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PUBBLICAZIONI EDIDA

Passione per la scrittura
ESPLORA
Foto aereo mb339 di Elena Barsottelli

Un giorno perfetto

:: di Bernardo Tomea ::

Adoro l’estate. Dichiarazione scontata, penserai. Ma per uno come me, che vive a Frankfurt am Main da 11 anni, l’estate comporta cambi a dir poco significativi. Cambi netti: colori, odori, suoni. Tutto diverso, o forse sono io ad esser diverso… Assaporare giornate terse diventa, così, un piccolo lusso che lascia retrogusti insperati. Sorprendenti, direi.

Amo l’estate, ma c’è una cosa che amo di più. Amo volare! Amo le sensazioni, le emozioni, i palpiti che solo il volo mi sa dare. Sensazioni spesso intime, spesso intense. Un volo si può condividere ma le sensazioni no. Il corpo, i sensi reagiscono in maniera diversa rispetto alle esperienze di quota zero.


Alcuni voli sono un’esperienza quasi spirituale, altri, invece, richiedono molta presenza fisica. Per questo, di solito, amo volare da solo. Di solito…

In estate, stranamente, no. Forse perché l’estate è veramente breve da queste parti. Così in estate, alcune volte, mi piace condividere l’esperienza del volo con altre persone. Mi piace condividere con gli altri la prospettiva privilegiata di chi vola a duemila piedi. Mi piace sondare, scoprire, capire, come l’esperienza abbia ridestato nei miei ospiti sensazioni sopite. La routine abbassa la capacità di percepire il nostro intorno. Per questo una bella scarica di adrenalina, di tanto in tanto, ci vuole proprio. Lo dico ridendo. Anche perché, specialmente per i neofiti, ritrovarsi tra le nuvole su un Katana (un piccolo aereo biposto da addestramento) dà una bella scossa… Qualche volta, se capita di parlarne, i miei passeggeri possono essere intimoriti nello scoprire che sono abilitato al volo acrobatico e mi tocca rassicurarli: “Nessuna acrobazia per oggi, non preoccuparti, ma è un’ottima maniera per avere maggior confidenza con l’aria”. Confidenza relativa, ripensandoci, perché pur volando un paio di volte a settimana, so che ogni volo è differente, so che ogni volo mi regalerà qualcosa e non so mai quello che mi aspetterà.

Così, a fine luglio, ho incontrato un amico all’aeroporto proprio all’orario di apertura (0800 CEST).

Mi piace essere tra i primi ad arrivare all’aeroporto di Egelsbach, a pochi minuti dal centro di Francoforte.  Mi piace tirare fuori l’aereo dall’hangar mentre l’aria è ancora fresca, prima che inizi il caldo che, di anno in anno, si fa sempre più torrido. Mi piace fare i controlli pre-volo nel silenzio del piazzale con solo il rumore delle bandiere e della “calza a vento” mossi dalla brezza mattutina.

Ma oggi sono in compagnia, così eseguo i controlli pre-volo spiegandoli, in maniera dettagliata, al mio ospite e gli spiego anche perché sono fondamentali per la sicurezza del nostro volo. Nel corso degli anni trovo che, in realtà, dire ad alta voce quello che sto facendo o sto per fare, mi rende meno incline a dimenticare le cose e commettere errori, quindi mi piace avere, di tanto in tanto, una persona che mi stimoli ad esser, solo con la sua presenza, maggiormente preciso, senza sentirmi come un matto, privo di pubblico, che va blaterando ad alta voce intorno e dentro al velivolo. 

Ricapitolando: carburante buono, tutti i sistemi funzionano a dovere, io mi sento stupendamente bene.

Contatto la torre per chiedere la pressione (che mi serve per regolare l’altimetro correttamente) e la pista che dovrò usare… 

“Delta Echo Whisky Whisky Foxtrott , Pista 26, Pressione 1014 Hg” ripeto alla torre.

La torre mi dà l’ok definitivo. Mi allineo sulla RWY 26 e mi preparo a decollare in quello che sembrava il giorno più limpido e calmo dell’anno.

Il decollo è rapido e morbido, l’ombra si stacca da terra a 55 nodi. Dopo la salita iniziale mi dirigo a sud verso Darmstadt e ancora oltre verso le colline che si ergono a sud della città.

Vicino alle colline l’aria è liscia, quasi vellutata. Sembra quasi che accarezzi la fusoliera. Non so come spiegarlo, ma queste carezze le sento anche io. Lo dico sempre ridendo al mio ospite che mi guarda un po’ perplesso. Intanto ci godiamo il panorama, la visibilità è praticamente illimitata. Subito dopo aver superato la città di Darmstadt con una direzione sud, volgo lo sguardo direttamente a Mannheim e alla valle del fiume Neckar, affluente del Reno, dove si trova la città di Heidelberg. Che meraviglia!

Sorvoliamo il Reno a 1500 piedi, il colore delle sue acque è di un insolito blu. Mentre sto monitorando gli strumenti, nella mia “pancia” sento che un giorno come questo è una benedizione, un pieno di libertà, che sgombra la testa dallo stress del lavoro e inietta ricordi mozzafiato. Mi fa paura pensarlo, ma sento che sono felice, mentre passiamo sopra uno dei miei castelli preferiti…

Ogni collina ha un castello. Volo sopra Burg Frankenstein, proprio il castello della novella di Mary Shelley, poi sopra Schloss Auerbach con la sua curiosa pianta triangolare. Mi tuffo ad est nella valle che porta sul paesino di Fischbachtal. I boschi sono interrotti da prati e campi. Agglomerati di poche case con i tetti spioventi sono sparsi qua e là. Sotto di me, qualche automobile percorre le curve delle bellissime strade di campagna.

