse lacrime che, scendendo lungo il viso, si raccolsero nelle mani chiuse in grembo. Quando ebbi esaurito tutta la mia scorta, rialzai la testa e mi guardai intorno cercando di vedere oltre il velo del pianto. Nulla era mutato all’interno del locale, la cameriera era ancora dietro il bancone e leggeva una rivista, concentrata sulle ultime novità da Hollywood. L’uomo vicino alla porta si era assopito sul boccale ormai vuoto. Anche la musica si era interrotta, e nell’aria rimaneva solo il ronzio continuo del neon che illuminava sinistramente metà del locale.

Era ora di tornare a casa. Aprii la borsa e cercai una banconota che lasciai sul tavolo sotto il portacenere trasparente. Poi tirai fuori la carta grigia e, di nuovo, incartai il mio muto compagno riponendolo nella grande sacca con cura. La strada verso casa non mi era mai parsa così lunga. Camminando veloce mi guardavo intorno, circospetta, all’inizio timorosa di incontrare volti noti a cui avrei dovuto, necessariamente, fornire spiegazioni che non avevo. Poi rallentai, ammaliata dalla luce sbieca del crepuscolo e mi chiesi con stupore se le strade, gli alberi, le facciate delle case potessero avere, anche loro, una memoria. Se potessero conservare il rumore dei passi, i richiami delle madri, le risate degli amici, i sussurri degli amanti o se anche tutto questo fosse destinato a perdersi, nel silenzio sospeso del crepuscolo.

Alla luce ormai incerta della sera mi fermai sul ponte del piccolo fiume che attraversava la città. Appoggiata al parapetto vidi ciò che era rimasto del mio matrimonio cadere in acqua e affondare, mentre il biglietto, galleggiando, proseguiva la sua corsa solitaria trascinato dalla corrente. Quando, poco dopo, scomparve anche lui nell’oscurità, ripresi la strada del ritorno.

La casa mi accolse, buia ma familiare: il giardino ben curato, la staccionata bianca e il porticato con il dondolo di legno e i cuscini a fiori. La caraffa del tè di vetro blu con i grandi bicchieri colorati era rimasta sul tavolino di ferro battuto vicino alla porta. Una lunga scia di piccole formiche approfittava della mia assenza, banchettando con le briciole sul pavimento di assi della veranda. In una giornata normale mi sarei precipitata a ripulire, ma in quel momento mi limitai a guardarle e, dopo averle scavalcate avendo cura di non disperderle, entrai in casa.

Mi sedetti sui primi gradini della scala di legno davanti alla porta e lì rimasi in attesa, con la testa appoggiata di lato alla balaustra bianca. Mi assopii e sognai sogni confusi e facce note. Quando, trasalendo riaprii gli occhi, lasciai che i battiti del mio cuore rallentassero e smettessero di rimbombare forte nella mia testa, prima di alzarmi e salire. Al buio, a tentoni, attraversai a passo sostenuto il lungo corridoio, aprii tutte le porte che incontrai lungo il passaggio e mi diressi spedita nella stanza matrimoniale, verso il grande armadio ai piedi del letto. Spalancai tutte le ante superiori e inferiori con forza, facendone gemere le cerniere, poi afferrai i cassetti e ne svuotai il contenuto sul pavimento in un tripudio di camicie dai colori spenti, cravatte regimental e completi di fresco lana. Poi passai alle magliette, alle polo, ai maglioni e alla biancheria intima. Solo quando ebbi scovato anche i fazzoletti, i pantaloncini per lo sport, le sciarpe, i cappelli e i costumi da bagno mi arrestai e, esausta, mi guardai intorno. Nel marasma generale intravidi un attimo, nel grande specchio sopra la cassettiera, la mia faccia. Nella corsa concitata non avevo neanche acceso le lampade e nella camera, appena rischiarata dalla luce giallastra del lampione sulla strada, mi sembrò di scorgere uno spettro: gli abiti in disordine, i capelli dritti e spettinati, gli occhi spalancati e lucidi sul viso scuro in penombra. Avevo ancora le scarpe e la giacca, la borsa a tracolla e la sacca sotto il braccio. Tutto appariva stravolto anche i gesti consueti e quotidiani erano saltati. Mi bloccai di botto e una risata mi risalì in gola e mi scoppiò in bocca: risi, risi tanto, risi forte, risi fino alle lacrime, risi accasciata a terra strappando camicie e lanciando calzini, calpestando giacche, rompendo bottoni. Lo feci a lungo, lo feci meticolosamente e, quando alla fine rialzai la testa, tutto mi apparve nuovo e possibile.

