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Gli amori segreti di F.

Gli amori segreti di F.

:: di Umberto Gorini ::

– Colpito e affondato!
Dissi tra me mentre mi allontanavo con la coda tra le gambe. Era la prima volta che F. mi aveva preso in giro. E più che in giro pensavo ad un’altra espressione, molto più eloquente.

Camminavo a testa bassa, pieno di rabbia, mulinando l’aria con le mani.
Io, P., proprio io! L’uomo più tranquillo del mondo, anzi dell’universo!

È vero, l’incontro era stato fortuito. Prima delle misure precauzionali contro la pandemia, durante i nostri saltuari ma intensi colloqui, F. mi aveva gratificato delle sue confidenze e mi aveva raccontato con dovizia di particolari e giudizi taglienti le sue numerose per non dire innumerevoli avventure sessuali. Io ne rimanevo estasiato, sia per la di lei franchezza ma anche – lo ammettevo malvolentieri a me stesso – perché mi provocavano un timido “solletichino”, o meglio, un timido risveglio di antichi e ormai sopiti impulsi e pensieri.

Eravamo in farmacia, alla regolare distanza l’uno dall’altro di un metro e mezzo, provvisti di mascherine e guanti. F. era nell’altra fila, alta, imponente. La sua presenza era avvertibile, percepibile, anche senza guardarla. La sua era una bellezza che non rispettava né i canoni classici, né quelli “trend” dei tempi moderni, ma così vitale e prepotente che l’anziana donna, davanti, e l’uomo dietro di lei, tenevano una rispettosa distanza, addirittura maggiore di quella prevista dalle vigenti regole sul distanziamento sociale.

Le due file avanzavano lentamente. Davanti al banco vi erano due anziani con in mano blocchi di ricette spessi come elenchi telefonici. Quando si trovò pressoché alla mia altezza, le feci un cenno di saluto:
– Ciao F., allora come va la… “cosa”?
Avevo fatto una piccolissima, quasi impercettibile pausa prima di “cosa”. Non mi aspettavo di certo una risposta in chiaro e ricca di dettagli, ma a me sarebbe bastato anche un piccolo segno, qualche parola apparentemente banale ma, come in un codice segreto, piena di significati profondi che mi lasciasse intuire…

F. mi guardava con quei suoi occhi ammiccanti:
– Quale “cosa”?
Il fatto che anche lei avesse fatto una piccola pausa prima di “cosa” mi fece intendere che aveva invece perfettamente capito di che “cosa” si trattasse.

– Quella… “cosa”
Ero visibilmente in imbarazzo, la signora davanti a me, della mia fila, aveva girato leggermente il capo nella mia direzione e potevo quasi notare le sue orecchie tese all’ascolto.
– Quella “cosa” che… insieme… al calduccio…
Aggiunsi balbettando un po’.
– Ah! Purtroppo niente calduccio! Il riscaldamento si è rotto e con questo tempo sono al freddo. Rispose F. con un’aria che voleva ispirare compassione per il guasto improvviso.

Possibile che F. non avesse veramente capito?
Ripresi con più coraggio:
– Noo… è quando i battiti del cuore vanno all’impazzata e…
E lei sorridente:
– Proprio per quello, sono qui in farmacia con la ricetta del cardiologo.

Ma “questa” volutamente vuole equivocare! Lo sa benissimo quello che voglio. Si prende gioco di me? Sì che si sta prendendo gioco di me. I miei battiti stavano aumentando per emozioni diverse da quelle che avrei voluto provare.

La guardai quasi implorante e azzardai un ultimo tentativo:
– Ehm… sì, ma… nel letto…
Abbassai talmente la voce nel pronunciare “nel” che si sentì appena “letto”.
– Ah, adesso capisco! Parli del libro che mi avevi prestato. “La pace dei sensi”. Interessante, ma ancora non l’ho “letto” tutto. Sottolineando con evidente malizia, “letto”.

Tacqui. Era il mio turno.

F. si era sbrigata più velocemente. Mi passò vicino e per un attimo mi piantò addosso quei suoi occhi da dea sprezzante, pieni di mistero. Poi scomparve.