A questa altitudine volano solo falchi e aquile e a me sembra quasi di essere un intruso. Non sto volando da ‘A’ a ‘B’, magari con la giustificazione di un viaggio di lavoro. Mi sto appropriando della libertà e della vista che appartengono a un’aquila.  Per questo mi sento grato e umile allo stesso tempo.

Continuo verso Nord, ormai preparandomi all’atterraggio quando qualcosa attraversa la mia traiettoria verso l’alto, veloce e improvviso. Il mio ospite lancia una imprecazione. Ma io rimango in silenzio. Sono solo concentrato sull’oggetto. Non capisco immediatamente cosa sia, o in che direzione stia volando, vedo solo una scia bianca. Istintivamente porto la barra di comando a fondo corsa verso destra cercando di spostarmi dalla traiettoria dell’oggetto. L’aereo risponde al meglio delle sue possibilità, ma la virata del piccolo Katana non è quella di un mezzo acrobatico. In pochi istanti l’oggetto completa un giro della morte e scende, in picchiata, esattamente allineato alla mia ala sinistra, grazie al cielo appena qualche metro più in là. Allora riconosco la sagoma di un modello radiocomandato a turbina. Un maledetto giocattolo! Porto l’aereo di nuovo in volo livellato. Guardo indietro. Respiro. Controllo i dati dell’altimetro. Il mio ospite è pallido e silenzioso, sembra quasi che stia trattenendo il respiro. Chiamo il controllo radio di Langen e faccio rapporto sull’incontro ravvicinato. Così ravvicinato che mi rendo conto di essere appena entrato nelle statistiche degli avvenimenti aeronautici a causa di quello che in gergo tecnico si chiama un “near miss”, una collisione mancata per poco.

Continuo verso Egelsbach per atterrare.  Atterro pochi minuti dopo, posando delicatamente il carrello sull’asfalto della pista. Sulla pista di rullaggio tre o quattro aerei sono già allineati per il decollo, ignari della mia disavventura. Non trovo inizialmente le parole per commentare con il mio passeggero e preferisco concentrarmi sui controlli dopo il volo e fare subito un paio di telefonate per fornire maggiori informazioni, che quando si è “in frequenza” non c’è il tempo di dare. “L’abbiamo scampata…” dico poi sospirando. Il mio ospite, ancora a bordo con le mani piantate sul cruscotto, dice con un fil di voce: “Siamo a terra”.
Cosa sarebbe successo se l’aereo giocattolo a turbina ci avesse colpito? Chi lo controllava? In che direzione volava? È successo tutto così rapidamente che non sono in grado di rispondere a queste domande. Tutto si farà più chiaro nei giorni seguenti, riguardando i video presi dalle due telecamere che ho a bordo e dopo il rapporto alle autorità.

© Testo – Bernardo Tomea
© Immagine – Elena Barsottellilink su Instagram
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


nota: per avere una idea su questi “piccoli giocattoli” ecco un video


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L'urlo di Munch con un "grrr"

Grrr

:: di Umberto Gorini ::

Le 11 e 11.
Questi quattro numeri uguali che ricorrevano – con le 22 e 22 – due volte nell’arco delle 24 ore, erano dapprima state un semplice caso ma poi pian piano questa sequenza di cifre, era diventata, se non una piccola fissazione, un’innocente idiosincrasia che lo conduceva più o meno coscientemente a fissare appuntamenti, incontri e altri avvenimenti sempre a un orario a quattro cifre, dove quello più importante della giornata era rappresentato per l’appunto dalle undici e undici. La sua personale kabala tralasciava i quattro zeri della mezzanotte. Lo zero non era per lui.

Una piccola venatura di irrazionalità in Gioacchino che doveva il suo nome un po’ all’antica alla melomania dei suoi genitori, ma tutti in agenzia e in privato lo chiamavano Joe. Si alzò dalla comoda poltrona del suo ufficio ovattato e silenzioso, grazie al perfetto isolamento acustico, che aveva ottenuto adducendo l’esigenza di concentrarsi al massimo e visti i suoi successi era stato accontentato, in tutto e per tutto.

Era arrivato il momento e “Joe” era pronto. Si guardò allo specchio.

Il pizzetto ben curato, tenuto cortissimo. I lineamenti del viso leggermente irregolari con quegli zigomi sporgenti. I capelli lievemente brizzolati e l’intensità dei suoi occhi cerulei, tanto velati di malinconia quanto spesso attraversati da una tensione interna, rimandavano a un volto vissuto, ma da eterno ragazzo.

Sapeva bene di esercitare un forte fascino su chiunque gli si avvicinasse – donne o uomini che fossero, anche se Joe era prevalentemente etero.

Aggiustò il colletto della camicia, senza cravatta, si mise la giacca che aderiva bene ma senza far troppo risaltare il suo corpo asciutto e tonico e si concentrò mentalmente sulla presentazione che avrebbe dovuto tenere tra poco. Si trattava della nuova campagna, per un’importante multinazionale, che valeva più della metà del bilancio della grande agenzia pubblicitaria di cui egli era uno degli art director. Quello più di successo, più stimato e di conseguenza quello più remunerato e ascoltato.

