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Il Capitano e il mozzo

Il Capitano e il mozzo

:: di Alessandro Frezza ::

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto… Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere. Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute. Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente. Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più”.

© Testo – Alessandro Frezza
© Immagine – Stefano D’Ambrosio

Nota di Stefano: Mi sono imbattuto in questo racconto, di Alessandro Frezza, per caso. Un racconto letto nel periodo di quarantena, dovuto al covid-19. È stato tradotto e interpretato in diverse lingue. Ho avuto il piacere di ascoltarlo anche in portoghese. Un testo che ha toccato l’animo di diverse persone forse per la naturalezza con cui ci si immedesima nei personaggi.
Lo pubblichiamo nel maggio del 2020, dopo l’abbassamento delle misure restrittive. Un testo che ci aiuterà, in futuro, a ricordare un avvenimento che ha cambiato le nostre vite. Non sappiamo ancora se in maniera permanente. Molti dicono che ci saranno altre pandemie… e noi? Saremo preparati?

Foto di bambini a scuola

Il mio primo giorno di scuola

:: di Venera Tirreno ::

Era già tardi ma non potevo dormire. Nella stanza buia tenevo gli occhi spalancati. Non vedevo l’ora che quella notte finisse. Finalmente giunse il mattino. Un sottile fascio di luce, che penetrava dalla finestra, mi svegliò prima del previsto. Balzai fuori dal letto e la spalancai.

Era una magnifica giornata. Il sole era ai miei occhi particolarmente splendente, ma ancora tiepido. Guardai l’uniforme scolastica, che mia madre aveva sistemato sulla sedia ai piedi del mio lettino. Era nera con un colletto bianco e un fiocco rosa (colore della prima classe), che mamma il giorno prima aveva accuratamente inamidato. Calzini bianchi e scarpe bianche erano poggiate su uno sgabellino accanto alla sedia. Mi fermai per qualche istante ad ammirarli. Ero così emozionata che a quella vista rimasi come paralizzata. “Com’è bella la mia uniforme!” esclamai fra me e me.

Quella sarebbe stata la divisa che, da quel giorno, mi avrebbe accompagnata durante il primo anno scolastico. I battiti del cuore si facevano sempre più frequenti. Ma io li ignoravo. Volevo essere coraggiosa e forte.

Di solito mamma veniva ogni mattina a svegliarmi alle sette in punto. Fortunatamente quel giorno no. Forse pensava che sarebbe stato meglio lasciarmi riposare, visto che la sera precedente ero stata così agitata.

Dopo alcuni minuti, passati in contemplazione del mio nuovo abbigliamento, corsi velocemente in bagno. Con rapidi movimenti della mano lasciai scorrere un po’ d’acqua sul mio viso e tornai subito nella mia cameretta. Ero felice di essere sola e così indossai la mia uniforme. Ero orgogliosa di me. Mi ero vestita senza l’aiuto di nessuno!

Poco dopo sentii finalmente la voce di mamma: “Sveglia! La colazione è già pronta”.

Arrivata in cucina sentii i suoi occhi puntati su di me. Dallo sguardo sembrava arrabbiata, ma i suoi occhi brillavano nascondendo un sorriso. Altrettanto le sue labbra.

Purtroppo non mi fu permesso di fare colazione con l’uniforme scolastica. “Altrimenti la sporchi!” disse mia madre. Così dovetti ritornare nella mia cameretta per togliermela. Iniziai a mangiare ma non avevo assolutamente fame. Inzuppai solo un biscottino nel latte che ingoiai in fretta.

Non vedevo l’ora di indossare nuovamente la mia uniforme. Quindi corsi in camera per prepararmi. Tremavo dall’eccitazione. Con le scarpe e i calzini bianchi mi sentivo grande e importante. La mamma mi intrecciò i capelli. Due grandi fiocchi bianchi ornavano le mie lunghe trecce nere. Così sistemata lasciammo la casa e ci avviammo.

Il mio primo giorno di scuola stava per iniziare e l’emozione si faceva sentire sempre di più. La scuola non era affatto distante da casa nostra. Dovevamo solo raggiungere le strisce pedonali e attraversare la strada. L’edificio, che potevo vedere dalle finestre del salotto di casa mia, era bianco e a due piani.
Una scuola piccola di un quartiere di Catania. Non distante dal Fortino, la zona dove abitavano i miei nonni.

