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PUBBLICAZIONI EDIDA

Passione per la scrittura
ESPLORA
Il dito medio

Il dito medio

:: di Stefano Angelo ::

– Non ce la faccio più.

– Che succede chavalín?

– Smettila di parlarmi in “itañolo” che non vivi più in Spagna. E poi non sono più un ragazzino.

– Come che non vivo più in España, ma se l’Europa dovrebbe essere una Spagna allargata!

– Ma che dici nonno? Allora i tedeschi potrebbero dire che l’Europa dovrebbe essere una Germania allargata! Ma non è così!

– Guarda che i teutoni ci hanno già provato una volta e secondo me continuano a provarci, anche se in forme diverse…

– Ma bastaaa! Che nel 1939 non eri nato nemmeno tu!

– Dettagli (e poi pensavo un po’ anche al dodicesimo secolo).

– Ma che dettagli, piuttosto spiegami perché solo noi usiamo la parola “tedeschi”. In spagnolo si dice Alemania y alemanes, in inglese Germany and Germans, in francese si dice Allemagne et Allemands, perché diamine noi usiamo la parola “tedeschi”?

– Ma quante lingue tu sai? E poi se continua così saremo sul serio tutti “tedesken”, studia solo il tedesco che è meglio, va…

– Ma basta con ‘sta crisi post elezioni. Anche il comunismo è morto e in fondo non è servito a niente, anzi ha fatto solo danni.

– “Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?”

– Smettila di citare Gaber e dimmi qualcosa di sensato.

– “L’ideologia, l’ideologia, malgrado tutto credo ancora che ci sia”

– Al massimo puoi dire “spero” ancora che ci sia…

– Ma basta “non parlare” di politica, veniamo “a noi!” (accennando, ridendo, il saluto fascista) Cosa ti turba nipotino mio? Luce dei miei occhi, lampadina del mio bagno da 100 watt.

– Sei solo invidioso perché la nonna mi diceva che sono “bello come il sole” mentre a te non lo ha detto mai (ridendo di gusto).

– Quisquilie. Allora, vuoi dirmi perché sei venuto a disturbarmi mentre mi stavo godendo il mio sigaro toscano?

– Semmai ti stavi vedendo un porno, dai nonno che li so tutti i tuoi segreti.

– Zitto zitto, con tutti i droni che ci sono, altro che Orwell.

– Ma se ne usi uno anche tu per spiare le vicine di casa!

– Appunto (ridendo di gusto). Ma alla mia età non possono mica mettermi in prigione.

– Hai ragione! (ride anche il nipote, citando Gianna Nannini)

– Allora, vuoi svelarmi l’arcano?

– Va bene nonno. Torniamo seri. Il problema è che non sopporto più la mamma.

– E che succede? Cosa avrà mai fatto questa volta quella santa donna.

– Mi dice che non posso fare “il dito medio”, che è volgare.

– E non ha ragione?

– Ma se a scuola lo fanno tutti, anche i professori, a volte.

– Non farmi ritirare fuori la storia del salto nel pozzo, per favore.

– Ma non centra l’imitazione o l’esser succube delle mode, come dici te. Il fatto è che ormai sono grande e posso dire le parolacce, anche con le mani se voglio.

– Di nuovo con “l’erba voglio”, che lo sai già “la un nasce neanche ’n Boboli”.

– Nonnooo ma basta con le citazioni e basta dirmi che non posso fare quello che voglio io fino a quando non mi metto a lavora’, che tanto di lavoro ce n’è poco.

– Questo è vero, però il rispetto delle regole di una casa è una cosa importante.

– E perché io non posso partecipare alla stesura di queste fantomatiche regole? E poi… magari fossero messe per iscritto. Escono così, all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Secondo me mamma e papà se le inventano di volta in volta solo per farmi impazzire. I grandi hanno troppo potere!

– Ecco questa cosa della limitazione dei poteri potrebbe esser interessante, ma non in questo caso.

– Come no in questo caso! Se continua così, io ai 18, vivo, nemmeno ci arrivo.

– Non fare il melodrammatico. Te lo abbiamo detto centinaia di volte. Fino a una certa età conta più l’esperienza dei genitori, sono loro che possono vedere oltre e darti buoni consigli.

– Appunto, dovrebbero essere consigli e non imposizioni.

– Imposizioni, non esageriamo. D’altronde loro a scuola non ci sono. Se fai il “dito medio” in classe nessuno ti vede. Tranne io con il drone, ovviamente (grassa risata).

– Però perché dovrei comportarmi in un modo in casa e in un altro fuori casa. È un delirio.

– Ma nemmeno puoi comportarti con i tuoi genitori come se fossero i tuoi amici di cortile.

– Ma che cortile, nonno! Nel cortile ci giocavi tu!

– Va bene, va bene, ma dovresti capire il senso. La famiglia e la scuola dovrebbero essere delle “istituzioni” con delle regole da rispettare. Regole buone per farvi crescere in maniera migliore, per prepararvi a essere dei buoni cittadini. Già la scuola si è sbracata abbastanza. Ai miei tempi ci si alzava quando entrava un adulto. Preside, insegnanti, bidelli dovevano esser rispettati.

– Ma nonno, se il bidello adesso non esiste nemmeno più e si chiama “collaboratore scolastico”.

– E lo spazzino che si chiama adesso “operatore ecologico”. Senti. la distinzione tra forma e sostanza la lasciamo per un’altra volta, altrimenti si diventa scemi. Torniamo “a noi” senza braccio alzato. La questione è che in una società non può regnare l’anarchia, perché l’anarchia, come il comunismo, è una utopia. Ora non mi far tirar fuori ricordi sbiaditi su Thomas More o su Pierre Joseph Proudhon o alcuni Illuministi. Per vivere in una società senza regole dovremmo raggiungere prima un punto estremo di evoluzione. Un tal punto che in parte cancellerebbe la natura stessa dell’uomo. Senza entrare nei dettagli, per poter vivere senza regole l’uomo, il cittadino, dovrebbe esser così evoluto da rispettare il prossimo “oltre natura”. Non ci dovrebbero essere invidie, egoismi, avarizie, ingordigie ecc. Non dovrebbe esistere la moneta. Tutti dovrebbero produrre, al massimo, secondo le proprie capacità – ma senza stressarsi – e tutti dovrebbero consumare, al minimo – ma senza soffrire –, secondo bisogni fisiologici temperati attraverso l’educazione o addirittura una forma di “auto educazione”.