Si concesse un sorriso compiaciuto. Aveva avuto un’idea formidabile, qualcosa di mai visto o sentito prima ed era sicuro che sarebbe stata la campagna pubblicitaria più efficace nella storia del marketing e ça va sans dire anche la più costosa. L’idea fulminante e geniale – la modestia non era propriamente la sua virtù – era quella di non far vedere, né nominare, il prodotto in questione, perlomeno in una prima fase in cui, in brevi videoclip, i personaggi, in diverse situazioni, improvvisamente si ammutolivano nel bel mezzo dell’eloquio e non pronunciavano una determinata parola, proprio quella parola-chiave che avrebbe poi successivamente richiamato il prodotto da pubblicizzare. Joe contava così di suscitare una forte curiosità che nella seconda fase veniva ancor più acuita, se non esasperata, quando degli importanti testimonial, attori e attrici molto conosciuti, avrebbero interagito con i personaggi delle videoclip suggerendo loro – ma inutilmente – la possibile parola mancante e la terza fase della campagna avrebbe infine svelato il mistero.
Ma prima doveva convincere il board dell’agenzia – due donne e un uomo. Era l’incarico più importante dell’anno. Non poteva fallire e non avrebbe fallito.

Si schiarì la voce e davanti allo specchio ripeté mentalmente quello che aveva preparato in mesi di duro lavoro. Avrebbe cominciato con un complimento alla delegazione, qualcosa di leggero ed elegante che avrebbe però lasciato il segno, specialmente sulle due donne.
Dunque iniziamo, si disse mentalmente. Aprì la bocca per pronunciare: “Gentili Signore e gentili Signori…” ma l’unico suono che ne usci fu soltanto un: “grrr…”

“Grrr?!?” ma che diavolo… stava ancora davanti allo specchio a bocca aperta, sorpreso.

Pochi secondi di smarrimento e di nuovo disse o perlomeno pensò di dire: “Gentili Signore…” ma emise di nuovo uno sgradevole “grrr…”, più sgradevole del graffio di un’unghia su una lavagna!
Era così sorpreso e sconcertato che vide il suo viso riflesso nello specchio fare una specie di smorfia. Non sapeva che pensare. Prese un bicchiere d’acqua e ingollò tutto in un sorso, facendo una specie di gargarismo.
Inspirò profondamente e ricominciò “Signore e…” ma un terribile “grrr…” fu tutto quello che emise!
Incredibile! Non riusciva più a parlare. Ma non era possibile, non poteva essere possibile. Forse un temporaneo indebolimento dell’apparato vocale, un qualche impedimento o un blocco psicologico?

Forse era meglio provare con un’altra frase o parola. Pensò di dire: “Oggi è il primo dicembre”.
Aspettò un paio di secondi, si rilassò, inspirò profondamente e disse: “grrr…!”

Si accasciò sulla poltrona del suo ufficio perfettamente ovattato e prese la testa fra le mani. E adesso? Tra un’ora ci sarebbe stato il meeting. Fu preso dal panico! Come fare? Rimandarlo? Ma se non poteva nemmeno fare una telefonata.
Doveva recuperare immediatamente la capacità di parlare. Non sentiva nessun dolore, si palpò la gola, si tocco dappertutto. Niente! Poteva solo essere un default, un blocco, ma dovuto a cosa? Aveva fatto qualcosa negli ultimi tempi? Si sforzò di pensare, ma non gli venne in mente niente. Aveva forse offeso qualcuno o qualcuna? Fatto qualche torto? Cattive azioni? Si sforzò ancora frugando nella propria mente. Ma niente! Se qualche volta aveva preso un’idea di una o di uno dei suoi collaboratori, l’aveva poi rielaborata, trasformata e sviluppata facendola diventare sua e poi non era Picasso che diceva che i buoni artisti copiano, ma i grandi artisti rubano?
E anche se fosse? Come potevano avergli fatto perdere la favella? Ma in fondo che cosa c’è più falso dei propri ricordi. Non riusciva più a pensare chiaramente, la testa gli girava, i pensieri o meglio i frammenti di pensieri si affollavano caoticamente nella sua mente.

E adesso? Perché non riusciva più a parlare? Lui che nell’eloquio elegante, arguto, sapido e ricco di significati aveva fondato la sua carriera e la sua fortuna.
Che poteva fare adesso? Chi poteva aiutarlo o perlomeno fornirgli una spiegazione, un rimedio immediato ed efficace… correre da un medico? In un ospedale? O meglio da uno psichiatra?
Era frastornato e non riusciva a trovare una soluzione, una qualche via d’uscita da questo incubo.

Si sforzò di calmarsi, di riflettere. Di entrare in se stesso, in sintonia con il suo karma e lasciare che il suo io vagasse per l’etere. Uno stacco mentale, uno spazio di meditazione. Non che Joe credesse veramente a queste pratiche esoteriche, ma provare in questa situazione disperata non costava nulla. Si distese sul divano, chiuse gli occhi, respirò profondamente e si lasciò andare. Dopo pochi minuti li riaprì. L’orologio segnava le 13 e 13 e questo era un buon segno. Tremando per la paura di fallire aprì la bocca e pronunciò… un terrificante “grrr…!”

Maledizione! Tutto inutile! L’idea gli attraversò la mente come un lampo: noo, ricorrere a “LUI” no!
Era cresciuto in una famiglia cattolica, ma pian piano si era distaccato dalla fede e anzi aveva avuto accese discussioni sulla religione – su ogni religione – e sull’esistenza di un qualsiasi Dio o Entità Suprema, dichiarandosi pubblicamente ateo e difendendo la sua posizione anche in aspre discussioni e dibattiti.