Alcune finestre, di color marrone, si affacciavano sulla strada principale. Le altre su delle stradine secondarie molto silenziose e alberate.
Per entrare nell’edificio bisognava attraversare un cancello di ferro, un grande cortile e salire alcuni scalini.

A destra del cancello mi colpì subito la presenza di un signore anziano, dall’aspetto malandato, che portava appeso al collo un vassoio, retto da un cinturino di pelle. Aveva i capelli quasi grigi e alcune ciocche gli scendevano sulla fronte rugosa. Le sue grandi narici e i capelli disordinati lo facevano apparire un po’ trasandato. I vestiti gli pendevano addosso e sembravano cenci appesi a un manichino. Forse non erano mai stati lavati, pensai. I cenci non si lavano. Nemmeno la mia mamma lavava i cenci. “I cenci si buttano o si usano come stracci per il pavimento”, mi diceva.

Ma ciò che mi colpì, erano le varie prelibatezze che il vecchietto aveva sul vassoio. Ecco perché era circondato da un gruppo di bambini più grandi di me, che compravano i loro dolci preferiti. Bomboloni dai colori rosa e gialli, liquirizia, torroncini alle mandorle, bustine di farina di castagne, caramelle di tutte le specie spiccavano sul vassoio come pietre preziose.

Non conoscevo ancora la farina di castagne e volevo provarla. Col permesso della mamma ne comprai un sacchetto e dopo, insieme, ci allontanammo. Non appena portai il contenuto alla bocca e cominciai ad inghiottirlo, presi a tossire. La farina si era fermata nella gola, mi sembrava di non poter respirare, la tosse era tremenda!
“Poverina!”, esclamavano gli altri scolari preoccupati. “Forse ha la tosse convulsiva!”

Entrai in classe sempre tossendo e con gli occhi arrossati e il cuore tremante. La mia insegnante, Maria Aloisio, una donna che ai miei occhi non appariva tanto giovane, pensando che avessi la pertosse, voleva mandarmi a casa. “La pertosse è una brutta bestia”, gridò un po’ allarmata. Fortunatamente la mamma intervenne, corse in bagno a prendermi un bicchiere d’acqua, che io bevvi avidamente. Feci dopo un profondo respiro. La tosse scomparve ed io mi diressi verso il mio banco. Mi ero tranquillizzata, ma ero stremata. Anche mamma fece un profondo respiro di sollievo, dopo lo spavento. Con un bacetto sulla guancia, che mi fece un po’ arrossire, andò via salutando la maestra e i miei compagni.

Mi fu assegnato un posto nell’ultima fila, perché ero la più alta della classe. Ciò non mi rese triste. Per me era importante essere rimasta a scuola insieme ai miei nuovi compagni. Mi sentivo grande! Inoltre ero felice che quella brutta tosse fosse scomparsa e anche quei brutti palpiti al petto.

L’aula non era grande, le pareti erano di un colore bianco sporco, quasi grigio. L’ultima imbiancata doveva essere stata fatta molti anni addietro. I banchi erano di legno scuro e logori. La maestra Aloisio ci spiegò che questi banchi avevano superato la Seconda Guerra Mondiale.

Foto del padre dell'autrice

Pensai subito al mio papà. Qualche volta, mentre eravamo a tavola, papà ci raccontava delle sue avventure durante la guerra o il dopoguerra. Per esempio, quando per primo si buttava dall’aereo col paracadute, mentre alcuni suoi colleghi, con i pantaloni bagnati, restavano a bordo durante gli addestramenti. Papà era stato paracadutista dei carabinieri! Ed io ero orgogliosa di lui.

I sedili nella classe erano freddi e duri. Il tempo, nei giorni precedenti, non era stato generoso e il riscaldamento mancava. Cominciai a notare il freddo e a tremare. Sentivo il mio corpo gelido come il marmo. Forse a causa dell’emozione passata. Per un istante desiderai essere sotto le morbide coperte nel mio lettino.

Guardai la grande parete dove era appesa una lavagna verde. Accanto erano collocati alcuni pezzi di gesso colorato che la maestra utilizzava in maniera un po’ troppo decisa, diffondendo un suono cigolante in tutta l’aula, soprattutto quando scriveva l’alfabeto. Questo suono mi faceva accapponare la pelle e salire i capelli in montagna.