Questo è forse possibile?

A volte mi viene il dubbio che alcuni filosofi non avessero figli o non avessero tempo per osservarli.

Tanto per capirci… se adesso ti portassi in una pasticceria e il proprietario ti dicesse che puoi mangiare, gratis, tutti i dolci che vuoi, tu ti rimpinzeresti fino a scoppiare. Non saresti capace di pensare ad altri ipotetici ragazzini che potrebbero entrare in quella stessa pasticceria dopo di te. Saresti capace di svuotare il bancone senza lasciare niente, lucidandolo anche con la lingua.

– Dai nonno, smettila, non esagerare.

– Ma andiamo indietro nel tempo. Mi ricordo che quando tentavo di toglierti il sonaglino dalle mani, a pochi mesi di vita, urlavi come un ossesso e ti ribellavi. Ecco, in quel momento ebbi una visione: la “proprietà privata” è innata fa parte dell’istinto. Quanto tempo ci abbiamo messo per insegnarti che è giusto condividere i propri giocattoli anche con gli altri bambini. Cinque anni? Non lo ricordo nemmeno più. Però la condivisione è un valore importantissimo in una società. Senza condivisione di beni, mezzi, idee, conoscenze non si va da nessuna parte. E anche la condivisione ha bisogno di regole.

Quindi, visto il livello di educazione attuale… o meglio dire visto il livello della “buona educazione”, si può forse vivere senza regole?

Oppure, meglio vivere in una società imperfetta con delle regole di convivenza civile o vivere in una società perfetta con “auto-regole” inumane? In cui tutti sanno trattenersi e non svuotare il vassoio di pasticcini gratis?

La risposta facile non è. Queste domande te le lascio come promemoria per l’università, se esisterà ancora (ridendo). E poi l’assenza di regole esterne richiederebbe la presenza di regole “naturali” interne, che al momento non fanno parte della nostra umanità.

– Nonno mi hai fatto venire il mal di testa. Mi hai convinto, in casa non farò più il “dito medio”. Però del tuo discorso non ho capito nulla lo stesso.

– (Sì che hai capito, dai! Pensa il nonno soddisfatto) Dai chavalín, mettimi su “Le elezioni” di Gaber e fammi riprendere il mio sigaro interrotto…

– Vorrai dire “Le erezioni” nonno, non fare il furbo con me (dice ridendo il ragazzino selezionando il brano per il nonno sul loro mega impianto multimediale).

© Testo e immagine – Stefano Angelo

:: editing a cura di edida.net ::

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Se volete… completate il racconto con le due opere di canzone-teatro di Gaber citate:


Le elezioni (Giorgio Gaber – 1976)

Destra – sinistra (Giorgio Gaber – 1994)

La ragazzina che dipinge un quadro

La ragazzina

:: di Stefano Angelo ::

La ragazzina ha circa 10 anni, credo. Alta un metro e cinquanta, magra. Ha un dente che sporge leggermente in fuori. L’incisivo sinistro, per esser precisi.
Porta occhiali da vista tondi, poco spessi. Ha una felpa arancione con cappuccio, con i cordoncini bianchi, asimmetrici, che pendono sul suo torace senza seno pronunciato, per il momento. Tra poco crescerà, insieme a lei. Sorrido.
Ha dei jeans, non troppo scuri, forse leggermente strappati sulla coscia destra. Scarpe bianche, sportive. Ha delle orribili scarpe bianche sportive, con lacci vistosi e suola da astronauta. Come se la sua altezza non le bastasse. Ha dei capelli neri corvini lunghi fino al sedere, ondulati.

Viene e mi guarda, in silenzio. Viene e mi guarda in silenzio, tutte le notti. Cosa vuole da me? Perché non mi lascia dormire? Ha uno sguardo serio, forse leggermente arrabbiato.

Si mette vicino alla porta, un po’ incurvata, con l’aria di chi se ne vuol andar via, però non se ne va. Sta lì ferma, aspetta. Aspetta qualcosa ma non so cosa. Se vuole andarsene, che se ne vada e mi lasci dormire in pace!

Niente, resta lì.

Mi rigiro nel letto, sono stanco. O sono pigro. O entrambe le cose.
Immagino una bicicletta. Perché mai quella ragazzina dovrebbe avere una bicicletta? Rossa, un po’ arrugginita. Cigolante. La immagino pedalare su quel ferro non troppo vecchio, mi vien voglia di lubrificarle la catena per non sentire quel fastidioso cigolio. Ma non faccio in tempo. Apro gli occhi un po’ stordito, tiro fuori il braccio dal letto e prendo il telefono: 6:04 del mattino. Sbuffo e punto lo sguardo verso il soffitto.

Odio le bici non curate. No, che dico, mi fanno solo un po’ di tristezza. Odio il padre della ragazzina. Non so ancora perché. Però non sopporto il fatto della cattiva manutenzione della bicicletta. E se invece la ragazzina fosse senza padre? Sospiro.

Oramai son sveglio. Rassegnato mi alzo. Vado verso il bagno. Passo in silenzio al lato della ragazzina che è sempre lì, con una mano sullo stipite della porta. Mi sembra di sfiorarla con un gomito. Gonfio i polmoni cercando di catturare il suo odore. Lo comparo con quello da cinghialotto di mio figlio, che di anni ne ha nove. Sorrido. Potrebbero diventare amici, forse. Increspo le labbra e la fronte, pensieroso, mentre chiudo la porta del bagno. Un po’ di intimità, perdiana. Almeno qui. Esco come un ninja dal bagno, non voglio svegliare nessuno. Ma la ragazzina è sempre presente. Mi scruta e io scruto lei.

Rassegnato mi siedo sul letto. Ascolto, con attenzione, il respiro di mio figlio che viene dall’altra stanza. La ragazzina lo nota e mi sorride. Allora sa anche sorridere, non è sempre arrabbiata.