Mi avviai frettolosamente verso l’uscita più confuso che deluso, sentivo una sorta di furore montare impetuoso dentro di me. Feci un profondo respiro nell’inutile tentativo di recuperare la calma, per obbligarmi a riflettere su quello che era appena successo. Che avrei dovuto fare? Cercare di contattarla per esigere una improbabile spiegazione era pressoché impossibile, poiché F. rifiutava l’uso del telefono, dei social e naturalmente degli smartphone e per fissare i nostri incontri, si affidava a bigliettini trasmessi per via postale e senza mittente.

Ma forse avevo fallito nel mio ruolo. Forse mi ero dimostrato, in alcuni momenti, inadeguato. Forse F. aveva colto nei miei occhi – quando mi riferiva le sue oscene prodezze – un senso di smarrita riprovazione? O inconscia gelosia?
Eh sì, perché F. aveva una formidabile gamma espressiva, a volte sguaiata fino all’inverosimile, a volte invece mi sorprendeva con una delicatezza e una vena lirica novecentesca che mai avrei sospettato in lei.

Ma ormai era scomparsa, ed io mi ritrovai paralizzato guardando le luci intermittenti di un semaforo, non ricordo nemmeno più quale. Ricordo solo un respiro affannoso, annebbiante, sgradevole… ma forse non era altro che l’effetto della “mascherina”.

© Testo – Umberto Gorini

N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


Letto di ospedale

Il Maestro

:: di Andrea Guglielmino ::

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse.

È lì, 89 anni compiuti a gennaio, è lì, inerte, scheletrico, vulnerabile. Tutti noi dell’infermeria lo chiamiamo con rispetto “Maestro”, e a tutti sembra assurdo che sia avvolto nelle medesime lenzuola che hanno ricoperto centinaia di “signor nessuno” che sono andati e venuti dall’ospedale, a volte tornati più volte, a volte per salutare per sempre questo mondo. In pochi hanno osato rivolgergli domande sul suo lavoro.

Osannato ovunque, celebrato. Direttore d’orchestra per le più famose filarmoniche del mondo, ha composto per i più grandi registi colonne sonore di film considerati unanimemente capolavori del cinema mondiale e ricevuto nomination e premi di ogni genere.

Qui, però, è solo una persona anziana alla fine dei suoi giorni. Ne abbiamo visti di personaggi famosi, ma non ci si abitua mai alla nostra prospettiva. Quando arrivano qui sono tutti uguali, tutti malati. Soprattutto quando le condizioni sono critiche. La malattia e la morte equilibrano l’universo.

E poi, in questo caso, non è la fama che fa grande qualcuno. È il talento.

Il Maestro è qui da marzo. Viveva e respirava musica. Notava il tintinnio delle posate quando gli servivano la cena, finché è stato in grado di mangiare. Era rapito dal canto dei passeri quando gli addetti alle pulizie aprivano la finestra per far cambiare aria alla stanza. Faceva arte con gli strumenti che aveva. Un giorno chiese dei bicchieri e li riempì d’acqua a livelli diversi per creare una piccola melodia sfregando attorno al bordo di ciascuno con le dita inumidite. Tutto il reparto applaudì.

Cercava sua moglie, ogni tanto, ed era sempre difficile ricordargli che se n’era andata prima di lui, due anni prima.

Il Maestro sembrava così irraggiungibile, intoccabile. Eppure oggi dobbiamo toccarlo per permettergli di avere una dignità e dei vestiti puliti. Dobbiamo cambiarlo, rivoltarlo, cambiargli posizione perché non decubiti, ogni sera. Vorremmo accarezzarlo, trasmettergli più affetto e rispetto. Vorremmo fare di più, ma i ritmi frenetici di corsia di questi giorni non sempre lo consentono. Siamo stremati.

Il Maestro è nella condizione in cui finirà, presto o tardi, ciascuno di noi. Il Maestro è noi e noi siamo lui. E per questo gli vogliamo bene. Forse è sempre stato così, per questo ci siamo riconosciuti nelle sue partiture e le abbiamo amate così tanto, anche senza necessariamente comprenderle fino in fondo.

È gentile il Maestro. E quando qualcuno, per distrarlo, gli chiedeva come fosse dal vivo questo o quel regista, rispondeva sempre: “normale”. Certo. Per lui, che è così grande, sono tutti normali. Il mondo è meravigliosamente, armonicamente normale. Anche oggi, che siamo qui a rivolgergli quello che, lo sappiamo, sarà probabilmente l’ultimo saluto.

