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Passione per la scrittura
ESPLORA
Teschio e clessidra, storia di un suicidio

Quei quattro minuti

:: di Daniela Alibrandi ::

C’era qualcosa che lo infastidiva, ma non riusciva ancora a capire cosa fosse. Si era svegliato presto, e provava un forte senso di nausea. Aveva preso lui la telefonata il giorno precedente e non immaginava che quell’intervento per un probabile suicidio sarebbe stata un’esperienza tanto coinvolgente. Come capo della squadra omicidi aveva sorriso della coincidenza che in quel momento fosse lui l’unico a poter intervenire.

Prese due agenti, raccomandando loro di portare un taccuino e una penna. Si fermò anche per strada a prendere un caffè, come se in fondo non ci fosse poi così tanta fretta. La zona era poco fuori Roma, uno di quei quartieri nati per scommessa, con l’inganno delle cooperative edilizie, che facevano lievitare i costi delle abitazioni scelte su piantine cartacee, intercettando il sogno di chi la casa dove abitare credeva di poterla possedere a un costo sostenibile. Ora, a distanza di tempo, le palazzine erano state costruite, ma molti acquirenti si erano trovati nella spiacevole situazione di dover rivendere le quote.
C’era il sole mentre entrava, insieme ai due agenti, nel giardino condominiale decoroso e pulito. Lui era stato colpito dal nulla che regnava attorno a quel quartiere, senza un supermercato nelle vicinanze o una farmacia, una scuola, persino privo di strade asfaltate.

Ora, mentre ripercorreva gli avvenimenti per individuare ciò che l’aveva turbato, si chiedeva se fosse stato quel senso di isolamento oppure il profumo intenso degli oleandri appena fioriti, confuso con l’immobile carezza della mortalità.

“È al terzo piano!” gli gridò un uomo affacciato al parapetto delle scale. Sul pianerottolo alcuni vicini guardavano sgomenti la porta socchiusa, gli sguardi increduli, un’ombra colpevole dipinta sui loro volti.
“Prendi le loro generalità e chiedi se hanno dichiarazioni da fare” disse il commissario a uno dei suoi “e tu invece vieni dentro con me” intimò all’altro.
Entrò in quell’appartamento e pensò che non fosse ancora abitato, tanto era spoglio. Passò davanti a una stanza dove c’era un materassino gonfiabile in terra su cui era disteso un sacco a pelo. Intravide un balcone con alcuni vasi i cui fiori erano appassiti da tempo. In lontananza le cupole del centro romano, così vicino in linea d’aria e così lontano dalle necessità di quei cittadini. In cucina trovò un tavolino da campeggio con un fornello a gas. Aprì il bagno, spoglio come il resto della casa, solo un rasoio e uno spazzolino da denti erano abbandonati sul bordo del lavabo. Era un ambiente senza storia. Si diresse quindi verso la porta di quella che doveva essere la sala da pranzo.
Vide dei piedi, scalzi… poi l’uomo, che pendeva impiccato a una fune. In terra, rovesciata, vi era una sedia, l’unica presente in quell’abitazione. Il commissario guardò il cadavere e vide in esso qualcosa di diverso. Da sempre era a contatto con la morte, c’era abituato, e aveva maturato l’idea che ci fosse alla fine una sola verità: tutti dobbiamo morire. Sentì però per quell’uomo un rispetto tale che gli fece abbassare lo sguardo. Le sue mani lunghe e affusolate potevano essere quelle di un pianista, notò le unghie pulite e curate. Indossava una camicia chiara e un gilè grigio, come grigi erano i suoi pantaloni. Gli occhi serrati, il volto chiuso in un’espressione ermetica, come di uno che non ha nulla da dire in sua discolpa. Era morto da qualche ora, ma le sue membra non erano rigide, poteva sembrare ancora vivo, come un attore che stesse recitando bene la sua parte.
<< Cosa ti stai portando nella tomba?>> pensò il commissario sapendo che non avrebbe desiderato udire la risposta.
Lo guardò ancora per qualche istante, un martire il cui destino si era finalmente compiuto.