Mi sistemo i cuscini dietro la schiena. Sbadiglio e apro il tablet. Le mie pupille hanno un sussulto. Riguardo velocemente la lista dei documenti salvati, ma non devo divagare. Apro un nuovo file. Mi metto a scrivere. Ora sono io che ho bisogno di quella ragazzina e inchiodo rapidamente la sua descrizione su uno sfondo scuro.

La ragazzina resta lì, in quelle parole. Non se ne andrà più via, almeno da me, dalle mie pagine.

I personaggi, per uno scrittore, sono come dei bambini, dei figli. Che ti guardano ansiosi di crescere. Si aspettano sempre qualcosa da te. Non solo una storia, ma delle cure, delle attenzioni, delle confidenze. Non vogliono trasformarsi in ferri vecchi, inanimati, arrugginiti. Quanti personaggi annegati nella pigrizia… Perché?

© Testo – Stefano Angelo

© Immagine di DCStudio su Freepik, rielaborata da Stefano Angelo

:: editing a cura di edida.net ::

Lo spartito

Lo spartito

:: di Stefano Angelo ::

È facile, ce la posso fare.
Devo solo eseguire i passaggi in sequenza come mi hanno insegnato. Due pannelli, un po’ di fili da tagliare e l’allarme sarà disattivato.
È facile, ce la posso fare.

Peccato che abbia il cuore in gola e le mani sudate. Peccato che se non ci riesco Nick mi taglierà la gola, senza particolari emozioni. A lui le mani non sudano mai.

Cazzo sto pensando, basta! È facile, ce la posso fare, incominciamo.

La mia respirazione è affannosa. La gola secca. Forzo facilmente e silenziosamente la serratura del primo pannello. Tre fili rossi, li taglio in sequenza. Tutto bene. Apro il secondo pannello, un vistoso filo nero e due azzurri. Ma come!? Nessuno mi aveva detto di un filo nero. Che ci fa quel maldito filo nero in mezzo a due scatole bianche.

Cazzo faccio. Lo taglio, non lo taglio?
Non capisco più niente. Il tempo passa e non ne ho. Ok lo taglio.

No, no no no.

Scatta l’allarme. Si accendono le luci del giardino della villa. Mi giro istintivamente verso le finestre della casa di fronte. Vedo, immagino, delle tende muoversi. Mi hanno visto, cazzo mi hanno visto.

Il cuore pulsa più forte di prima, sento esplodere le vene della mia testa. Rompo con furia le due scatole bianche, sradico il contenuto senza sapere cosa sia mentre con la coda dell’occhio vedo un terzo pannello, più piccolo, in basso sulla destra. Mi avvento su di lui senza pensare, inizio a tagliare e schiacciare pulsanti come in un delirio privo di senso.

All’improvviso l’allarme si spegne e le luci del giardino pure. Una manciata di secondi, lunghi un secolo, si concludono nell’oscurità. Ma il danno è fatto. Nessuno penserà a un errore del sistema. La polizia starà già arrivando. Qui muovono eserciti all’istante per qualsiasi cagata di mosca. E la cacca di mosca, questa volta, sono io.

Era il terzo pannello! Era il maldito terzo pannello.

Non penso con lucidità. Scavalco velocemente il muretto di cinta, salto sulla bici con cui sono venuto e inizio a pedalare come un matto. Ho lasciato nel giardino la mia piccola borsa per gli attrezzi da pseudo scassinatore, ma in un primo istante non me ne frega niente, devo solo allontanarmi. Dopo un paio di chilometri, rallento, cerco di ricordare il contenuto della borsa rovesciato e abbandonato freneticamente sul suolo, non dovrebbe esserci nulla che la polizia possa utilizzare per identificarmi. Un brivido mi assale, so già che il mio capo si incazzerà lo stesso, come una bestia. Penso ora alla mia gola e al coltello da macellaio di Nick.

Intanto pedalo. Scappo via con la mia bici nera. Più nera di me. Una bici un po’ piccola per la mia statura, per la mia età, ma non mi importa. Ha un adesivo di un magnifico dragone appiccicato sul tubo obliquo. La forca con gli ammortizzatori, i freni a tamburo e tre marce, di quelle che si cambiano con la leva montata sul tubo orizzontale del telaio. Sono orgoglioso della mia bicicletta, trovata in una discarica, quasi nuova. I bianchi buttano di tutto, anche cose non usate. I bianchi sono pazzi.

Mentre pedalo sul marciapiede di un viale alberato vedo una macchina della polizia bianca, come i due energumeni che ci sono dentro, che accende le luci e parte a tutta velocità, facendo una inversione a U, verso la villa da dove vengo io. Istintivamente svolto sulla destra e pedalo lungo una strada un po’ stretta che porta verso un viale parallelo.

Il panico mi assale di nuovo. E se mi hanno visto mentre scappavo con la bicicletta? Scendo e la lascio appoggiata su un albero prima di arrivare all’incrocio con il viale. Continuo a piedi. Bestemmio e mi maledico, ma devo continuare a piedi. Credo di non avere scelta. Sull’angolo vedo ammonticchiate delle cianfrusaglie, abbandonate al lato di un cassonetto, con in cima degli spartiti e dei dépliant di vecchi saggi di scuola di musica. Li prendo senza pensare.

Intanto mi giro e vedo che qualcuno sta portando via la mia bicicletta, è una ragazza, intravedo la sagoma. Impreco di nuovo. Vorrei correrle dietro per recuperare la mia bici ma un’altra macchina della polizia sta arrivando. Trattengo il fiato e continuo a camminare lungo il viale tenendo stretti sotto il braccio gli spartiti e i dépliant.

Dopo un centinaio di metri vedo una terza macchina della polizia. Ma questa volta è un posto di blocco. Tutto questo per un tentato furto in una casa di un bianco? Non è possibile. Devo continuare, anche se vorrei girarmi e scappare via.