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse. Dati a cadenza ritmica. Un rantolo, due ossa, tre colpi di tosse, una flatulenza. Rantolo, ossa, tosse, flatulenza. Un valzer, forse. Non sono esperto di musica. Nessuno di noi lo è, ma quella del Maestro arriva al cuore, anche se costruita con i rumori della decadenza. Tutti abbiamo capito.

Non stava solo morendo.

Ci stava offrendo un regalo, un ringraziamento. La sua ultima sinfonia, composta con il suo corpo in disfacimento. L’ultimo strumento che ha a disposizione, e che presto abbandonerà per diventare lui stesso musica.

© Andrea Guglielmino

Dello stesso autore:

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ed altro ancora… lo scoprirete cliccando qui!

Persone che ancora si amano

Il bacio dei vecchi

:: di Daniela Alibrandi ::

“Nel bacio dei vecchi c’è tutto” ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi tormentava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole di Roma.

Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché.

Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.
Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina avanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli svelava la loro età. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, cercavo di immaginare i loro pensieri.


Lei era curata, pettinata con uno chignon basso sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano. Indossavano già il cappotto e sembrava avessero molto da dirsi, mentre si stringevano sempre di più l’un l’altro. Poi iniziarono a baciarsi, prima sulle guance, poi sulle labbra, come due adolescenti. Sempre più affondavano le loro bocche, e mi sembrò di intuire in quei movimenti il desiderio o la reminiscenza di una grande passione. Ricordo che mi chiesi se non avessi frainteso la loro età, magari ingannata dal sole che abbagliava sempre più il mio sguardo.


Si alzarono dopo un po’, lui barcollava mentre offriva la mano alla sua dama, per farla alzare dalla panchina. Quando lei si levò si tennero stretti per trovare l’equilibrio e poi insieme, sottobraccio, si incamminarono per il viale ormai quasi in ombra. Li seguii, volevo capire. Non fecero caso alla mia presenza alquanto vicina e parlavano forte, persi in quel mondo dove ormai arrivano solo i suoni che si vogliono udire.
“Stasera la prendiamo una pizza?” diceva lui, che ora in posizione eretta mostrava un’età avanzata, con la schiena un po’ curva.
“Lo sai che il dottore te l’ha proibita!” lo ammoniva lei mentre, ancora dritta e con portamento fiero, sembrava stare al suo passo solo per farlo contento.
“Allora facciamo mezza per uno, io voglio festeggiare!” suggerì lui. Lei non rispondeva. Gli poggiò delicatamente il capo sulla spalla.
“E va bene, però una margherita e pure scondita, d’accordo?” Solo la voce della donna, leggermente stridula, tradiva la sua età. Adesso era lui a non parlare. Le carezzò un attimo lo chignon, senza scompigliarle i capelli.
“Va bene, come vuoi tu!” Erano alquanto alti e tuttora magri, avvolti nei loro cappotti di lana dal taglio non più di moda. Mi venne persino da immaginare che bella coppia dovevano aver formato da giovani.
“Però domani mi porti a trovare Giannina?” gli chiedeva lei.
“Lo sai che ti fa male ogni volta che andiamo là! Poi soffri per tanti giorni, almeno oggi non pensiamo a lei!” rispondeva lui, in un’amorevole supplica. Lei sembrò scostarsi per un momento, quasi imbronciata, e subito lui:
“Dai, lo sai che ci andremo presto e le portiamo un bel mazzo di fiori, te lo prometto!” e la tirò più forte verso di sé. Ora lei gli carezzava i capelli e non rispondeva. Si strinsero ancora di più, come per affrontare forse l’ultimo inverno che avrebbero potuto vivere insieme, e scomparvero nell’oscurità di un portone in ferro battuto, in un palazzo antico della Roma del centro.

© Daniela Alibrandi

:: per maggiori informazioni sull’autrice, ecco il suo sito ::

:: Immagine Freepik License: People photo created by freepik – www.freepik.com ::

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Il Capitano e il mozzo

Il Capitano e il mozzo

:: di Alessandro Frezza ::

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto… Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere. Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute. Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente. Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più”.