Nell’altra parete, di fronte alla lavagna, era appesa una grande carta geografica dell’Italia. Con un bastone lungo, l’insegnante indicò l’isola di Sicilia e la città di Catania. La mia città natale.

Il primo giorno, era consuetudine che gli alunni più grandi tenessero una parata davanti alla scuola in onore dei nuovi piccoli alunni, come segno di accoglienza. A due a due, in fila indiana, tenendoci per mano, lasciammo l’aula e ci avviammo zitti zitti verso l’uscita per assistere alla parata. L’Inno di Mameli risuonava nel cortile sperdendosi nell’aria tiepida di quell’indimenticabile giorno del 1953.

Foto dell'autrice e dei suoi compagni

Ero molto commossa e immaginavo quanto sarebbe stato bello se un giorno anche io l’avessi potuto cantare davanti ad un vasto pubblico. Quel giorno decisi di crescere il prima possibile e di non comprare, mai più, farina di castagne.

© Testo – Venera Tirreno


N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore. Le foto del testo sono di proprietà dell’autrice.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

:: Lettura di Raffaella Sgrosso ::

Escucha “Il mio primo giorno di scuola” en Spreaker.

Storia di un panino

:: di Mario Rotta ::

Oggi ho mangiato un panino. E che bisogno c’è di raccontarlo, direte? Bisogna che lo racconti, invece, perché era un panino fatto con cura.

Sembra facile fare un panino, ma c’è modo e modo di farlo. E la maggior parte dei panini che mangiamo quando siamo in giro per lavoro o in viaggio sono fatti male. Anzi, peggio: sono fatti senza accuratezza, sono omologati, impacchettati nella plastica, conservati, decongelati, senza spessore e senza sapore. Ma il panino che ho mangiato oggi era ben fatto.

Ero a Firenze e sono entrato in una piccola bottega su una strada secondaria. La gestisce un ragazzo, che espone dei panini appena preparati ma ti chiede subito se preferisci qualcosa di più. Proprio così. Quanti ce ne sono ancora di bottegai che ti propongono di non accontentarti? Qui in Toscana forse ce ne sono ancora abbastanza, ma sono sicuro che i più preferiscono vendere qualcosa di pronto, per non parlare delle catene, dei fast food, delle aree di servizio, dove si vendono soltanto panini che non si sa nemmeno dove e quando sono stati preparati, né da chi, né perché. Nella botteguccia invece mi chiedono se voglio “costruirlo” insieme a loro il panino, lì e adesso. Certo che sì, rispondo. Si comincia con la scelta del pane. Lo so che non sembra neanche possibile, ma oggi ho mangiato un panino scegliendo il pane. Ho scelto una schiacciata morbida, che il ragazzo ha aperto e messo a scaldare in un forno, tenendo separate le due fette. Intanto si parla del ripieno. Nel banco vedo un bel prosciutto, voglio quello. E poi del formaggio. Va a prendere una forma di pecorino maremmano e ne taglia tre fette a mano. Poi toglie le bucce, una ad una. Solo a quel punto toglie il pane caldo dal forno, e su una delle due fette appoggia subito il formaggio. Mi chiede se mi piace l’idea di una salsa, suggerisce tartufo o carciofi. Preferisco la salsa di carciofi, la spalma sull’altra fetta in modo da coprirla quasi interamente. Infine, affetta velocemente il prosciutto e lo mette sopra il formaggio, ma lasciandolo cadere, in modo che le fette non si distendano e non sentano il calore del pane. Poi chiude il panino mettendo la fetta con la salsa di carciofi sopra l’altra, e me lo passa.

Buonissimo, e non soltanto per via degli ingredienti: in un panino – come nella vita del resto – conta anche la cura, la voglia di fare bene le cose, è quella la differenza, quei minuti e quell’attenzione spesa nella preparazione. Quella lentezza che migliora il risultato. Tempo senza prezzo. Che non ho neanche pagato. Già, perché il panino che ho mangiato oggi costava poco più della metà di una di quelle schifezze preconfezionate che vendono nelle stazioni o nei centri commerciali.

Quando gli unici panini che si riuscirà a trovare in città saranno quelli me ne andrò via. Ma intanto resto qui, perché c’è ancora qualche bottega dove mangiare un panino può diventare una storia.