Cazzo un ufficiale. Si riconoscono subito quelli. Alto, in civile, col naso aquilino e i capelli lisci, leggermente lunghi, un po’ fuori norma.
Quando mi vede mi fa un cenno con la mano per dirmi di avvicinarmi. Lo faccio a testa bassa, mentre mi si gela il sangue.
Vede gli spartiti e i foglietti dei saggi musicali stretti sotto il mio braccio. Mi chiede se faccio musica nella parrocchia di don Carlo. Gli dico di sì con la testa, sempre con lo sguardo verso il basso, senza proferire parola. L’ufficiale mi dice che gli piace la musica e che gli piace quel pazzo di don Carlo. Bisogna proprio esserlo per insegnare musica a dei negri in una città comandata dai bianchi. Mi dà un rettangolino di carta. C’è scritto su il grado, il suo nome e un telefono. Mi dice di chiamarlo se mi metto nei guai. Me lo dice come se fosse una cosa “normale” mettersi nei guai. Sono un negro in una zona di bianchi. Mi dà una pacca sulla spalla e mi dice di filare a casa.

Sette giorni dopo scoprirò che, quella notte, Nick e il resto della banda avevano svaligiato un’altra casa vicino a quella dove ero io. La villa “Corazón ligero”. Che nome idiota per una casa. Ma l’idiota, in quella notte, ero stato io. Mi avevano usato come esca. Come un verme da sacrificare. Ma l’avevo scampata. Mentre loro no…

Sette giorni passati, inutilmente, nella mia stanza. L’ottavo, presi uno dei dépliant dei saggi musicali, conservati senza apparente ragione insieme agli spartiti. L’indirizzo della parrocchia di don Carlo era dall’altra parte della città, in un quartiere in cui di solito non mi avventuravo mai. Uscii di casa e iniziai a camminare, verso la parrocchia, stringendo uno spartito tra le mani.

© Testo e foto – Stefano Angelo

:: Editing a cura di edida.net ::

Chat erotiche

Un lavoro strambo

:: di Andrea Cini ::

Sono un “milleurista” e come la maggior parte dei “milleuristi” della mia generazione mi son trovato un secondo lavoro, uno di quei lavoretti che siam costretti a fare per arrotondare un po’. Uno di quei lavori che i nostri genitori non possono concepire e anche quando ci sbattono la testa continuano a non capire. Ogni giorno, grazie a Internet e le nuove tecnologie, ci reinventiamo, ed ecco che son finito a fare un lavoro decisamente strambo. Ero in vacanza alle Canarie e mentre stavo su un bus che dalla montagna mi avrebbe portato al mare, mi apparve una pubblicità su Facebook: “Sai scrivere storie? Sai intrattenere le persone? Abbiamo il lavoro per te, stiamo cercando storytellers nella tua lingua!”.

“Wow!” – esclamai – fare lo storyteller è un lavoro veramente “figo”!

Ma vuoi sapere alla fine cosa faccio? Il » Chat moderator « in situazioni, diciamo, particolari.

Ora ti spiego come funziona.

Il 99,99% dei maschietti (se non sono ipocriti) passa almeno una volta per pagine come Youporn, Pornhub, etc. e in questi siti ci si imbatte, inevitabilmente, in pubblicità del tipo: “Donne vogliose nelle tue vicinanze” o “Ragazze in calore nella tua città”. Ora, tutto questo non è altro che uno specchietto per le allodole. Un mucchio di maschioni in calore cade nella trappola convinto di trovare sesso facile, alcuni rimangono, altri no. Ma le allodole, di solito, son tante. A volte, sono anche donne.

Una truffa? Fino a un certo punto… Oggigiorno c’è sempre un’avvertenza per tutto e anche nei siti web con cui collaboro, al momento dell’iscrizione, è specificato ben chiaro che hanno come scopo far divertire e tenere compagnia alle persone mediante vari argomenti di conversazione, ma che no, non esiste la possibilità di incontri reali. Il problema è che nessuno legge questo tipo di indicazioni e dopo che le allodole si accorgono che le chat non portano a niente, si incupiscono. Alcuni, addirittura, fanno le vittime e scrivono a qualche programma TV (che non si occupa di ornitologia) per gridare allo scandalo.

Molte volte provo pura pena, perché ci sono dei soggetti che davvero credono di poter trovare l’amore in questi luoghi virtuali, persone sole, spesso lontane, non solo fisicamente, da parenti e amici. Certo, ci sono anche individui che vivono in case sperdute in campagna, con pochissimi contatti umani, completamente disconnessi dalla realtà. A volte vorrei poter andare da loro per fargli compagnia, per dargli un po’ di calore umano, quello vero intendo (ma ahimè non vivo nel loro stesso paese e l’anonimato è la prima regola di questo strambo lavoro).

Ma entriamo nel vivo della mia occupazione: tutto si basa sul chattare e sullo scambio di foto. Facile, non credi? Il mio profilo come ragazza, normalmente, consiste in una foto di una modella o pornostar, mentre le informazioni (nome, lavoro, città etc.) se non sono già state inserite da qualche altro operatore, me le devo inventare, basandomi sulle caratteristiche di base del profilo impostate dal sistema (regione di provenienza, status sociale, età, etc.). Il cliente naturalmente può mandarmi millemila foto, io ho solo quelle basiche del profilo, più quelle che mi vengono messe a disposizione come “bonus” (che normalmente sono tre o quattro e sono veramente poche).

I clienti si sbizzarriscono raccontando le loro fantasie sessuali, quindi si tratta al 80% di sexting, assecondando i loro desideri nascosti.

Il modus operandi inizia sempre con un messaggio ammiccante (mandato in automatico dal sistema) al potenziale cliente, al quale si fa capire che la ragazza è vogliosa, in modo da attirare la sua attenzione; oppure l’utente già registrato, guardando le foto delle ragazze, a seconda della categoria che sta cercando (età, status sociale, regione di provenienza, gusti sessuali etc.), si fa avanti, sperando che i suoi desideri vengano esauditi. Sai com’è, quando la conversazione non è presenziale molti si fanno prendere la mano e quindi tutto quello che non avrebbero mai il coraggio di dire in faccia a una ragazza, lo dicono in chat perché quando si è nascosti dallo schermo si perde ogni inibizione.

Normalmente cerco di mantenere un personaggio verosimile, per non far sembrare tutto una finzione mentre altri operatori scrivono solo messaggi dolci e smielati (molti scrivono sempre le stesse cose, creando malcontento tra gli altri operatori, in quanto diventa poi più complicato rendere la situazione plausibile). Io mi prendo molta cura del mio personaggio, creando/ideando profili di diverso tipo.