Improvvisamente leggera, spinta da una nuova forza mi sollevai da terra e, recuperati dei sacchi neri, li riempii di tutto ciò che ingombrava il pavimento, il letto e i mobili. Poi passai alle altre stanze e le svuotai di tutto il passato: oggetti, libri… Ogni sacco venne riempito e chiuso e a ogni sacco la medesima sorte: un lancio preciso dal primo piano nel giardino sul retro. A notte fonda una collina scura copriva la visuale del giardino dalle finestre della cucina, ma io non la vidi, i miei occhi erano proiettati oltre lo spazio ristretto della mia esistenza, verso un nuovo chiarore lontano, verso l’orizzonte.

© Testo – Alessandra Facciolo
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::
Immagine di copertina di Martin Kollar, modificata da Stefano Angelo

:: Nota: Questo racconto, ispirato da una foto (di Martin Kollar) mostrataci da Mattia Grigolo durante un suo corso di scrittura creativa del 2019 (organizzato da ItaliaAltrove Francoforte), è un frammento di una raccolta – I racconti della donna con il fucile – che avrebbe dovuto dare vita a una pubblicazione cartacea. Purtroppo, causa COVID e impedimenti vari, il progetto si è arenato. Di tanto in tanto pubblicheremo alcuni di questi frammenti per rievocare un’esperienza, quella del corso, che ha comunque dato il “la” a nuove avventure su questo blog ::

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Foto di una goccia sospesa

Goccia

:: di Salvina Pizzuoli ::

¿Qué es la vida? Un frenesí.
¿Qué es la vida? Una ilusión,
una sombra, una ficción,
y el mayor bien es pequeño;
que toda la vida es sueño

y los sueños sueño son.

PEDRO CALDERÓN DE LA BARCA “La vida es sueño

Gocce, gocce, gocce…
Sembrano simili, ma sono tutte diverse, ciascuna con la propria particolarità.
Dolci, salate, gonfie, sottili e lunghe, iridescenti, opache, veloci, pachidermiche, calde, gelide, penetranti, effimere.

Il paragone non regge?
Forse no perché nel mio immaginario sono solo femmine.
E femmine siano, sì.


Ipotesi 1

Siamo gocce, di un mare più grande.
Ci confondiamo in questa moltitudine, ma noi sappiamo di essere uniche e viviamo questa specificità, amiamo questa unicità.

Come gocce scorriamo, attraversiamo sentieri piani o impervi, discese che paiono salite, pericoli, tragedie di piccole gocce che sanno resistere fino in fondo o si dissolvono rapide o si seccano lente.

Sì, ho attraversato il mio sentiero e lasciato parte di me senza rammarichi, con consapevolezza poi, senza appartenenza agli inizi, quando si lascia, senza sapere.

Sì, mi piace questo paragone, questa metafora, questa similitudine.

Ho resistito, ho dato, non ho mai disperso?
Disperso sì, disperato no.

Chiusa come crisalide dentro la scorza della mia goccia: ho guardato fuori, ho visto, ho ammirato, non sempre ho afferrato il senso sfuggente, ma ammaliata ho goduto e mi sono nutrita di Amore e Bellezza; dentro il mio guscio protettivo e caldo ho percorso il mio tragitto come dentro una luce che non si è spenta mai, neanche ora che mi sento prossima al confine.

Confini, limitazioni.

Mi piace, anzi è già da tempo che mi stuzzica immaginare, anzi sostenere che come gocce in un mare più grande siamo vita che non si perde mai, scorre senza limiti e limitazioni per infilarsi in un tutto, fuori dalla crisalide, ma avvolgente e caldo, più indistinto, meno peculiare, più noi, senza io.

La fine del percorso ci fa paura.

Assuefatte allo scorrere ci sarebbe piaciuto all’infinito, vedere, guardare ancora, capire, imparare.
Ci hanno convinte che non si possa e prove schiaccianti lo possono confermare.

Ma con che occhio guardiamo?
Quello dell’involucro che da sempre ci copre e accompagna? che si evolve e decompone?
Non sa guardare bene, è perfettamente imperfetto.