© Testo – Mario Rotta

Addendum: Stefano Angelo recita questo post a scopo didattico e non solo…

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Stefano in bici - acquerello

Il SUV

:: di Stefano Angelo ::

Fine novembre: l’aria è fredda e sono in discesa. Il suv invece va spedito in salita. Troppo spedito, verso di me! Strano, sento una fiammata di calore per niente gradevole. Perché hanno inventato i suv? Per parcheggiare sui marciapiedi, mi dico. Sto sudando, non ci posso credere. Non sento più il piacevole rumore della ruota della bicicletta.

A me piace ascoltare la meccanica della mia bicicletta. Una meccanica pulita, nessun cigolio, intendiamoci. Frutto di cure e attenzioni amorevoli, come fosse una figlia, che dico, una fidanzata. Un giorno a settimana scendo in garage. Metto i guanti da lavoro, preparo gli strumenti, lo sgrassante, il lubrificante, riempio un piccolo secchio di acqua e inizio. Sfioro con delicatezza tutti i componenti. Osservo compiaciuto il telaio, le ruote, i pignoni, le corone, la catena… Immagino anche ciò che non si vede. Sono un pervertito della meccanica, lo so. Dopo circa venti minuti la mia fidanzata su ruote è perfetta, pronta per un nuovo giro. Oh, trovala un’altra fidanzata che possa esser pronta in venti minuti per uscire!

Ma non divaghiamo. In questo istante non sono al sicuro nel mio garage, viziando un oggetto per altri inanimato… ho sempre quella strana sensazione di sudore addosso e il cuore accelerato.

Perché diavolo ho scelto questa strada! Perché diavolo l’ha scelta lei, la conduttrice del suv nero, intendo, che forse porta anche sfiga!

Siamo sotto Fiesole. Ci sono altri modi per tornare a Firenze. Come la Via di San Domenico, ad esempio. Comoda, con due corsie, pendenza in diversi tratti quasi costante, curve piacevoli.

Invece no, mi ritrovo in una di quelle stradine tortuose che sembrano quasi sentieri, vista la qualità dell’asfalto. Stradine che dovrebbero essere a senso unico. Stradine che mi fanno venire sempre in mente altri pensieri…

E di nuovo mi domando perché ho scelto questa strada, perché a quest’ora. Di solito non c’è mai nessuno a quest’ora. Di solito son sempre solo, in questa strada, la domenica alle sette del mattino. Perché non sono rimasto a letto… Perché non c’è rimasta lei! Dove diamine starà andando così presto. Dall’amante dopo aver litigato con il marito? E non è neppure San Valentino. Che festa di merda. Io odio San Valentino. Ma odio di più i suv. Soprattutto quando sono parcheggiati in maniera arrogante sui marciapiedi. Ma poi perché li faranno così larghi? Troppo larghi. Decisamente larghi. Perdiana, questa è una strada stretta. Questa è una strada troppo stretta per una macchina così larga, invadente, al momento anche prepotente, nera e rumorosa. In contrasto stridente con ciò che ci circonda.

Mi domando perché non esistono divieti per i suv. Ovunque! Non ce li voglio in queste strade. Nelle “mie strade”. Io li farei circolare solo su Marte. Ma forse nemmeno lì…

Non rallenta. Diamine! Non rallenta. Perché non rallenta? Non ho vie di fuga. Sgrano gli occhi, mi sembra di avere le palpebre bloccate. Il cuore è a mille.
Noto l’indice e il medio delle mie mani stranamente rilassati sui freni. Ma indecisi.

Provo a calcolare lo spazio tra il muro a secco e il muso del suv. Non passo, vedrai che non ci passo. La distanza si azzera…

Maledizione, non dovevo uscire in bici questa mattina. Dovevo rimanere a letto o doveva rimanerci lei.

© Testo e foto – Stefano Angelo

:: Questo racconto è stato realizzato durante il laboratorio di scrittura creativa di Mattia Grigolo – Le balene possono volare – svoltosi a Frankfurt am Main il 23 e 24 novembre 2019 e organizzato da ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte. Editing a cura di Salvina Pizzuoli. La foto originale è stata scattata da Lorenzo Mariani ::

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Sabbie mobili

Sabbie mobili

:: di Federica Ragazzo ::

Quella era una mattina strana. La sveglia suonò alla solita ora, il tempo dedicato al caffè era il medesimo di sempre, la scelta dei vestiti già fatta la sera prima, gli stessi gesti rituali per rimettere in ordine i lunghi capelli ramati e per nascondere quell’unico neo che aveva sul collo.