Uno dei miei preferiti è la “nazi-femminista” della serie “io non sono una puttana e non sono a disposizione quando tu lo desideri, se vuoi questo ci sono i nightclub o le ragazze per strada”, rammento loro che “è facile dire queste cose quando sei in chat, vorrei vederti dal vivo”.

Mi diverto ad andare contro le loro volontà quando vogliono fare il “macho dominante” e pensano che io possa cadere ai loro piedi e quindi scatto dicendo che a me durante il sesso piace comandare e che l’uomo è il mio schiavo, a volte dico loro che voglio incu…li con il dildo, altre che voglio metterli al guinzaglio e portarli a spasso in giro per la casa.

Quando vedo che il cliente sta perdendo la pazienza e vuole “lasciare” la pagina, quindi anche la “ragazza”, mi trasformo in pazza isterica, accusandolo di essere egoista, di voler lasciare la chat solo perché cercava la sco..ta facile, oppure di non essere in grado di “capire i miei sentimenti” che sono “veri e puri”, e lì iniziano discussioni infinite, come don Chisciotte con i mulini a vento. Da una parte la ragazza che fa la vittima, dall’altra, il povero cristo che cerca di spiegare le sue ragioni (e ha tutte le motivazioni del mondo, soprattutto economiche). Normalmente questo tipo di discussioni finiscono con una pace o un addio.

Bisogna precisare che non ho un “cliente fisso” con il quale parlo. Ogni volta che mi connetto alle due pagine di chat, un algoritmo mi assegna una “chiacchierata random”, stile chatroulette, quindi in alcuni casi devo iniziarne una da zero (cliente nuovo, o semplicemente il cliente non ha mai conversato con questa ragazza), o devo riattivare una conversazione con un cliente abituale che si è appena connesso, oppure prenderne in mano una che stavano facendo uno o più operatori (ovvero, se il cliente rimane online per tipo due ore a conversare con la “stessa ragazza”, può parlare con più di un operatore durante la medesima chiacchierata a seconda di chi è connesso in quel momento, senza rendersene conto). Ovviamente il sistema tende ad affibbiarti una stessa chat il più tempo possibile finché sei connesso.

Tutte le informazioni sul cliente e sulla ragazza sono salvate in delle note, man mano che continua la conversazione, da noi agenti per evitare contraddizioni, (se fa l’infermiera, non può domani fare la commessa). Questo è importante anche durante le conversazioni quotidiane: sapere attraverso le note se il cliente sta vivendo un periodo particolare, o se è una persona dai gusti speciali, aiuta l’operatore a riprendere il filo, perché non sempre mi ricapita un cliente che abbia conversato con me durante la sua ultima connessione. Non posso partire da zero, altrimenti il cliente potrebbe capire che qualcosa non va.

Ma non avere paura, lo so che stavi pensando a questo, quando la chat viene abbandonata dal cliente, tutte le note e soprattutto tutte le sue foto vengono cancellate dal sistema.

Durante la mia esperienza, ho imparato a suddividere i clienti in vari tipi.

  • IL FURBO: Colui che fin da subito ti lascia i suoi contatti personali (mail e telefono, o FB e IG) convinto che la ragazza lo contatti lì per non pagare l’abbonamento alla pagina web;
  • IL TROMBAIOLO: Colui che parla solo ed esclusivamente di sesso e che mette in chiaro fin da subito che cerca solo avventure sessuali e non vuole nessun tipo di relazione;
  • LO SPOSATO: Una sottospecie di trombaiolo, colui che mette in chiaro fin da subito che è sposato, ma cerca sesso facile su internet perché la moglie non glie la dà più, o perché “a detta sua” la dà troppo poco per le sue focose voglie;
  • L’ANONIMO (SPOSATO): Cerca sesso facile su internet, non ha intenzione di mettere una sua foto perché ha paura di venire riconosciuto da qualcuno (il 90% delle volte perché è sposato) e vuole incontrarsi con la ragazza al più presto possibile (mentre la ragazza gli dice che non si sente sicura e magari riesce a tenerlo in ballo per mesi e mesi, senza “happy end”);
  • IL VEDOVO: Dopo la dipartita della consorte, cerca in tutti i modi di riempire il vuoto mancante;
  • L’INNAMORATO: Il più difficile da gestire, perché è quello che si innamora della “ragazza virtuale” e a volte provi davvero pena per lui, convintissimo di avere una fidanzata online che prima o poi lo incontrerà di persona, mentre l’operatore lo riempie di parole, di amore e di attenzioni, ma solo online (ci sono “innamorati” che durano anche 2/3 anni);
  • IL SADOMASO: Quello che cerca una dominatrice, una donna che soddisfi ogni sua fantasia del genere, con frustini, dildo in c..o, completini in latex, bondage, etc. etc. (sono arrivati anche a chiedermi di urinare e defecare sul loro corpo);
  • IL FINTO FEDELE: Promette amore eterno a ogni ragazza con cui si scrive (convinto che lei non sappia delle altre) e ogni volta che “lei” chiede se è l’unica con cui è in contatto dice sempre “Tu sei l’unica, sei il mio unico amore, non parlo con nessun’altra su questa pagina”;
  • IL FRETTOLOSO: Va sempre di fretta, non ha “tempo da perdere” con i messaggi, dobbiamo scopare, dimmi solo “dove e quando”. Sono i miei preferiti perché sono anche i più maleducati e allora godo nel torturarli;
  • L’IMPERTERRITO: Quello che va avanti mesi scrivendo ogni giorno a una ragazza nuova, sperando di trovare una disposta a incontrarlo e, di conseguenza, dargliela;
  • L’UOMO ULTIMATUM: Quello che minaccia sempre di lasciare la pagina, ti lascia i suoi contatti sperando di ricevere una chiamata o una mail, dice sempre che questo messaggio è l’ultimo;
  • L’UOMO ULTIMATUM 2: Quello che non si fa vivo per un po’ di tempo e poi all’improvviso scrive “Sono dalle tue parti, zona XY, se davvero fai sul serio chiamami al 123456” oppure, “ci troviamo tra un’ora al posto X”;
  • A VOLTE RITORNANO: Quello che si rifà vivo dopo mesi, a volte con lo stesso profilo (quindi è facile vedere la data dell’ultimo messaggio inviato), a volte con uno nuovo (in questo caso è più difficile riconoscerlo, ma sarà lui il primo a dirti “Hey sono Johnny, ti ricordi di me?” Certo come no…);
  • LO STALLONE: Colui che al primo messaggio già ti chiede “dove e quando” per venire a darti “una sistemata”, esalta le potenzialità del suo attrezzo e promette faville a letto;
  • L’EGOCENTRICO: Ti manda la foto del suo c…o e poi ti chiede cosa ne pensi;
  • IL CANE BASTONATO: Scrive frasi negative convinto di farti pena, della serie: “So che ci sono altri uomini oltre a me, e che io non conto niente”, oppure “Divertiti pure, mentre io sarò qua solo a guardare la tele”. Insomma, un piagnisteo continuo;
  • IL PURITANO: Quello che parla con le ragazze, ma allo stesso tempo le ripudia, per essere già state con altri uomini (casi più unici che rari, ma esistono davvero);
  • IL VERGINELLO: Può essere un ragazzino di 18 anni, come un adulto di 40. Si dichiara vergine ed è convinto di trovare finalmente qualcuna con cui perdere appunto la cosiddetta verginità;
  • IL TEENAGER: Secondo me rubano la carta di credito al padre o alla madre, normalmente cercano donne più mature, con le quali fare “esperienza”;
  • IL THREESOMER: Cerca una ragazza con la quale montare un trio, insieme alla “sua ragazza” che poi (nella maggior parte dei casi) altri non è che un’altra ragazza della pagina, che lui è convinto essere la sua fidanzata;
  • LA COPPIA APERTA: Una vera coppia in cerca di una ragazza con cui fare giochi a tre;
  • IL RINUNCIATARIO: Ormai ha rinunciato ai sogni di gloria, a ogni messaggio iniziale della ragazza risponde con un “Io farei volentieri molte cose con te, ma purtroppo su questa pagina siete tutte disposte a parlare, ma quando si tratta di passare ai fatti vi tirate indietro”. Non ho mai capito cosa cercano di dimostrare, i rinunciatari, con questo tipo di messaggi, forse è un volerci provare per l’ultima volta o giusto utilizzare gli ultimi crediti.
  • LA LESBICA: A volte entrano anche lesbiche in cerca di ragazze, ma sono una minoranza.