Di fronte a quei capelli mossi e un po’ lunghi, a quelle ciglia ben disegnate, sentì quasi la necessità di accarezzarlo, di alleviare quel dolore che poteva immaginare.

Entrò l’agente che aveva lasciato fuori a prendere informazioni.
“Cosa sei riuscito a sapere?” L’uomo ripose il taccuino nella tasca.
“Ho capito solamente una cosa commissa’, che si sentono tutti colpevoli!”
“Antonio, ma che stai dicendo?”
“Sono tutti concordi nel dire che era una gran brava persona ma che aveva avuto un forte esaurimento nervoso, per la perdita del lavoro. Era dimagrito e spesso sentivano delle liti provenire dall’appartamento. La moglie alla fine l’ha lasciato – dotto’ –, tornando dai suoi e portandosi via i due figli, due maschietti, che però erano con il padre ogni quindici giorni, ma solo per poche ore. Raccontano che lui pian piano ha svenduto tutto ciò che possedeva e ultimamente si vergognava a far venire i bambini in casa. Quindi quando erano con lui li portava al cinema e a mangiare una pizza e poi li riconsegnava alla madre. La vicina proprio ieri gli aveva richiesto i cento euro che gli aveva prestato quindici giorni fa, per portare i bambini al circo. La poveretta non si dà pace, dice che non glieli avrebbe mai chiesti se non avesse avuto necessità di fare lei stessa degli accertamenti clinici, per i quali il ticket era costoso.”

Il commissario riprese a guardare il cadavere, ora riusciva a non abbassare lo sguardo.

“Vai avanti…” disse all’agente.
“L’inquilino del piano di sotto aveva notato la vendita dei mobili, perfino del televisore a colori e gli aveva prestato una vecchia TV in bianco e nero, ma poi si era lamentato con lui perché di sera teneva il volume troppo alto e l’apparecchio gracchiava, con un suono metallico. Dice.”

Pensandoci bene non era stato il resoconto dell’agente ad avergli fatto provare il disagio che stava sentendo adesso, appena sveglio.

“Chi ha trovato il corpo?”
“Sembra che l’ex moglie dopo avergli telefonato più volte per sapere quando lasciargli i bambini, non avendo ricevuto risposta, abbia chiamato il dirimpettaio, per chiedergli di suonare alla porta. Il vicino però ha trovato l’uscio socchiuso ed è entrato per vedere cosa fosse accaduto.”

Il telefono. Il commissario ricordò di aver fatto caso all’apparecchio telefonico poggiato in terra in un angolo della sala da pranzo. Nel frattempo era entrato il medico legale. Il suicidio doveva essere avvenuto attorno alle nove di quella mattina, minuto più, minuto meno. Mentre gli operatori della scientifica facevano i loro rilievi, il commissario si era avvicinato al telefono, dove lampeggiava il numero tre. Tre messaggi. Aveva premuto il tasto. Le prime due erano chiamate mute, probabilmente quelle della ex moglie.
La terza era quella interessante, ed era stata fatta alle 9.04:
“Buongiorno, le telefono dall’ufficio del personale della Ditta F. dove ha inviato il suo curriculum due mesi fa. Vorremmo convocarla per domani mattina alle otto, per valutare una proposta di lavoro, vista la sua esperienza nel settore. Se non potrà venire o se sta già lavorando, la preghiamo di avvertirci, grazie e buona giornata”.

Ecco ciò che il commissario aveva avvertito come un fastidio fisico, uno schiaffo ricevuto in pieno viso o un colpo di coltello inferto in profondità.