© Testo – Alessandro Frezza
© Immagine – Stefano D’Ambrosio

Nota di Stefano: Mi sono imbattuto in questo racconto, di Alessandro Frezza, per caso. Un racconto letto nel periodo di quarantena, dovuto al covid-19. È stato tradotto e interpretato in diverse lingue. Ho avuto il piacere di ascoltarlo anche in portoghese. Un testo che ha toccato l’animo di diverse persone forse per la naturalezza con cui ci si immedesima nei personaggi.
Lo pubblichiamo nel maggio del 2020, dopo l’abbassamento delle misure restrittive. Un testo che ci aiuterà, in futuro, a ricordare un avvenimento che ha cambiato le nostre vite. Non sappiamo ancora se in maniera permanente. Molti dicono che ci saranno altre pandemie… e noi? Saremo preparati?

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Foto di bambini a scuola

Il mio primo giorno di scuola

:: di Venera Tirreno ::

Era già tardi ma non potevo dormire. Nella stanza buia tenevo gli occhi spalancati. Non vedevo l’ora che quella notte finisse. Finalmente giunse il mattino. Un sottile fascio di luce, che penetrava dalla finestra, mi svegliò prima del previsto. Balzai fuori dal letto e la spalancai.

Era una magnifica giornata. Il sole era ai miei occhi particolarmente splendente, ma ancora tiepido. Guardai l’uniforme scolastica, che mia madre aveva sistemato sulla sedia ai piedi del mio lettino. Era nera con un colletto bianco e un fiocco rosa (colore della prima classe), che mamma il giorno prima aveva accuratamente inamidato. Calzini bianchi e scarpe bianche erano poggiate su uno sgabellino accanto alla sedia. Mi fermai per qualche istante ad ammirarli. Ero così emozionata che a quella vista rimasi come paralizzata. “Com’è bella la mia uniforme!” esclamai fra me e me.

Quella sarebbe stata la divisa che, da quel giorno, mi avrebbe accompagnata durante il primo anno scolastico. I battiti del cuore si facevano sempre più frequenti. Ma io li ignoravo. Volevo essere coraggiosa e forte.

Di solito mamma veniva ogni mattina a svegliarmi alle sette in punto. Fortunatamente quel giorno no. Forse pensava che sarebbe stato meglio lasciarmi riposare, visto che la sera precedente ero stata così agitata.

Dopo alcuni minuti, passati in contemplazione del mio nuovo abbigliamento, corsi velocemente in bagno. Con rapidi movimenti della mano lasciai scorrere un po’ d’acqua sul mio viso e tornai subito nella mia cameretta. Ero felice di essere sola e così indossai la mia uniforme. Ero orgogliosa di me. Mi ero vestita senza l’aiuto di nessuno!

Poco dopo sentii finalmente la voce di mamma: “Sveglia! La colazione è già pronta”.

Arrivata in cucina sentii i suoi occhi puntati su di me. Dallo sguardo sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi brillavano nascondendo un sorriso. Altrettanto le sue labbra.

Purtroppo non mi fu permesso di fare colazione con l’uniforme scolastica. “Altrimenti la sporchi!” disse mia madre. Così dovetti ritornare nella mia cameretta per togliermela. Iniziai a mangiare ma non avevo assolutamente fame. Inzuppai solo un biscottino nel latte che ingoiai in fretta.

Non vedevo l’ora di indossare nuovamente la mia uniforme. Quindi corsi in camera per prepararmi. Tremavo dall’eccitazione. Con le scarpe e i calzini bianchi mi sentivo grande e importante. La mamma mi intrecciò i capelli. Due grandi fiocchi bianchi ornavano le mie lunghe trecce nere. Così sistemata lasciammo la casa e ci avviammo.

Il mio primo giorno di scuola stava per iniziare e l’emozione si faceva sentire sempre di più. La scuola non era affatto distante da casa nostra. Dovevamo solo raggiungere le strisce pedonali e attraversare la strada. L’edificio, che potevo vedere dalle finestre del salotto di casa mia, era bianco e a due piani.
Una scuola piccola di un quartiere di Catania. Non distante dal Fortino, la zona dove abitavano i miei nonni.