Da uomo trasformato in “virtual girl” mi diverto molto. Diciamo che, da single, mi ritrovo in molti di loro, capisco le passioni e il loro desiderio di voler trovare l’anima gemella, solo che, probabilmente, eviterei di spendere metà del mio stipendio mensile per parlare con una persona che rimanda sempre i nostri incontri, perché “non si sente sicura”. Non so se sia un gioco o se assisto a delle miserie umane. Come interpreto io un personaggio, anche i clienti possono interpretare. Giudicare non mi interessa. In fondo, è solo un lavoro strambo.

© Testo – Andrea Cini

N.B. le immagini utilizzate per la copertina sono state prese dal Web, ma non siamo riusciti a risalire agli autori. Siamo a disposizione degli aventi diritto non potuti reperire nonché per eventuali non volute omissioni o per errore di attribuzione. Qualora le immagini utilizzate in questo testo violassero eventuali diritti d’autore, si prega di darne comunicazione e saranno immediatamente rimosse.

:: Editing a cura di edida.net ::

Il temporale

Il temporale

:: di Maura Mollo ::

La luce a giorno e il boato fragoroso mi sorpresero in piedi, in quella casa troppo nuova per me ma già consumata dal tempo. Avevo aperto l’ultimo scatolone del trasloco soltanto poche ore prima e, nella confusione, non ricordavo dove fossero le candele, accessori vitali in situazioni come quella.

Arrancai come un cieco alla ricerca del divano: era inutile avventurarsi al buio. Mi accucciai sotto il piumone, che per fortuna avevo già sistemato per le serate fredde, e decisi che se la luce non fosse tornata avrei dormito lì. Dopotutto, avevo comprato quel divano perché era comodo come un letto.

La stanchezza e la pioggia mi fecero crollare e mi addormentai quasi subito. Un altro tuono, più forte di quello che mi aveva fatto rimanere senza corrente elettrica, mi svegliò all’improvviso, lasciandomi una sensazione di disagio sulla pelle increspata per una frazione di secondo. Mi appiattii il più possibile nell’incavo del divano per cercare calore e conforto. Strinsi a me il piumone e richiusi gli occhi, cercando di riaddormentarmi il prima possibile. Ma la mente aveva registrato qualcosa che gli occhi avevano fatto finta di non vedere, e adesso continuava a far scorrere nel cervello quella frazione di secondo, in cui il cuore aveva iniziato a martellare.

“È stato il tuono… e non conosci ancora la casa. Datti una calmata, non hai mica dieci anni!”

Fare la voce grossa con la mia mente mi aveva sempre aiutato a mettere le cose nella giusta prospettiva. Non avevo alcuna intenzione di dare spazio alla paura. Fra il temporale, la casa nuova e l’essere sola, alimentare immagini di pareidolia sarebbe stata la mossa più stupida da fare per il resto della notte. Eppure la mia mente non mi lasciava in pace: lampo e tuono quasi simultanei e i miei occhi aperti su una stanza ancora estranea; la parete di fronte abbellita con lo schermo gigante, effetto cinema per le serate relax; il tavolino accanto al divano, dove avevo già impilato alcuni libri da leggere; il corridoio sulla destra, troppo buio e sconosciuto; dietro di me la finestra, che si rifletteva sullo schermo nero della televisione; la figura di qualcuno in piedi, accanto al divano, che come la finestra si rifletteva sullo schermo nero…

Cercai di respirare, ma il mio corpo si era congelato. Niente aria, niente sangue, nessun battito. Rividi la sequenza nella mente, ancora e ancora: c’era qualcuno accanto a me.

No, impossibile. Abitavo al quarto piano, la porta di casa era chiusa e, nonostante la pioggia battente, se qualcuno fosse entrato mi avrebbe svegliata. In quella casa c’ero solo io…

O no?