Afflato, respiro, soffio, quanti sinonimi per l’immortalità!

Gocce e come tali, come acqua entriamo in un percorso più ampio perdendo spoglie che germoglieranno dentro altri percorsi, e ancora e ancora, imperituri e potenti.

Illusione?

Quante hanno fatto parte integrante del percorso.
Ma io lo so, sono vita della Vita che mi accomuna a tante altre che non scompariranno se non dentro un mare più vasto e meno imperfetto, dove riconoscersi o confondersi non sarà limitante.

Tutte?

Sì, il mare accoglierà come un grande abbraccio le imperfezioni e cattiverie e tristezze e meschinerie che ci hanno accompagnato, senza giudicare, senza assolvere, ma lasciando a ciascuna il peso del proprio personale fardello… che chissà, mescolato nel mare più grande, sarà poi più leggero?


Ipotesi 2

Gocce.

Si stemperano, evaporano, svaniscono, si dissolvono leggere.

Il calore prima avvolgente e protettivo, quasi un secondo involucro.
Il calore poi, penetrante, pungente e doloroso, scompone e decompone l’involucro originario.

Si spezza e si apre.

Leggerezza che abbaglia.

Nude, eteree, impariamo a volare, più leggere dell’aria.

Si sale, sciolte in particelle, sempre di più, minime ormai.

Senza sentire, senza essere.

Umidità che si nebulizza, iridescente.

Polvere d’acqua.

Senza sofferenza, senza timore, senza.
Nulla.

Una folata di vento più freddo. E ricadere come goccia, nell’eterno ritorno.


Ipotesi 3

Gocce.

Si gelano, s’induriscono, si gonfiano, si solidificano.

Il gelo prima avvolgente, quasi un secondo involucro.
Il gelo poi, penetrante, pungente e doloroso, scompone e decompone l’involucro originario.

Si chiude e s’irrigidisce bloccato.

Fissità.

Vedere solo in un punto.

Scoprire nulla.

Senza sofferenza, senza timore, senza.
Nulla.

Per sempre.
Nel ghiaccio per sempre.

© Testo – Salvina Pizzuoli
:: Editing a cura di Stefano Angelo ::
Immagine di copertina realizzata da Claudia Wollesen (Pixabay licence)

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La casa

La casa

:: di Umberto Gorini ::

Era calata la sera e accelerai, allungando il passo.
Non vedevo l’ora di arrivare a casa e rivedere Anita, la mia compagna, che sicuramente aveva preparato una bella cenetta. Quando lei era al lavoro toccava a me preparare i pasti, ma non ero di certo alla sua altezza. Anita era infermiera e oltre alla salute provvedeva anche alle grandi e piccole incombenze dei restanti anziani, abitanti di quel paesino sperduto dell’entroterra ligure.

Io, invece, ero la controparte tecnica di Anita. Allestivo, riparavo e risolvevo problemi di antenne, ricevitori, televisioni, telefoni, collegamenti internet etc. Ma forse il mio compito più importante e non retribuito era quello di parlare con le persone, ascoltare quei pochi vecchi rimasti abbarbicati al paese. Come me del resto. Questa riflessione si inserì estranea nel flusso dei miei pensieri: già! Rimanevano avvinghiati a un paese che piano piano, senza uno straccio di negozio, uno spaccio o una rivendita di tabacchi, si stava spopolando.

Lì si sperimentava da tempo la telemedicina e spesso io o Anita eravamo accanto a qualche abitante per prestare assistenza. Per il resto il medico con l’ambulanza veniva – quando veniva – in casi estremi e spesso con troppo ritardo. I figli se ne erano andati e poco dopo anche i genitori li avevano seguiti. Qualcuno era rimasto e nei primi tempi figli e nipoti ritornavano d’estate e per qualche settimana il luogo si rianimava, ma poi ritornava il silenzio e la pace. I verdi prati intorno, i boschi e i sentieri, la tranquillità… tutte cose che io e Anita apprezzavamo ma che ai giovani non interessavano o addirittura detestavano. Così col passar degli anni non venne praticamente più quasi nessuno.