Ma in questi frangenti? Gli venne in mente la scommessa di Pascal. In effetti non costava nulla credere in Dio e lui in questa situazione non aveva veramente più niente da perdere.
Si ricompose, si inginocchiò o meglio cadde in ginocchio davanti a una parete dove era appesa una grafica astratta e balbettò mentalmente un lacerto di quella preghiera che aveva recitato così spesso da bambino.
Rimase in ginocchio e in silenzio. Poi si alzò e guardò fuori dalla finestra. Non percepiva nessun cambiamento. Ma come aveva potuto credere a queste fantasticherie!
“Sono proprio uno scemo!” disse. E queste parole risuonarono chiare e limpide nella stanza. Aveva sentito le sue parole! Le aveva sentite! Eccitato provò a pronunciare: “Gentili Signori e Signore” e risentì la sua voce, provando un’emozione fortissima. Aveva funzionato! Era di nuovo capace di parlare! Ma cosa era successo? Un miracolo? Proprio a lui, ateo sfegatato? Beh ateo perlomeno fino a pochi minuti fa. D’ora in poi avrebbe cambiato il suo atteggiamento di fronte a “LUI”, all’Essere Supremo…

Adesso pensava ad alta voce ed era un vero piacere sentire riecheggiare la sua voce e le sue parole.
Si sentiva di nuovo leggero, pieno di energia. Cercò una qualche spiegazione dell’accaduto.
Forse una specie di legge del contrappasso. Aveva concepito una campagna pubblicitaria in cui i soggetti venivano improvvisamente privati della favella e dunque anche egli stesso… ne era stato privato? Ma “LUI” che cosa c’entrava? Che, adesso si occupava di queste minuzie? Chissà se poi era stato proprio il “SUO” intervento a salvarlo. Forse era stato un po’ troppo precipitoso a credere addirittura a un salvataggio divino.

Guardò l’orologio: era ora di andare. Ci avrebbe riflettuto dopo, con calma. Raccolse le cartelle sulla scrivania e mentre lo faceva riavvolse come in un nastro il suo discorso iniziale.

Giunto di fronte alla sala delle riunioni, aprì con energia la porta, entrò e quando fu a pochi passi dalla sua postazione si rivolse ai presenti con un gioviale “Buongiorno…” ma dalla sua bocca uscì un terribile, lungo, spaventoso, orrido:

“grrr…”

© Testo – Umberto Gorini
:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

N.B. L’immagine di copertina è stata reperita sal sito artemagazine e ritoccata con GIMP.
Sull’ “Afonia” (presunta) di Munch, leggere anche questo.

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:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::


Teschio e clessidra, storia di un suicidio

Quei quattro minuti

:: di Daniela Alibrandi ::

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti acquirenti si erano trovati nella spiacevole situazione di dover rivendere le quote.
C’era il sole mentre entrava, insieme ai due agenti, nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate.

Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità.

“È al terzo piano!” gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti.
“Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare” disse il commissario a uno dei suoi “e tu invece vieni dentro con me” intimò all’altro.
Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio. Passò davanti a una stanza dove c’era un materassino gonfiabile in terra su cui era disteso un sacco a pelo. Intravide un balcone con alcuni vasi i cui fiori erano appassiti da tempo. In lontananza le cupole del centro romano, così vicino in linea d’aria e così lontano dalle necessità di quei cittadini. In cucina trovò un tavolino da campeggio con un fornello a gas. Aprì il bagno, spoglio come il resto della casa, solo un rasoio e uno spazzolino da denti erano abbandonati sul bordo del lavabo. Era un ambiente senza storia. Si diresse quindi verso la porta di quella che doveva essere la sala da pranzo.
Vide dei piedi, scalzi… poi l’uomo, che pendeva impiccato a una fune. In terra, rovesciata, vi era una sedia, l’unica presente in quell’abitazione. Il commissario guardò il cadavere e vide in esso qualcosa di diverso. Da sempre era a contatto con la morte, c’era abituato, e aveva maturato l’idea che ci fosse alla fine una sola verità: tutti dobbiamo morire. Sentì però per quell’uomo un rispetto tale che gli fece abbassare lo sguardo. Le sue mani lunghe e affusolate potevano essere quelle di un pianista, notò le unghie pulite e curate. Indossava una camicia chiara e un gilè grigio, come grigi erano i suoi pantaloni. Gli occhi serrati, il volto chiuso in un’espressione ermetica, come di uno che non ha nulla da dire in sua discolpa. Era morto da qualche ora, ma le sue membra non erano rigide, poteva sembrare ancora vivo, come un attore che stesse recitando bene la sua parte.
<< Cosa ti stai portando nella tomba?>> pensò il commissario sapendo che non avrebbe desiderato udire la risposta.
Lo guardò ancora per qualche istante, un martire il cui destino si era finalmente compiuto.

Di fronte a quei capelli mossi e un po’ lunghi, a quelle ciglia ben disegnate, sentì quasi la necessità di accarezzarlo, di alleviare quel dolore che poteva immaginare.

Entrò l’agente che aveva lasciato fuori a prendere informazioni.
“Cosa sei riuscito a sapere?” L’uomo ripose il taccuino nella tasca.
“Ho capito solamente una cosa commissa’, che si sentono tutti colpevoli!”
“Antonio, ma che stai dicendo?”
“Sono tutti concordi nel dire che era una gran brava persona ma che aveva avuto un forte esaurimento nervoso, per la perdita del lavoro. Era dimagrito e spesso sentivano delle liti provenire dall’appartamento. La moglie alla fine l’ha lasciato – dotto’ –, tornando dai suoi e portandosi via i due figli, due maschietti, che però erano con il padre ogni quindici giorni, ma solo per poche ore. Raccontano che lui pian piano ha svenduto tutto ciò che possedeva e ultimamente si vergognava a far venire i bambini in casa. Quindi quando erano con lui li portava al cinema e a mangiare una pizza e poi li riconsegnava alla madre. La vicina proprio ieri gli aveva richiesto i cento euro che gli aveva prestato quindici giorni fa, per portare i bambini al circo. La poveretta non si dà pace, dice che non glieli avrebbe mai chiesti se non avesse avuto necessità di fare lei stessa degli accertamenti clinici, per i quali il ticket era costoso.”