Aprivo spiragli di soluzioni logiche per calmarmi, cercando al contempo di ripristinare una respirazione da sonno e un battito che non superasse il rumore della pioggia. Avevo solo un pensiero: tenere gli occhi serrati.

Ero tesa, pronta a cogliere il minimo rumore che non fosse l’acqua che continuava a picchiare sui vetri. Nessun fruscìo, nessun respiro, nessun movimento. Ma adesso, anche a occhi chiusi avevo la netta sensazione che quell’essere si fosse inginocchiato accanto a me e il suo viso fosse molto, troppo vicino al mio. Di nuovo la tensione divenne paralisi, di nuovo il sangue andò a nascondersi e il cuore s’inceppò. Qualunque cosa avessi fatto si sarebbe accorto che non dormivo, così rimasi immobile, sperando che il giorno e la luce arrivassero al più presto e senza rendermene conto mi addormentai di nuovo.

Mi svegliai lentamente, sentendo i muscoli finalmente sciogliersi. Era giorno, ma il cielo era ancora scuro per via dell’insistente brutto tempo. Le luci della stanza erano accese e adesso la casa mi metteva molta meno ansia. Andai subito alla ricerca delle candele, frugando in vari cassetti, e ne posizionai un paio su ogni tavolo, tavolino o superficie esistente. Diedi una disinvolta occhiata in giro, verificando di essere l’unica abitante di quell’appartamento. Quando tutto mi sembrò a posto, feci un bel respiro e mi preparai per uscire.

Al rientro, con le braccia piene di spesa e cianfrusaglie utili a iniziare una nuova vita, mi ritrovai a parlare da sola ad alta voce, come se volessi rendere partecipe dei miei acquisti la casa o chiunque mi stesse spiando. Perché la sensazione che ci fosse qualcuno continuò per tutto il giorno. Evitavo di guardare negli specchi, evitavo di girarmi di scatto, evitavo qualunque movimento repentino. Non volevo indispettire quell’essere, non volevo sorprenderlo e soprattutto, non volevo che lui sorprendesse me.

Col passare del tempo presi confidenza con la casa, non avevo più bisogno di accendere tutte le luci mentre mi aggiravo fra le stanze; la sensazione di non essere sola smise di farmi paura: continuavo a parlare ad alta voce e tutte le sere, prima di andare a dormire, sussurravo un “Buonanotte” amichevole. E tutte le notti, quando mi rigiravo nel letto, sentivo uno sguardo su di me, un volto molto, troppo vicino al mio.

© Testo e immagine – Maura Mollo

:: Editing a cura di edida.net ::

della stessa autrice: L’Equazione profonda del Mare

Quadro di Rosa Zerbo - Rosso - 2020

L’ultima prospettiva

:: di Daniela Alibrandi ::

È una mattina come tante altre, del genere che amo. Il cielo terso, l’aria frizzante e i tetti di Via Margutta accarezzati dal sole. L’odore dell’acquaragia non mi infastidisce più, e la tela che ho appena iniziato è il richiamo inconfondibile che non sono mai riuscito a ignorare e che mi porta ad alzarmi con l’unico desiderio di continuare a dipingere.

Era tanto che non sentivo un impulso così forte, una carica interiore talmente prorompente da farmi dimenticare la notte quasi insonne. Sveglio, finalmente pronto a ricominciare. Decido di mettere su un buon caffè il cui profumo, misto all’odore tipico dei colori a olio, crea l’inebriante elisir che ricordavo. E la soffitta, dove ho vissuto e dipinto, diviene adesso la porta tra le umane passioni e l’infinito distacco.

Un mondo vuoto, scevro di momenti e di materia, nel quale il mio animo fluttua e non riesce a scegliere da che verso aprire o richiudere l’uscio. È estate piena e l’alba vista dal terrazzo ricavato nell’abbaino non delude mai. È qui che sorseggio il caffè bollente, inspirando l’aria asciutta di un’estate romana, che potrebbe appartenere all’oggi o a un tempo lontano.

E mentre con lo sguardo indugio sulle tegole colorate e antiche, mi chiedo quanto sarebbe bello iniziare il quadro dalla fine, sapendo che sto per dare l’ultima pennellata su di una tela all’apparenza bianca, riscoprendone tratti e sfumature, che esistono ma che non riesco a mettere a fuoco. Mi tremano le mani e so che il momento di decidere se aprire o chiudere, se entrare o uscire, è inesorabilmente arrivato.

Mando giù gli ultimi sorsi di un caffè amaro, che scuote i miei sensi mentre brucia nella gola e nelle viscere e adesso lo so, senza dubbio, sto per morire. La mia stagione che sembrava infinita sta per scadere. Me ne sono accorto dall’impercettibile cambiamento del ticchettio dell’orologio, più cadenzato, isolato dai rumori dell’ambiente, lento, quasi inesorabile.

Non l’ho visto! Me lo sono trovato davanti e non sono riuscito a frenare… – grida, piangendo, il ragazzo del quale riesco a vedere solo le scarpe da ginnastica. Vorrei avvertirlo che gli si stanno inzuppando, che non doveva indossarle in una giornata piovigginosa come questa.

Anche il mio volto adesso è bagnato da una pioggia fitta e fredda e, se cerco di aprire gli occhi, vedo che gli antichi sanpietrini riflettono a specchio la luce languida dei lampioni sul Lungotevere.

Chiamate l’ambulanza! – gli fa eco la voce di una ragazza, argentina, acuta, mi fa male udirla. Vedo solo i suoi stivali lucidi e le calze a rete che salgono più su del ginocchio, verso le cosce magre. Non voglio che mi aiutino, vorrei essere solo lasciato in pace, perché era da tanto che desideravo conoscere e comprendere ogni verità, era ora che tutto si compisse.

Finalmente sono nel mio studio e posso dipingere qualcosa di eterno.

Passi frettolosi attorno a me, ma io sono già lontano e la gamma di colori che vedo è immensa, così come sembra infinita la quantità di azioni che sto lasciando in sospeso. Non c’è più spazio per le mie fughe e i miei silenzi.