Certo, c’erano internet, Skype e quant’altro che permetteva a molti, se non tutti, di tenersi in contatto col mondo e con figli e nipoti. Per loro ero indispensabile, o almeno così mi sentivo io. Altri, ancora in buona salute e incuranti delle novità tecnologiche, curavano qualche albero di olive, un orticello o andavano per boschi e si fermavano a guardare il panorama dalla collina.

Pensai a quando non ci sarebbe rimasto più quasi nessuno. Allora che cosa avremmo fatto, noi due? Anita da qualche tempo, prima solamente accennando e poi diventando sempre più esplicita, mi aveva detto che desiderava un bambino, anzi più di uno. Io amavo i bambini, ma avevo qualche perplessità per la scuola lontana, per la mancanza di altri bambini con cui giocare e anche per il troppo silenzio del luogo. Ma quella sera avrei preso Anita tra le braccia e messo da parte le mie riserve. In fondo i figli non erano un’ipoteca e un’assicurazione sul futuro? E noi, abbastanza giovani, se non proprio giovanissimi, avevamo ancora molti anni da trascorrere insieme.

Felice, di aver preso questa decisione, cambiai il lato della strada che stavo percorrendo. Da destra a sinistra. Senza pensare, automaticamente. Ma poi, voltandomi, vidi la “casa”.

Era un po’ lontana dalla strada dentro una specie di piccolo parco ormai inselvatichito, circondato da una recinzione di legno molto malridotta.

Mi vennero prepotentemente in mente le dicerie e le voci su quella casa. Voci e dicerie del tipo si “sentiva”, si “vedeva” ma mai niente di più dettagliato. Da ragazzo avevo tentato di saperne di più e i vecchi del paese mi avevano raccontato di una famiglia felice che all’improvviso aveva lasciato tutto per andarsene lontano. Forse in America o in Australia e così la casa era rimasta abbandonata.

Ripensai, sorridendo, alle prove di coraggio che effettuavo da ragazzino con i miei amichetti. Queste prevedevano dapprima di scavalcare il cancelletto sempre chiuso, avvicinarsi alla casa, poi alla porta d’ingresso chiusa e infine la prova suprema: toccare il pomello della porta. Di più non avevamo mai osato, anzi eravamo scappati di corsa, senza sapere il perché e nessuno aveva mai detto o confessato il brivido di paura che avevamo sentito dentro di noi.

Anni erano passati. Molti anni. La “casa” era pian piano – sebbene sempre lì – quasi scomparsa anche dalle chiacchiere dei vecchi sulla panchina. I miei compagni di gioco e di avventura erano pian piano andati via e io, preso dalle molteplici attività, non ci avevo praticamente più pensato o forse avevo semplicemente rimosso il ricordo.

Riguardai la casa ben delineata nel chiarore lunare. Anche se abbandonata sembrava ancora in buono stato. Guardai meglio. La porta dell’ingresso sembrava socchiusa, anzi era socchiusa e da uno spiraglio usciva una lama di luce bianca, molto più bianca di quella lunare.

Possibile? Ci sarà qualcuno? – mi chiesi.

Ritornai sull’altro lato della strada, davanti al cancelletto. Ero indeciso: ritornare sui miei passi, andarmene a casa, stringere Anita tra le braccia e fare progetti per il nostro futuro? Oppure andare a vedere che cosa c’era dietro quella porta socchiusa? Scrollai le spalle: ancora paura della “casa”? Alla mia età?

Aprii il cancelletto che non emise, stranamente, nemmeno un cigolio e percorsi quelle poche decine di metri fino all’ingresso. Qui mi fermai e ricordai che questo era quasi il limite massimo a cui mi ero spinto da bambino. Non si sentiva nessun suono o rumore. Salii i tre gradini e mi avvicinai alla porta. Cercai di guardare attraverso lo spiraglio, ma la luce era così intensa che non riuscii a scorgere niente.

Sfiorai con la mano il pomello, velocemente, come se avessi paura di prendere la scossa o che fosse incandescente. Tirai un lungo sospiro e spalancai la porta.

Prima di varcare la soglia mi concessi ancora una manciata di secondi: scorsi un corridoio. Quella strana luce proveniva proprio dalla porta in fondo a quel corridoio. Oltrepassai la soglia, deciso ma anche molto cauto. Ai lati del corridoio non c’era nulla, nessuna altra porta, nessun mobile o quadro.