Il commissario riprese a guardare il cadavere, ora riusciva a non abbassare lo sguardo.

“Vai avanti…” disse all’agente.
“L’inquilino del piano di sotto aveva notato la vendita dei mobili, perfino del televisore a colori e gli aveva prestato una vecchia TV in bianco e nero, ma poi si era lamentato con lui perché di sera teneva il volume troppo alto e l’apparecchio gracchiava, con un suono metallico. Dice.”

Pensandoci bene non era stato il resoconto dell’agente ad avergli fatto provare il disagio che stava sentendo adesso, appena sveglio.

“Chi ha trovato il corpo?”
“Sembra che l’ex moglie dopo avergli telefonato più volte per sapere quando lasciargli i bambini, non avendo ricevuto risposta, abbia chiamato il dirimpettaio, per chiedergli di suonare alla porta. Il vicino però ha trovato l’uscio socchiuso ed è entrato per vedere cosa fosse accaduto.”

Il telefono. Il commissario ricordò di aver fatto caso all’apparecchio telefonico poggiato in terra in un angolo della sala da pranzo. Nel frattempo era entrato il medico legale. Il suicidio doveva essere avvenuto attorno alle nove di quella mattina, minuto più, minuto meno. Mentre gli operatori della scientifica facevano i loro rilievi, il commissario si era avvicinato al telefono, dove lampeggiava il numero tre. Tre messaggi. Aveva premuto il tasto. Le prime due erano chiamate mute, probabilmente quelle della ex moglie.
La terza era quella interessante, ed era stata fatta alle 9.04:
“Buongiorno, le telefono dall’ufficio del personale della Ditta F. dove ha inviato il suo curriculum due mesi fa. Vorremmo convocarla per domani mattina alle otto, per valutare una proposta di lavoro, vista la sua esperienza nel settore. Se non potrà venire o se sta già lavorando, la preghiamo di avvertirci, grazie e buona giornata”.

Ecco ciò che il commissario aveva avvertito come un fastidio fisico, uno schiaffo ricevuto in pieno viso o un colpo di coltello inferto in profondità.

“È morto sul colpo?” chiese al medico legale.
“Purtroppo temo che abbia avuto diversi minuti per rendersi conto che stava morendo. Il cappio non era fatto a regola d’arte. Sa com’è, non ci insegna nessuno il modo migliore per morire impiccati!”
Il commissario iniziò a immaginare l’uomo, il suo travaglio nel decidere, la sua disperazione nel sentire le chiamate della moglie, la vergogna nel dover ammettere che non aveva nulla più da offrire ai propri figli. Lo vide lasciare la porta socchiusa per agevolare chi l’avrebbe rinvenuto, salire su quella sedia e poi, mentre agonizzava, ascoltare il messaggio che avrebbe potuto salvare la sua vita, forse addirittura il suo matrimonio. Vide gli occhi dell’uomo iniettati di sangue guardare attorno disperati, immaginando che forse quelle mura avrebbero potuto rinascere. Nuovi mobili, le grida dei bambini che si rincorrevano per la casa, un futuro.
Le gambe tese dovevano aver cercato di raggiungere la sedia, pochi centimetri li separavano, pochi centimetri per risalirci sopra e liberarsi dalla corda. Pochi centimetri per ricominciare. Una piccola distanza insormontabile. Anche il commissario, in quel momento, provava un forte senso di colpa, proprio come chi aveva visto il rapido declino di quell’uomo e non aveva fatto nulla. Era dovuto uscire in fretta da quella realtà, si era sentito mancare l’aria.

Solo ora capiva perché non aveva dormito bene e si era svegliato prima dell’alba. La chiave di tutto era “fare presto”. Lui stesso avrebbe dovuto “fare presto”, tutto si sarebbe dovuto mettere in moto prima che fosse troppo tardi. Il mondo invece aveva perso tempo, si era messo in moto con quattro minuti di ritardo. Le lancette non potevano più essere spostate e il commissario era andato via con il suono di quella maledetta telefonata persa nello stomaco.

© Testo – Daniela Alibrandi

Immagine di copertina realizzata grazie alla foto di JL G e alla foto di chenspec da Pixabay

Questo racconto, che indaga cosa c’è dietro una notizia di cronaca, ha vinto il premio letterario nazionale “Mani in Volo”. La premiazione si è svolta a Vicenza il 27 settembre 2014. Successivamente è stato pubblicato nella raccolta relativa al concorso, nell’antologia “I doni della mente”, dal settimanale “L’Ortica del Venerdì” e in un mensile della Rai. Nel 2021, per gentile concessione dell’autrice, viene ripubblicato nel blog stefanoangelo.it in una nuova edizione, in vista della realizzazione di un audiolibro di racconti brevi.