Devo terminare la tela, prima che tutto finisca, e l’ultima pennellata deve essere la più forte, deve lasciare il colore in rilievo, anzi meglio ancora se è un colpo di spatola, talmente alto che potrebbe far scivolare la mano all’indietro.

In un baleno chi ha attraversato la mia esistenza è vicino a me, una moltitudine di occhi che mi scrutano, ma ancora non ho risposte alla loro muta domanda, che faccio mia, mentre mi chiedo perché mai non ho saputo o voluto esprimere ciò che provavo. Solo adesso, se avessi la forza, mi alzerei in piedi e griderei l’amore che ho taciuto, le lacrime di meraviglia che ho nascosto nel guardare il mare, i brividi che ho rinnegato scoprendo il sesso.

Mi alzerei, sì, e davanti ai loro sguardi increduli scuoterei forte quella ragazza che continua a urlare, isterica, dicendo che sembro davvero morto, che sono proprio morto. Le direi che la vita in fin dei conti non è altro che la finzione dell’essere. Che la morte alla fine è solo la verità del nulla. Che sì, è vero, adesso ci sono solo tante luci e infiniti colori, dove immergere il pennello.

E posso abbandonarmi finalmente alla carezza nell’anima che sento, all’impalpabile stretta di una mano invisibile sul mio cuore, che stringe e spreme i miei sentimenti. E ti vedo, non così come sei ora, vecchia e con le mani macchiate, che dimenerai disperata quando ti diranno che sono morto, che non ci sono più. Griderai che non può essere vero, ma che lo sapevi, prima o poi ti avrei tradito ancora, lasciandoti sola. No, non così, ti rivedo invece come eri quell’estate, con i capelli sciolti e gli occhi grandi, distesa sulla sabbia ancora calda, mentre vibravi forte alle mie carezze e mi lasciavi spingere la lingua tra le tue labbra. Il tuo sapore di miele, i tuoi capezzoli turgidi, l’odore di scoglio confuso col profumo degli oleandri.

Dal colpo di spatola finale adesso torno indietro a dipingere di azzurro chiaro l’armonia, perché non te l’ho mai detto quanto eri bella allora e quanto sei bella adesso, con i capelli bianchi, le rughe e gli occhi stanchi! E ancora il tratto scorre indietro agli anni rosa tenue delle ninne nanne, delle poppate infinite. Tra le mie mani i pennelli si muovono impazziti, spalmando il rosso intenso degli slogan gridati nei cortei di protesta, fino al nero delle notti insonni e dei lutti insopportabili, al verde dei prati dove ci stendevamo tranquilli quando avevamo marinato la scuola, distese verdi di quel verde intenso nel quale a sbocciare erano solo fiori e non siringhe.

Poi il grigio chiaro, il colore limpido delle canne fumate nei bagni di scuola. Il giallo, l’arancione e le sfumature violette che annunciano l’intensità del tramonto, e solo ora mi accorgo che ogni giorno muore in un modo tutto suo, come ogni essere umano, ghermendo nel suo transito le profonde gioie e le incancellabili disperazioni che lo hanno animato.

Il verde chiaro delle nostre illusioni, la trasparenza delle tue lacrime per i miei tradimenti, il freddo indaco per i miei rimorsi… la osservo e la tela adesso è un vero splendore.

Inutile il trasporto in ospedale, è andato, – dice perentorio il medico, sceso dall’ambulanza che è arrivata squarciando il silenzio sospeso di chi assiste alla mortalità; e io ho udito chiaramente le sue parole. Nessuno si accorge che sono felice, mentre vorrei portare con me il profumo di umido e di pioggia, quello che da sempre colma il mio animo, in attesa dei raggi di sole.

Mi allontano dalla tela che ho dipinto con tanto fervore, camminando con passi lievi e orgogliosi nello studio da pittore di quel tempo lontano, nello spazio che da anni non mi appartiene più. Dio quanto mi è mancato! penso, mentre irrefrenabili sgorgano le lacrime di chi inspiegabilmente viene avvolto, all’improvviso, da una folata di vento tiepido. E mi accorgo che fuori anche il giorno sta morendo e che i tetti di Via Margutta riflettono quegli ultimi e sconfortanti sprazzi di luce nel mio sguardo spento.

I colori perdono intensità, si affievoliscono e la tela sta tornando vergine come lo era all’inizio ed è questo che vorrei sussurrare adesso all’orecchio di quella ragazza, che ancora piange e si dispera. A lei che tra qualche ora cercherà di dimenticarmi, sfilerà veloce le sue calze a rete e farà l’amore per non ricordare. Vorrei asciugare quelle lacrime, tirarle indietro i capelli, baciarla nella bocca e raccontarle la stupenda verità che ho scoperto solo adesso. Lei non mi crederà, si pulirà le labbra dalla saliva di un vecchio e correrà via. Il ragazzo la seguirà con le sue scarpe da ginnastica inzaccherate, la terrà ferma per un braccio, non comprendendo il perché della sua fuga. Nessuno crederà che il vecchio morto investito l’ha baciata, nessuno crederà a quello che le ha detto in un sussurro. Ma lei giurerà, spergiurerà che è vero e che lo ha udito chiaramente con le sue orecchie. Lo griderà disperata, tirandosi i capelli.

– Calmati! – cercherà di sedarla lui, abbracciandola, ti credo, smettila di urlare, che ti ha detto?

– Una cosa bellissima e terribile, ho perfino paura a raccontarla, – tra i singhiozzi lei tirerà su col naso, pulirà il muco col dorso della mano e alla fine parlerà, – mi ha confessato che la morte non arriva mai senza avvertire e che non è sopraffazione, ma restituzione. Mi ha assicurato che c’è un attimo, una frazione di secondo che solo la morte sa regalare, tra luci e ombre, fastidiosi suoni stridenti e leggeri accordi di arpe. Ed è in quel frammento di tempo dilatato che solo lei, la morte, sa mostrarti ciò che sei stato e che avresti potuto essere, restituendoti in un solo istante quello che hai perso nell’insensato palpito di vita .

© Testo – Daniela Alibrandi
:: per maggiori informazioni sull’autrice, ecco il suo sito ::

:: Editing a cura di edida.net ::

© Immagine – Rosa Zerbo (2020 – acrilico, spatola)

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