Ma quella mattina la testa di Claudia era totalmente vuota.

Nessun pensiero, nessun piano per il dopo. Non c’era nulla, quella mattina, di così importante da meritare attenzione. Solo chiudersi la porta alle spalle e andare incontro al destino. Con un’ora di anticipo. Claudia era sempre puntuale. Né un minuto prima, né un minuto dopo. Ma quella mattina la puntualità le pareva superflua. E sgarrare, quel giorno, significava ribellarsi. Claudia voleva ribellarsi. Aveva bisogno di ribellarsi.

Erano le nove. Claudia suonò il citofono del grande palazzo grigio. Che brutto colore in cui immergersi per cominciare una giornata. Ma si intonava perfettamente alla voce metallica che le rispose di salire al terzo piano. C’era l’ascensore in fondo all’androne ma prese le scale. Quelle scale erano così ampie, invitanti, curvavano morbide lungo il corrimano, era un piacere scalarle lentamente. “Tanto c’è ancora tempo”, pensò.

Al terzo piano un viso sorridente ma poco interessato le disse di accomodarsi indicando un’enorme porta a vetri. Claudia era la prima. Ma il colloquio ci sarebbe stato dopo un’ora. “Arriveranno altre persone” – si disse con un fil di voce – “c’è ancora tempo.”

Al di là della porta a vetri, Claudia si accomodò in cima a una delle sue montagne, dopo una lunga ed estenuante scalata. Lassù era sola, il resto del mondo ai suoi piedi.

Quando sei lassù, in cima a un monte, ti senti potente, immortale. Puoi parlare al sole, ti risponderà baciandoti la fronte, facendo arrossire le tue guance. Puoi sfogarti con il vento, urlandogli le tue paure… Puoi rimanere quieta, in silenzio… Puoi sapere con certezza che dopo aver assaporato quei momenti tutto andrà in discesa.

Voleva starsene ancora lassù, Claudia, protetta. In una dimensione priva di lancette. Ma un’eco le arrivò da dietro le spalle e la spinse giù, facendola precipitare in quella sala d’aspetto. Pazienza. Ci tornerà. “C’è ancora tempo”, continuava a pensare.

Entrare nello studio di un oncologo è come mettere entrambi i piedi nelle sabbie mobili. Appena ti siedi ti accorgi che scivoli giù. Cerchi di prendere fiato ma il respiro non arriva ai bronchi, si accorcia. Il ritmo cardiaco diventa incalzante. Mantenere la calma è ciò che pensi di fare ma divincolarti e fuggire è ciò che vuoi. L’indecisione aumenta il panico. Provi a prenderti qualche secondo, immobile, cerchi di calmarti ma non ci riesci. Resti lì, ferma. Perché se ti muovi è peggio, protrai l’attesa, allontani un epilogo che deve arrivare. Mentre vai giù. Più giù. Sempre più giù.

“Buongiorno signora, eccomi, scusi l’attesa”, irruppe il medico.

Claudia non disse niente e non udì altro.

Mentre il medico parlava Claudia continuava a sfregarsi le mani, le erano diventate improvvisamente umide ma lisce, era come se le toccasse per la prima volta. Quell’odore di pelle del portapenne sulla scrivania stava diventando insopportabile. E che caldo. “Non si può aprire la finestra?”, le mancava l’aria. Stava ancora scivolando giù.

Fu allora che arrivò una mano tesa: “Ha domande?”

Claudia a tratti riprese i sensi. Guardò per la prima volta il medico negli occhi. Non aveva ancora capito se quella mano l’avrebbe tirata su o spinta ancora più giù. E ci mise del tempo per capirlo. Dilatando un istante all’infinito.

“Se non ha domande da fare, può già fissare l’appuntamento con il chirurgo e chiudere tutto in mezza giornata. Potrà tornare subito a casa… e non dovrà nemmeno stare troppo a riposo.”

Claudia chiuse e aprì gli occhi un paio di volte, lentamente. La mano tesa era vera. Claudia la strinse, notandone il tepore. Si chiuse la porta dello studio alle spalle e saltò giù nel vuoto di un baratro che da ore, da giorni, si aspettava di trovare, ma questa volta sapendo di poter spiegare le ali. E si godette quel volo come si può godere solo della vita. Nel frattempo arrivò al desk. Prese l’appuntamento. Si scoprì il neo. Prese il telefono e si fece un selfie. “C’è ancora tempo, Claudia, c’è ancora tempo.”