Della stessa autrice:
Una morte sola non basta (Del Vecchio Editore, 2016) 
I misteri del vaso etrusco (Edizioni Universo, 2019)
Delitti fuori orario (Ianieri Edizioni, 2020)
Viaggio a Vienna (Morellini Editore, 2020)

Per ulteriori informazioni sull’autrice, clicca QUI


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Piatto di spaghetti con frutti di mare

Vita da crucco (2016)

:: di Stefano Angelo ::

Fine luglio
Il 30 luglio mi sono ritrovato a Frankfurt. Così, quasi all’improvviso. Qui, nella Crante Germania tutto sembra “più grande”. Gli scivoli per bambini sono più grandi. Il cartone del latte al cioccolato, che piace tanto a mio figlio, nella versione piccola per la merenda è di 500 ml, il doppio di quella italiana e spagnola. Manco avessero problemi di disidratazione per il calore. I succhini di frutta, non so. Ancora non li ho comprati. I biscotti sono tutti molto energetici, al burro o al cioccolato. Soprattutto al burro, ripensandoci: SOLO al burro.

Prima settimana di agosto
Nella Crante Germania di piccolo c’è solo il sale. Per trovare il sale grosso in un supermercato ho impiegato giorni, che dico, settimane, che dico, mesi… forse lo sto ancora cercando.

Nella Crante Germania ci si sveglia più presto, naturalmente. Almeno un’ora prima rispetto a Madrid. Non so se sia dovuto alle grandi finestre (grandi anche quelle) e all’assenza di serrande. La temperatura, per il momento, è ottima. A Madrid abbiamo lasciato 36, 38, 40 gradi. Qui, nella prima settimana, abbiamo avuto una media di 23 gradi. Si fanno le cose con più energia, dopo la grande colazione con i grandi biscotti.

Fine agosto
Per alcune cose, son tutti corretti. Forse anche troppo. O al momento li vedo io così essendo pervaso dai luoghi comuni che mi porto su, dal sud dell’Europa: nella Crante Germania funziona tutto… ma staremo a vedere.

A un semaforo, mi son fermato con la macchina a una certa distanza. Probabilmente per l’abitudine. A Madrid puoi incontrare ai semafori un’area riservata alle moto. Quindi le macchine hanno la linea di stop orizzontale un po’ arretrata. Lo so, sto cercando una misera giustificazione per il mio comportamento criminale. Fatto sta che mentre mi guardavo intorno per orientarmi, pur avendo il navigatore acceso e impostato, una grande nocca teutonica bussa non proprio delicatamente alla mia portiera. Preoccupato abbasso il finestrino. Un incendio? Una ruota esplosa? Le luci che non funzionano? Ho inavvertitamente arrotato un gatto? NO! Il grande tedesco mi fa “gentilmente” notare, in lingua inglese, che mi sono fermato a una distanza eccessiva dalla linea di stop. Il teutonico è sceso appositamente dalla sua rilucente auto germanica per segnalarmi l’infrazione! Un po’ perplesso, chiedo scusa e avanzo con la macchina posizionandomi esattamente nel punto indicatomi. Scoprirò solo più tardi che in alcuni semafori (dove puoi fare inversione a “U”) ci sono dei sensori che non fanno scattare il verde se non ci sono macchine. Maremma “germanica” impestata li camuffano proprio bene ’sti sensori, nella Crante Germania.

Settembre
La metropolitana non è male. Quella di Madrid mi piace di più. Però una cosa mi ha lasciato basito. Non ci sono le sbarre! Tu compri il grande biglietto e scendi le grandi scale. Arrivi al grande binario senza impedimenti, senza controlli. Forse ce ne saranno a bordo di tanto in tanto. Immagino. Comunque bello. Questa fiducia riposta mi fa sorridere, mentre penso alla piccola Italia e alla pequeña España.

Ottobre
Nella Crante Germania tutti continuano ad alzarsi presto, soprattutto di sabato. Perché chi dorme non piglia pesci. Ma se uno non volesse fare il pescatore? E poi dove lo trovano il mare a Frankfurt? Ecco perché gli aerei diretti in Italia e Spagna sono tutti pieni di canne da pesca! O di “cannati”, ma questa è un’altra storia.

Novembre
Nella Crante Germania i cinghiali sono permalosi, gli scoiattoli no.
Nella Crante Germania gli alberi crescono tutti ordinati, in fila e se qualcuno cresce storto: zac! lo tagliano subito.
Nei sentieri della Crante Germania puoi trovare delle grandi cacche, che dimostrano l’esistenza degli unicorni.

Dicembre
Nella Crante Germania quando vai in bicicletta i cani si fermano e ti salutano festosi. Perché nella Crante Germania i cani vanno a scuola e imparano tante cose.
Così scopro che il dito indice del possessore di cane germanico è uno e trino. Con un solo gesto il cane esegue tre comandi: si siede a lato della ciclabile; lascia passare le biciclette; non dice nemmeno “muh”, altrimenti sarebbe una mucca.
Ma soprattutto, nella Crante Germania i cani non fanno mai i loro bisognini per la strada. Mistero.

Gennaio
I miei rapporti con i semafori continuano a esser difficili. Perché nella Crante Germania i semafori ti mettono ansia, come in Formula Uno. Rosso, giallo, verde VIA! Se non lo fai ti ritrovi un Porsche nel portabagagli.

Febbraio
Nella Crante Germania niente banana split alla Nutella d’inverno. Perché nella Crante Germania la Nutella solidifica anche fuori dal frigo. Scatto una foto al coltello nel barattolo, per una prossima versione de “La spada nella roccia”, guardando mio figlio che implorante mi chiede di sciogliergli la crema del desiderio al vapore… Nella Crante Germania faccio il mammo a tempo pieno. Nella Crante Germania ho imparato a lavare i vetri con l’ammorbidente, a pulire il cestello della lavatrice con l’aceto, a usare la “vaporella” per togliere le incrostazioni di calcare dai rubinetti di bagno e cucina.

Marzo
Nella Crante Germania piove a dirotto, le mie coltivazioni di muschi e licheni vanno a gonfie vele. Se continua così potrei diventare esportatore di materiali “edili” per i presepi di tutta Napoli.