Andai verso la luce, verso quella porta aperta…
Entrai in una grande stanza piena di quella luce strana, ma spoglia e disadorna. L’unico oggetto presente, una poltrona posta esattamente al centro della sala. Le finestre erano coperte da pesanti tende che lasciavano trapelare appena un lucore lunare. Da dove veniva dunque tutta quella luce?

Mi avvicinai alla poltrona, di stoffa verde. La guardai attentamente. Passai un dito sullo schienale. Nemmeno un granello di polvere. “Strano” – pensai. E girai ancora con lo sguardo l’intera stanza, ma già sapevo che l’avrei fatto.

Mi misi seduto sulla poltrona.

Si stava molto comodi, anche se cedeva leggermente adattandosi alla mia figura, piuttosto pienotta – grazie alle arti culinarie di Anita alle quali opponevo da tempo una sempre più debole resistenza.

Dopo aver assaporato quella sensazione di comodità, mi chiesi che cosa stessi in fondo facendo lì, in quella stanza, seduto su quella poltrona, quando davanti ai miei occhi si aprì una visione, o meglio mi trovai completamente immerso in una scena in cui due giovani si rincorrevano su una spiaggia, giocando, scherzando per poi baciarsi, scambiandosi sguardi a dir poco intensi. Io non soltanto vedevo, ma sentivo il rumore del mare, l’odore salmastro, gli stridii dei gabbiani. Sentivo la sabbia, le alghe sotto i miei piedi nudi. Ero così vicino a questi due giovani felici e sconosciuti che avrei potuto sfiorarli con la mano.

Ma all’improvviso tutto si dissolse e mi trovai in tutt’altro ambiente. Una donna a cavallo, una donna matura. Un’andatura leggera tra colline piuttosto brulle adornate da qualche alberello striminzito. Sembrava assorta in pensieri. Percepivo che era in difficoltà, sentivo il dorso del cavallo sotto di me, il suo sudore e il suo sbuffare mentre arrancava un po’ in salita per un sentiero poco battuto. A che cosa pensava, con gli occhi rivolti in basso, mentre teneva distratta le redini con una mano?

Ma non ebbi tempo di riflettere su qualche ipotesi che di nuovo qualcos’altro si aprì ai miei occhi. Un uomo sedeva accanto a un letto, dove una donna giaceva immobile, tra apparecchiature, tubi, cavi e fili di ogni genere. Certamente un ospedale. L’uomo la guardava fisso e silenzioso. Lei era completamente immobile, con gli occhi chiusi. L’uomo si avvicinò e la baciò delicatamente sul volto: sulla guancia, sulla fronte, sulla bocca. Baci lievi e leggeri, quasi più accennati che dati. Su tutto aleggiava un forte odore di medicinali e di…

Non riuscii a finire il pensiero che mi trovai in un ambiente pieno di rumore e di odore di metallo. Uomini e donne montavano pezzi meccanici e lamiere, intorno a una scocca di automobile. Braccia meccaniche di robot ruotavano su sé stesse. Sul pavimento si vedevano pezzi di metallo, viti, chiavi e altri attrezzi sul nudo cemento. Gli uomini e le donne lavoravano con gesti ripetitivi e quasi non scambiandosi una parola. Ogni tanto certe macchine emettevano sibili o segnali d’allarme e spie rosse lampeggiavano furiose.
Mi tornò in mente quando da giovane entrai in fabbrica e vi restai per un anno esatto. Ma non era per me.

La fabbrica sparì e una torma di bambini eccitati prese il suo posto. Correvano lungo una strada coi visini rossi, urlando e prendendosi in giro con uno sfottio continuo e assillante. Credetti di riconoscerne qualcuno, ma chi? Un bambino rimase indietro. I compagni lo chiamavano, lo invitavano ad andare con loro, ma lui li fissò silenzioso e prese la direzione contraria.

Poi immagini e situazioni, alcune molto tristi, altre felici e altre ancora indecifrabili si susseguirono sempre più rapidamente in una ridda di colori e suoni e sensazioni fortissime.

Quanto tempo era trascorso da quando mi ero seduto su quella poltrona? Tanto? Poco?

Poi calò il silenzio. Luci e colori scomparvero e mi vidi seduto nella poltrona in quel luogo disadorno. Vidi me stesso, Cesare. Guardai la mia faccia, guardai dentro i miei occhi spenti e allora capii.