Alcune finestre, di color marrone, si affacciavano sulla strada principale. Le altre su delle stradine secondarie molto silenziose e alberate.
Per entrare nell’edificio bisognava attraversare un cancello di ferro, un grande cortile e salire alcuni scalini.

A destra del cancello mi colpì subito la presenza di un signore anziano, dall’aspetto malandato, che portava appeso al collo un vassoio, retto da un cinturino di pelle. Aveva i capelli quasi grigi e alcune ciocche gli scendevano sulla fronte rugosa. Le sue grandi narici e i capelli disordinati lo facevano apparire un po’ trasandato. I vestiti gli pendevano addosso e sembravano cenci appesi a un manichino. Forse non erano mai stati lavati, pensai. I cenci non si lavano. Nemmeno la mia mamma lavava i cenci. “I cenci si buttano o si usano come stracci per il pavimento”, mi diceva.

Ma ciò che mi colpì, erano le varie prelibatezze che il vecchietto aveva sul vassoio. Ecco perché era circondato da un gruppo di bambini più grandi di me, che compravano i loro dolci preferiti. Bomboloni dai colori rosa e gialli, liquirizia, torroncini alle mandorle, bustine di farina di castagne, caramelle di tutte le specie spiccavano sul vassoio come pietre preziose.

Non conoscevo ancora la farina di castagne e volevo provarla. Col permesso della mamma ne comprai un sacchetto e dopo, insieme, ci allontanammo. Non appena portai il contenuto alla bocca e cominciai ad inghiottirlo, presi a tossire. La farina si era fermata nella gola, mi sembrava di non poter respirare, la tosse era tremenda!
“Poverina!”, esclamavano gli altri scolari preoccupati. “Forse ha la tosse convulsiva!”

Entrai in classe sempre tossendo e con gli occhi arrossati e il cuore tremante. La mia insegnante, Maria Aloisio, una donna che ai miei occhi non appariva tanto giovane, pensando che avessi la pertosse, voleva mandarmi a casa. “La pertosse è una brutta bestia”, gridò un po’ allarmata. Fortunatamente la mamma intervenne, corse in bagno a prendermi un bicchiere d’acqua, che io bevvi avidamente. Feci dopo un profondo respiro. La tosse scomparve ed io mi diressi verso il mio banco. Mi ero tranquillizzata, ma ero stremata. Anche mamma fece un profondo respiro di sollievo, dopo lo spavento. Con un bacetto sulla guancia, che mi fece un po’ arrossire, andò via salutando la maestra e i miei compagni.

Mi fu assegnato un posto nell’ultima fila, perché ero la più alta della classe. Ciò non mi rese triste. Per me era importante essere rimasta a scuola insieme ai miei nuovi compagni. Mi sentivo grande! Inoltre ero felice che quella brutta tosse fosse scomparsa e anche quei brutti palpiti al petto.

L’aula non era grande, le pareti erano di un colore bianco sporco, quasi grigio. L’ultima imbiancata doveva essere stata fatta molti anni addietro. I banchi erano di legno scuro e logori. La maestra Aloisio ci spiegò che questi banchi avevano superato la Seconda Guerra Mondiale.

Foto del padre dell'autrice

Pensai subito al mio papà. Qualche volta, mentre eravamo a tavola, papà ci raccontava delle sue avventure durante la guerra o il dopoguerra. Per esempio, quando per primo si buttava dall’aereo col paracadute, mentre alcuni suoi colleghi, con i pantaloni bagnati, restavano a bordo durante gli addestramenti. Papà era stato paracadutista dei carabinieri! Ed io ero orgogliosa di lui.

I sedili nella classe erano freddi e duri. Il tempo, nei giorni precedenti, non era stato generoso e il riscaldamento mancava. Cominciai a notare il freddo e a tremare. Sentivo il mio corpo gelido come il marmo. Forse a causa dell’emozione passata. Per un istante desiderai essere sotto le morbide coperte nel mio lettino.

Guardai la grande parete dove era appesa una lavagna verde. Accanto erano collocati alcuni pezzi di gesso colorato che la maestra utilizzava in maniera un po’ troppo decisa, diffondendo un suono cigolante in tutta l’aula, soprattutto quando scriveva l’alfabeto. Questo suono mi faceva accapponare la pelle e salire i capelli in montagna.