Aprile
Nella Crante Germania finalmente posso uscire in bici, lasciando a casa la borsa d’acqua calda, la termo coperta e i mutandoni di lana, triplo strato.

Maggio
Nella Crante Germania vi è una grande fiducia nel prossimo o nelle poste o in tutti e due. Di sicuro ci si fida poco dei servizi bancari, oppure è solo questione di braccino corto. Se vai dal medico, ad esempio, dopo la visita NON paghi! Ti mandano la fattura a casa, con posta ordinaria, e poi paghi tranquillamente tramite bonifico bancario. Il POS, questo sconosciuto.
I piccoli negozianti non hanno nemmeno POS internazionali, accettano solo carte germaniche, ci mancherebbe.

Giugno
Nella Crante Germania la revisione auto è indimenticabile. Nella targa c’è un bollino colorato che ti indica i mesi e l’anno in cui devi farla. Dopo la revisione ti cambiano il bollino, con il nuovo anno e il nuovo colore. Passo tutto il tempo a guardare bollini colorati. Il mondo germanico è pieno di bollini colorati. È meraviglioso.

Luglio
Finalmente preparo gli scatoloni, questo anno teutonico è alla fine e ci prepariamo, finalmente, a rientrare a Madrid. “Europa sì, Europa no, Europa gnamme, se famo du’ spaghi?” (citando, più o meno, Elio e le Storie Tese)

© Testo – Stefano Angelo

Pixabay License – Foto di eommina da Pixabay


piccola nota: scritto estemporaneo sulla mia prima “esperienza germanica” di soli undici lunghissimi mesi. Sono poi tornato nella ridente Frankfurt am Main nell’agosto del 2018… ma questa storia non avrà un ulteriore seguito (almeno spero :-))

piccola nota due: ho completato questo scritto quattro anni dopo essermi riconciliato con i semafori…

Ti è piaciuto questo racconto? Non perderti allora le prossime uscite! Seguici!

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Gli amori segreti di F.

Gli amori segreti di F.

:: di Umberto Gorini ::

– Colpito e affondato!
Dissi tra me mentre mi allontanavo con la coda tra le gambe. Era la prima volta che F. mi aveva preso in giro. E più che in giro pensavo ad un’altra espressione, molto più eloquente.

Camminavo a testa bassa, pieno di rabbia, mulinando l’aria con le mani.
Io, P., proprio io! L’uomo più tranquillo del mondo, anzi dell’universo!

È vero, l’incontro era stato fortuito. Prima delle misure precauzionali contro la pandemia, durante i nostri saltuari ma intensi colloqui, F. mi aveva gratificato delle sue confidenze e mi aveva raccontato con dovizia di particolari e giudizi taglienti le sue numerose per non dire innumerevoli avventure sessuali. Io ne rimanevo estasiato, sia per la di lei franchezza ma anche – lo ammettevo malvolentieri a me stesso – perché mi provocavano un timido “solletichino”, o meglio, un timido risveglio di antichi e ormai sopiti impulsi e pensieri.

Eravamo in farmacia, alla regolare distanza l’uno dall’altro di un metro e mezzo, provvisti di mascherine e guanti. F. era nell’altra fila, alta, imponente. La sua presenza era avvertibile, percepibile, anche senza guardarla. La sua era una bellezza che non rispettava né i canoni classici, né quelli “trend” dei tempi moderni, ma così vitale e prepotente che l’anziana donna, davanti, e l’uomo dietro di lei, tenevano una rispettosa distanza, addirittura maggiore di quella prevista dalle vigenti regole sul distanziamento sociale.

Le due file avanzavano lentamente. Davanti al banco vi erano due anziani con in mano blocchi di ricette spessi come elenchi telefonici. Quando si trovò pressoché alla mia altezza, le feci un cenno di saluto:
– Ciao F., allora come va la… “cosa”?
Avevo fatto una piccolissima, quasi impercettibile pausa prima di “cosa”. Non mi aspettavo di certo una risposta in chiaro e ricca di dettagli, ma a me sarebbe bastato anche un piccolo segno, qualche parola apparentemente banale ma, come in un codice segreto, piena di significati profondi che mi lasciasse intuire…

F. mi guardava con quei suoi occhi ammiccanti:
– Quale “cosa”?
Il fatto che anche lei avesse fatto una piccola pausa prima di “cosa” mi fece intendere che aveva invece perfettamente capito di che “cosa” si trattasse.

– Quella… “cosa”
Ero visibilmente in imbarazzo, la signora davanti a me, della mia fila, aveva girato leggermente il capo nella mia direzione e potevo quasi notare le sue orecchie tese all’ascolto.
– Quella “cosa” che… insieme… al calduccio…
Aggiunsi balbettando un po’.
– Ah! Purtroppo niente calduccio! Il riscaldamento si è rotto e con questo tempo sono al freddo. Rispose F. con un’aria che voleva ispirare compassione per il guasto improvviso.

Possibile che F. non avesse veramente capito?
Ripresi con più coraggio:
– Noo… è quando i battiti del cuore vanno all’impazzata e…
E lei sorridente:
– Proprio per quello, sono qui in farmacia con la ricetta del cardiologo.

Ma “questa” volutamente vuole equivocare! Lo sa benissimo quello che voglio. Si prende gioco di me? Sì che si sta prendendo gioco di me. I miei battiti stavano aumentando per emozioni diverse da quelle che avrei voluto provare.