© Testo – Umberto Gorini
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

© Immagine – Elena Barsottellilink su Instagram

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:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::


Foto aereo mb339 di Elena Barsottelli

Un giorno perfetto

:: di Bernardo Tomea ::

Adoro l’estate. Dichiarazione scontata, penserai. Ma per uno come me, che vive a Frankfurt am Main da 11 anni, l’estate comporta cambi a dir poco significativi. Cambi netti: colori, odori, suoni. Tutto diverso, o forse sono io ad esser diverso… Assaporare giornate terse diventa, così, un piccolo lusso che lascia retrogusti insperati. Sorprendenti, direi.

Amo l’estate, ma c’è una cosa che amo di più. Amo volare! Amo le sensazioni, le emozioni, i palpiti che solo il volo mi sa dare. Sensazioni spesso intime, spesso intense. Un volo si può condividere ma le sensazioni no. Il corpo, i sensi reagiscono in maniera diversa rispetto alle esperienze di quota zero.


Alcuni voli sono un’esperienza quasi spirituale, altri, invece, richiedono molta presenza fisica. Per questo, di solito, amo volare da solo. Di solito…

In estate, stranamente, no. Forse perché l’estate è veramente breve da queste parti. Così in estate, alcune volte, mi piace condividere l’esperienza del volo con altre persone. Mi piace condividere con gli altri la prospettiva privilegiata di chi vola a duemila piedi. Mi piace sondare, scoprire, capire, come l’esperienza abbia ridestato nei miei ospiti sensazioni sopite. La routine abbassa la capacità di percepire il nostro intorno. Per questo una bella scarica di adrenalina, di tanto in tanto, ci vuole proprio. Lo dico ridendo. Anche perché, specialmente per i neofiti, ritrovarsi tra le nuvole su un Katana (un piccolo aereo biposto da addestramento) dà una bella scossa… Qualche volta, se capita di parlarne, i miei passeggeri possono essere intimoriti nello scoprire che sono abilitato al volo acrobatico e mi tocca rassicurarli: “Nessuna acrobazia per oggi, non preoccuparti, ma è un’ottima maniera per avere maggior confidenza con l’aria”. Confidenza relativa, ripensandoci, perché pur volando un paio di volte a settimana, so che ogni volo è differente, so che ogni volo mi regalerà qualcosa e non so mai quello che mi aspetterà.

Così, a fine luglio, ho incontrato un amico all’aeroporto proprio all’orario di apertura (0800 CEST).

Mi piace essere tra i primi ad arrivare all’aeroporto di Egelsbach, a pochi minuti dal centro di Francoforte.  Mi piace tirare fuori l’aereo dall’hangar mentre l’aria è ancora fresca, prima che inizi il caldo che, di anno in anno, si fa sempre più torrido. Mi piace fare i controlli pre-volo nel silenzio del piazzale con solo il rumore delle bandiere e della “calza a vento” mossi dalla brezza mattutina.

Ma oggi sono in compagnia, così eseguo i controlli pre-volo spiegandoli, in maniera dettagliata, al mio ospite e gli spiego anche perché sono fondamentali per la sicurezza del nostro volo. Nel corso degli anni trovo che, in realtà, dire ad alta voce quello che sto facendo o sto per fare, mi rende meno incline a dimenticare le cose e commettere errori, quindi mi piace avere, di tanto in tanto, una persona che mi stimoli ad esser, solo con la sua presenza, maggiormente preciso, senza sentirmi come un matto, privo di pubblico, che va blaterando ad alta voce intorno e dentro al velivolo. 

Ricapitolando: carburante buono, tutti i sistemi funzionano a dovere, io mi sento stupendamente bene.

Contatto la torre per chiedere la pressione (che mi serve per regolare l’altimetro correttamente) e la pista che dovrò usare… 

“Delta Echo Whisky Whisky Foxtrott , Pista 26, Pressione 1014 Hg” ripeto alla torre.

La torre mi dà l’ok definitivo. Mi allineo sulla RWY 26 e mi preparo a decollare in quello che sembrava il giorno più limpido e calmo dell’anno.

Il decollo è rapido e morbido, l’ombra si stacca da terra a 55 nodi. Dopo la salita iniziale mi dirigo a sud verso Darmstadt e ancora oltre verso le colline che si ergono a sud della città.