“È morto sul colpo?” chiese al medico legale.
“Purtroppo temo che abbia avuto diversi minuti per rendersi conto che stava morendo. Il cappio non era fatto a regola d’arte. Sa com’è, non ci insegna nessuno il modo migliore per morire impiccati!”
Il commissario iniziò a immaginare l’uomo, il suo travaglio nel decidere, la sua disperazione nel sentire le chiamate della moglie, la vergogna nel dover ammettere che non aveva nulla più da offrire ai propri figli. Lo vide lasciare la porta socchiusa per agevolare chi l’avrebbe rinvenuto, salire su quella sedia e poi, mentre agonizzava, ascoltare il messaggio che avrebbe potuto salvare la sua vita, forse addirittura il suo matrimonio. Vide gli occhi dell’uomo iniettati di sangue guardare attorno disperati, immaginando che forse quelle mura avrebbero potuto rinascere. Nuovi mobili, le grida dei bambini che si rincorrevano per la casa, un futuro.
Le gambe tese dovevano aver cercato di raggiungere la sedia, pochi centimetri li separavano, pochi centimetri per risalirci sopra e liberarsi dalla corda. Pochi centimetri per ricominciare. Una piccola distanza insormontabile. Anche il commissario, in quel momento, provava un forte senso di colpa, proprio come chi aveva visto il rapido declino di quell’uomo e non aveva fatto nulla. Era dovuto uscire in fretta da quella realtà, si era sentito mancare l’aria.

Solo ora capiva perché non aveva dormito bene e si era svegliato prima dell’alba. La chiave di tutto era “fare presto”. Lui stesso avrebbe dovuto “fare presto”, tutto si sarebbe dovuto mettere in moto prima che fosse troppo tardi. Il mondo invece aveva perso tempo, si era messo in moto con quattro minuti di ritardo. Le lancette non potevano più essere spostate e il commissario era andato via con il suono di quella maledetta telefonata persa nello stomaco.

© Testo – Daniela Alibrandi

Immagine di copertina realizzata grazie alla foto di JL G e alla foto di chenspec da Pixabay

Questo racconto, che indaga cosa c’è dietro una notizia di cronaca, ha vinto il premio letterario nazionale “Mani in Volo”. La premiazione si è svolta a Vicenza il 27 settembre 2014. Successivamente è stato pubblicato nella raccolta relativa al concorso, nell’antologia “I doni della mente”, dal settimanale “L’Ortica del Venerdì” e in un mensile della Rai. Nel 2021, per gentile concessione dell’autrice, viene ripubblicato nel blog stefanoangelo.it in una nuova edizione, in vista della realizzazione di un audiolibro di racconti brevi.

Della stessa autrice:
Una morte sola non basta (Del Vecchio Editore, 2016) 
I misteri del vaso etrusco (Edizioni Universo, 2019)
Delitti fuori orario (Ianieri Edizioni, 2020)
Viaggio a Vienna (Morellini Editore, 2020)

Per ulteriori informazioni sull’autrice, clicca QUI


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Piatto di spaghetti con frutti di mare

Vita da crucco (2016)

:: di Stefano Angelo ::

Fine luglio
Il 30 luglio mi sono ritrovato a Frankfurt. Così, quasi all’improvviso. Qui, nella Crante Germania tutto sembra “più grande”. Gli scivoli per bambini sono più grandi. Il cartone del latte al cioccolato, che piace tanto a mio figlio, nella versione piccola per la merenda è di 500 ml, il doppio di quella italiana e spagnola. Manco avessero problemi di disidratazione per il calore. I succhini di frutta, non so. Ancora non li ho comprati. I biscotti sono tutti molto energetici, al burro o al cioccolato. Soprattutto al burro, ripensandoci: SOLO al burro.

Prima settimana di agosto
Nella Crante Germania di piccolo c’è solo il sale. Per trovare il sale grosso in un supermercato ho impiegato giorni, che dico, settimane, che dico, mesi… forse lo sto ancora cercando.

Nella Crante Germania ci si sveglia più presto, naturalmente. Almeno un’ora prima rispetto a Madrid. Non so se sia dovuto alle grandi finestre (grandi anche quelle) e all’assenza di serrande. La temperatura, per il momento, è ottima. A Madrid abbiamo lasciato 36, 38, 40 gradi. Qui, nella prima settimana, abbiamo avuto una media di 23 gradi. Si fanno le cose con più energia, dopo la grande colazione con i grandi biscotti.

Fine agosto
Per alcune cose, son tutti corretti. Forse anche troppo. O al momento li vedo io così essendo pervaso dai luoghi comuni che mi porto su, dal sud dell’Europa: nella Crante Germania funziona tutto… ma staremo a vedere.