© Testo – Federica Ragazzo

:: Questo racconto è stato realizzato durante il laboratorio di scrittura creativa di Mattia Grigolo – Le balene possono volare – svoltosi a Frankfurt am Main il 23 e 24 novembre 2019 e organizzato da ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte. Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::

:: Lettura di prova di Raffaella Sgrosso ::

Escucha “Sabbie mobili (letto da Raffaella Sgrosso)” en Spreaker.

Il vaso di Pan&Dora

:: di Umberto Gorini ::

Aprì gli occhi. La prima cosa che vide fu il vaso, riccamente dipinto, posto su un piccolo tavolo al centro della sala. Il vaso era aperto e il coperchio per terra. Cosa era accaduto?
Aveva dormito, ma quanto a lungo? Forse secoli…

Accanto a lei giaceva Pan, suo fratello , ancora immerso in quello stato di mezzo tra sonno e veglia.
Lo guardò con attenzione: il volto del giovinetto con gli occhi chiusi sembrava persino grazioso, ma lei conosceva a sufficienza la sua indole e il suo, a dir poco, pessimo carattere. In qualche modo poteva anche capirlo, poiché lei, Dora, forgiata da Efesto e istruita da Ermes, aveva ricevuto dagli dèi infiniti doni: bellezza, virtù, abilità, grazia, astuzia e ingegno. Il fratello, invece, creato per primo da un piuttosto inesperto lavorante della fucina di Efesto, aveva un corpo deforme, un’anima piena di livore e un carattere, brutto e beffardo, che lo portava a escogitare continuamente cattiverie e burle verso gli abitanti dell’Olimpo.
Per di più Ermes – in preda a chissà quale sghiribizzo – lo aveva chiamato Pan, ma il fauno, re delle selve, non l’aveva presa bene, tanto è vero che spesso scagliava il suo flauto contro quel briccone di suo fratello che lo derideva per il suo aspetto caprino.

Vaso di PanDora

Di colpo a Dora ritornò tutto in mente: la proibizione di Zeus di non aprire mai e per nessuna ragione il vaso, l’insistenza di suo fratello Pan, che naturalmente l’aveva tormentata e abilmente stuzzicata, così a lungo da farle decidere di dar furtivamente un’occhiata…
Ma appena aperto, dal vaso uscirono tutti i mali che si avventarono furiosi sul mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, il dolore, la pazzia e il vizio si abbatterono sull’umanità.
Subito dopo Pan&Dora erano caduti in un sonno profondo e senza sogni. Forse per punizione di Zeus. Una punizione comunque “lieve” rispetto alle saette con cui il Re degli dèi usava incenerire i disubbidenti.

Adesso Pan era completamente sveglio e si stropicciava gli occhi come fosse un bambino. Guardava ora Dora ora il vaso.
“E adesso, come possiamo riparare al danno fatto?” – disse Dora più a sé stessa che a Pan.
“Una volta, per puro caso, ho sentito Efesto dire che aveva lasciato la SPERANZA in fondo al vaso!” – disse Pan.
“Vediamo se riusciamo a recuperarla!” – esclamò Dora.
Si avvicinarono lentamente e guardarono nel fondo del vaso. Sembrava essere completamente vuoto, dopo che i mali ne erano usciti a frotte, come uno sciame impazzito di vespe.
Pan aguzzò poi lo sguardo: “Guarda sorella, sul fondo sembra muoversi qualcosa…” Allungò timorosamente la mano e la ritirò con uno scatto… “Una sardina!” – gridò Dora vedendo il pesce che sguizzava tra le dita del fratello.
Pan si rivolse a Dora con il suo solito tono beffardo: “E questa, sarebbe la speranza per l’umanità? Una sardina?”
E fece per rigettarla, con sdegno, nel vaso.
Dora lo guardò a lungo… e gli disse con molta calma: “Una sardina forse no, ma molte?”

© Testo e immagine – Umberto Gorini

:: Questo racconto è stato realizzato durante il laboratorio di scrittura creativa di Mattia Grigolo – Le balene possono volare – svoltosi a Frankfurt am Main il 23 e 24 novembre 2019 e organizzato da ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte. Editing a cura di Stefano Angelo ::

:: Lettura di Stefano Angelo ::

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