Nell’altra parete, di fronte alla lavagna, era appesa una grande carta geografica dell’Italia. Con un bastone lungo, l’insegnante indicò l’isola di Sicilia e la città di Catania. La mia città natale.

Il primo giorno, era consuetudine che gli alunni più grandi tenessero una parata davanti alla scuola in onore dei nuovi piccoli alunni, come segno di accoglienza. A due a due, in fila indiana, tenendoci per mano, lasciammo l’aula e ci avviammo zitti zitti verso l’uscita per assistere alla parata. L’Inno di Mameli risuonava nel cortile sperdendosi nell’aria tiepida di quell’indimenticabile giorno del 1953.

Foto dell'autrice e dei suoi compagni

Ero molto commossa e immaginavo quanto sarebbe stato bello se un giorno anche io l’avessi potuto cantare davanti ad un vasto pubblico. Quel giorno decisi di crescere il prima possibile e di non comprare, mai più, farina di castagne.

© Testo – Venera Tirreno


N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore. Le foto del testo sono di proprietà dell’autrice.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

:: Audio in lavorazione a cura di Raffaella Sgrosso ::

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Storia di un panino

:: di Mario Rotta ::

Oggi ho mangiato un panino. E che bisogno c’è di raccontarlo, direte? Bisogna che lo racconti, invece, perché era un panino fatto con cura.

Sembra facile fare un panino, ma c’è modo e modo di farlo. E la maggior parte dei panini che mangiamo quando siamo in giro per lavoro o in viaggio sono fatti male. Anzi, peggio: sono fatti senza accuratezza, sono omologati, impacchettati nella plastica, conservati, decongelati, senza spessore e senza sapore. Ma il panino che ho mangiato oggi era ben fatto.

Ero a Firenze e sono entrato in una piccola bottega su una strada secondaria. La gestisce un ragazzo, che espone dei panini appena preparati ma ti chiede subito se preferisci qualcosa di più. Proprio così. Quanti ce ne sono ancora di bottegai che ti propongono di non accontentarti? Qui in Toscana forse ce ne sono ancora abbastanza, ma sono sicuro che i più preferiscono vendere qualcosa di pronto, per non parlare delle catene, dei fast food, delle aree di servizio, dove si vendono soltanto panini che non si sa nemmeno dove e quando sono stati preparati, né da chi, né perché. Nella botteguccia invece mi chiedono se voglio “costruirlo” insieme a loro il panino, lì e adesso. Certo che sì, rispondo. Si comincia con la scelta del pane. Lo so che non sembra neanche possibile, ma oggi ho mangiato un panino scegliendo il pane. Ho scelto una schiacciata morbida, che il ragazzo ha aperto e messo a scaldare in un forno, tenendo separate le due fette. Intanto si parla del ripieno. Nel banco vedo un bel prosciutto, voglio quello. E poi del formaggio. Va a prendere una forma di pecorino maremmano e ne taglia tre fette a mano. Poi toglie le bucce, una ad una. Solo a quel punto toglie il pane caldo dal forno, e su una delle due fette appoggia subito il formaggio. Mi chiede se mi piace l’idea di una salsa, suggerisce tartufo o carciofi. Preferisco la salsa di carciofi, la spalma sull’altra fetta in modo da coprirla quasi interamente. Infine, affetta velocemente il prosciutto e lo mette sopra il formaggio, ma lasciandolo cadere, in modo che le fette non si distendano e non sentano il calore del pane. Poi chiude il panino mettendo la fetta con la salsa di carciofi sopra l’altra, e me lo passa.

Buonissimo, e non soltanto per via degli ingredienti: in un panino – come nella vita del resto – conta anche la cura, la voglia di fare bene le cose, è quella la differenza, quei minuti e quell’attenzione spesa nella preparazione. Quella lentezza che migliora il risultato. Tempo senza prezzo. Che non ho neanche pagato. Già, perché il panino che ho mangiato oggi costava poco più della metà di una di quelle schifezze preconfezionate che vendono nelle stazioni o nei centri commerciali.

Quando gli unici panini che si riuscirà a trovare in città saranno quelli me ne andrò via. Ma intanto resto qui, perché c’è ancora qualche bottega dove mangiare un panino può diventare una storia.

© Testo – Mario Rotta

:: Versione audio ::

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