La guardai quasi implorante e azzardai un ultimo tentativo:
– Ehm… sì, ma… nel letto…
Abbassai talmente la voce nel pronunciare “nel” che si sentì appena “letto”.
– Ah, adesso capisco! Parli del libro che mi avevi prestato. “La pace dei sensi”. Interessante, ma ancora non l’ho “letto” tutto. Sottolineando con evidente malizia, “letto”.

Tacqui. Era il mio turno.

F. si era sbrigata più velocemente. Mi passò vicino e per un attimo mi piantò addosso quei suoi occhi da dea sprezzante, pieni di mistero. Poi scomparve.

Mi avviai frettolosamente verso l’uscita più confuso che deluso, sentivo una sorta di furore montare impetuoso dentro di me. Feci un profondo respiro nell’inutile tentativo di recuperare la calma, per obbligarmi a riflettere su quello che era appena successo. Che avrei dovuto fare? Cercare di contattarla per esigere una improbabile spiegazione era pressoché impossibile, poiché F. rifiutava l’uso del telefono, dei social e naturalmente degli smartphone e per fissare i nostri incontri, si affidava a bigliettini trasmessi per via postale e senza mittente.

Ma forse avevo fallito nel mio ruolo. Forse mi ero dimostrato, in alcuni momenti, inadeguato. Forse F. aveva colto nei miei occhi – quando mi riferiva le sue oscene prodezze – un senso di smarrita riprovazione? O inconscia gelosia?
Eh sì, perché F. aveva una formidabile gamma espressiva, a volte sguaiata fino all’inverosimile, a volte invece mi sorprendeva con una delicatezza e una vena lirica novecentesca che mai avrei sospettato in lei.

Ma ormai era scomparsa, ed io mi ritrovai paralizzato guardando le luci intermittenti di un semaforo, non ricordo nemmeno più quale. Ricordo solo un respiro affannoso, annebbiante, sgradevole… ma forse non era altro che l’effetto della “mascherina”.

© Testo – Umberto Gorini

N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


Letto di ospedale

Il Maestro

:: di Andrea Guglielmino ::

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse.

È lì, 89 anni compiuti a gennaio, è lì, inerte, scheletrico, vulnerabile. Tutti noi dell’infermeria lo chiamiamo con rispetto “Maestro”, e a tutti sembra assurdo che sia avvolto nelle medesime lenzuola che hanno ricoperto centinaia di “signor nessuno” che sono andati e venuti dall’ospedale, a volte tornati più volte, a volte per salutare per sempre questo mondo. In pochi hanno osato rivolgergli domande sul suo lavoro.

Osannato ovunque, celebrato. Direttore d’orchestra per le più famose filarmoniche del mondo, ha composto per i più grandi registi colonne sonore di film considerati unanimemente capolavori del cinema mondiale e ricevuto nomination e premi di ogni genere.

Qui, però, è solo una persona anziana alla fine dei suoi giorni. Ne abbiamo visti di personaggi famosi, ma non ci si abitua mai alla nostra prospettiva. Quando arrivano qui sono tutti uguali, tutti malati. Soprattutto quando le condizioni sono critiche. La malattia e la morte equilibrano l’universo.

E poi, in questo caso, non è la fama che fa grande qualcuno. È il talento.

Il Maestro è qui da marzo. Viveva e respirava musica. Notava il tintinnio delle posate quando gli servivano la cena, finché è stato in grado di mangiare. Era rapito dal canto dei passeri quando gli addetti alle pulizie aprivano la finestra per far cambiare aria alla stanza. Faceva arte con gli strumenti che aveva. Un giorno chiese dei bicchieri e li riempì d’acqua a livelli diversi per creare una piccola melodia sfregando attorno al bordo di ciascuno con le dita inumidite. Tutto il reparto applaudì.

Cercava sua moglie, ogni tanto, ed era sempre difficile ricordargli che se n’era andata prima di lui, due anni prima.

Il Maestro sembrava così irraggiungibile, intoccabile. Eppure oggi dobbiamo toccarlo per permettergli di avere una dignità e dei vestiti puliti. Dobbiamo cambiarlo, rivoltarlo, cambiargli posizione perché non decubiti, ogni sera. Vorremmo accarezzarlo, trasmettergli più affetto e rispetto. Vorremmo fare di più, ma i ritmi frenetici di corsia di questi giorni non sempre lo consentono. Siamo stremati.

Il Maestro è nella condizione in cui finirà, presto o tardi, ciascuno di noi. Il Maestro è noi e noi siamo lui. E per questo gli vogliamo bene. Forse è sempre stato così, per questo ci siamo riconosciuti nelle sue partiture e le abbiamo amate così tanto, anche senza necessariamente comprenderle fino in fondo.

È gentile il Maestro. E quando qualcuno, per distrarlo, gli chiedeva come fosse dal vivo questo o quel regista, rispondeva sempre: “normale”. Certo. Per lui, che è così grande, sono tutti normali. Il mondo è meravigliosamente, armonicamente normale. Anche oggi, che siamo qui a rivolgergli quello che, lo sappiamo, sarà probabilmente l’ultimo saluto.

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse. Dati a cadenza ritmica. Un rantolo, due ossa, tre colpi di tosse, una flatulenza. Rantolo, ossa, tosse, flatulenza. Un valzer, forse. Non sono esperto di musica. Nessuno di noi lo è, ma quella del Maestro arriva al cuore, anche se costruita con i rumori della decadenza. Tutti abbiamo capito.

Non stava solo morendo.

Ci stava offrendo un regalo, un ringraziamento. La sua ultima sinfonia, composta con il suo corpo in disfacimento. L’ultimo strumento che ha a disposizione, e che presto abbandonerà per diventare lui stesso musica.

© Andrea Guglielmino

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