Vicino alle colline l’aria è liscia, quasi vellutata. Sembra quasi che accarezzi la fusoliera. Non so come spiegarlo, ma queste carezze le sento anche io. Lo dico sempre ridendo al mio ospite che mi guarda un po’ perplesso. Intanto ci godiamo il panorama, la visibilità è praticamente illimitata. Subito dopo aver superato la città di Darmstadt con una direzione sud, volgo lo sguardo direttamente a Mannheim e alla valle del fiume Neckar, affluente del Reno, dove si trova la città di Heidelberg. Che meraviglia!

Sorvoliamo il Reno a 1500 piedi, il colore delle sue acque è di un insolito blu. Mentre sto monitorando gli strumenti, nella mia “pancia” sento che un giorno come questo è una benedizione, un pieno di libertà, che sgombra la testa dallo stress del lavoro e inietta ricordi mozzafiato. Mi fa paura pensarlo, ma sento che sono felice, mentre passiamo sopra uno dei miei castelli preferiti…

Ogni collina ha un castello. Volo sopra Burg Frankenstein, proprio il castello della novella di Mary Shelley, poi sopra Schloss Auerbach con la sua curiosa pianta triangolare. Mi tuffo ad est nella valle che porta sul paesino di Fischbachtal. I boschi sono interrotti da prati e campi. Agglomerati di poche case con i tetti spioventi sono sparsi qua e là. Sotto di me, qualche automobile percorre le curve delle bellissime strade di campagna.

A questa altitudine volano solo falchi e aquile e a me sembra quasi di essere un intruso. Non sto volando da ‘A’ a ‘B’, magari con la giustificazione di un viaggio di lavoro. Mi sto appropriando della libertà e della vista che appartengono a un’aquila.  Per questo mi sento grato e umile allo stesso tempo.

Continuo verso Nord, ormai preparandomi all’atterraggio quando qualcosa attraversa la mia traiettoria verso l’alto, veloce e improvviso. Il mio ospite lancia una imprecazione. Ma io rimango in silenzio. Sono solo concentrato sull’oggetto. Non capisco immediatamente cosa sia, o in che direzione stia volando, vedo solo una scia bianca. Istintivamente porto la barra di comando a fondo corsa verso destra cercando di spostarmi dalla traiettoria dell’oggetto. L’aereo risponde al meglio delle sue possibilità, ma la virata del piccolo Katana non è quella di un mezzo acrobatico. In pochi istanti l’oggetto completa un giro della morte e scende, in picchiata, esattamente allineato alla mia ala sinistra, grazie al cielo appena qualche metro più in là. Allora riconosco la sagoma di un modello radiocomandato a turbina. Un maledetto giocattolo! Porto l’aereo di nuovo in volo livellato. Guardo indietro. Respiro. Controllo i dati dell’altimetro. Il mio ospite è pallido e silenzioso, sembra quasi che stia trattenendo il respiro. Chiamo il controllo radio di Langen e faccio rapporto sull’incontro ravvicinato. Così ravvicinato che mi rendo conto di essere appena entrato nelle statistiche degli avvenimenti aeronautici a causa di quello che in gergo tecnico si chiama un “near miss”, una collisione mancata per poco.

Continuo verso Egelsbach per atterrare.  Atterro pochi minuti dopo, posando delicatamente il carrello sull’asfalto della pista. Sulla pista di rullaggio tre o quattro aerei sono già allineati per il decollo, ignari della mia disavventura. Non trovo inizialmente le parole per commentare con il mio passeggero e preferisco concentrarmi sui controlli dopo il volo e fare subito un paio di telefonate per fornire maggiori informazioni, che quando si è “in frequenza” non c’è il tempo di dare. “L’abbiamo scampata…” dico poi sospirando. Il mio ospite, ancora a bordo con le mani piantate sul cruscotto, dice con un fil di voce: “Siamo a terra”.
Cosa sarebbe successo se l’aereo giocattolo a turbina ci avesse colpito? Chi lo controllava? In che direzione volava? È successo tutto così rapidamente che non sono in grado di rispondere a queste domande. Tutto si farà più chiaro nei giorni seguenti, riguardando i video presi dalle due telecamere che ho a bordo e dopo il rapporto alle autorità.

© Testo – Bernardo Tomea
© Immagine – Elena Barsottellilink su Instagram
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


nota: per avere una idea su questi “piccoli giocattoli” ecco un video


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