A un semaforo, mi son fermato con la macchina a una certa distanza. Probabilmente per l’abitudine. A Madrid puoi incontrare ai semafori un’area riservata alle moto. Quindi le macchine hanno la linea di stop orizzontale un po’ arretrata. Lo so, sto cercando una misera giustificazione per il mio comportamento criminale. Fatto sta che mentre mi guardavo intorno per orientarmi, pur avendo il navigatore acceso e impostato, una grande nocca teutonica bussa non proprio delicatamente alla mia portiera. Preoccupato abbasso il finestrino. Un incendio? Una ruota esplosa? Le luci che non funzionano? Ho inavvertitamente arrotato un gatto? NO! Il grande tedesco mi fa “gentilmente” notare, in lingua inglese, che mi sono fermato a una distanza eccessiva dalla linea di stop. Il teutonico è sceso appositamente dalla sua rilucente auto germanica per segnalarmi l’infrazione! Un po’ perplesso, chiedo scusa e avanzo con la macchina posizionandomi esattamente nel punto indicatomi. Scoprirò solo più tardi che in alcuni semafori (dove puoi fare inversione a “U”) ci sono dei sensori che non fanno scattare il verde se non ci sono macchine. Maremma “germanica” impestata li camuffano proprio bene ’sti sensori, nella Crante Germania.

Settembre
La metropolitana non è male. Quella di Madrid mi piace di più. Però una cosa mi ha lasciato basito. Non ci sono le sbarre! Tu compri il grande biglietto e scendi le grandi scale. Arrivi al grande binario senza impedimenti, senza controlli. Forse ce ne saranno a bordo di tanto in tanto. Immagino. Comunque bello. Questa fiducia riposta mi fa sorridere, mentre penso alla piccola Italia e alla pequeña España.

Ottobre
Nella Crante Germania tutti continuano ad alzarsi presto, soprattutto di sabato. Perché chi dorme non piglia pesci. Ma se uno non volesse fare il pescatore? E poi dove lo trovano il mare a Frankfurt? Ecco perché gli aerei diretti in Italia e Spagna sono tutti pieni di canne da pesca! O di “cannati”, ma questa è un’altra storia.

Novembre
Nella Crante Germania i cinghiali sono permalosi, gli scoiattoli no.
Nella Crante Germania gli alberi crescono tutti ordinati, in fila e se qualcuno cresce storto: zac! lo tagliano subito.
Nei sentieri della Crante Germania puoi trovare delle grandi cacche, che dimostrano l’esistenza degli unicorni.

Dicembre
Nella Crante Germania quando vai in bicicletta i cani si fermano e ti salutano festosi. Perché nella Crante Germania i cani vanno a scuola e imparano tante cose.
Così scopro che il dito indice del possessore di cane germanico è uno e trino. Con un solo gesto il cane esegue tre comandi: si siede a lato della ciclabile; lascia passare le biciclette; non dice nemmeno “muh”, altrimenti sarebbe una mucca.
Ma soprattutto, nella Crante Germania i cani non fanno mai i loro bisognini per la strada. Mistero.

Gennaio
I miei rapporti con i semafori continuano a esser difficili. Perché nella Crante Germania i semafori ti mettono ansia, come in Formula Uno. Rosso, giallo, verde VIA! Se non lo fai ti ritrovi un Porsche nel portabagagli.

Febbraio
Nella Crante Germania niente banana split alla Nutella d’inverno. Perché nella Crante Germania la Nutella solidifica anche fuori dal frigo. Scatto una foto al coltello nel barattolo, per una prossima versione de “La spada nella roccia”, guardando mio figlio che implorante mi chiede di sciogliergli la crema del desiderio al vapore… Nella Crante Germania faccio il mammo a tempo pieno. Nella Crante Germania ho imparato a lavare i vetri con l’ammorbidente, a pulire il cestello della lavatrice con l’aceto, a usare la “vaporella” per togliere le incrostazioni di calcare dai rubinetti di bagno e cucina.

Marzo
Nella Crante Germania piove a dirotto, le mie coltivazioni di muschi e licheni vanno a gonfie vele. Se continua così potrei diventare esportatore di materiali “edili” per i presepi di tutta Napoli.

Aprile
Nella Crante Germania finalmente posso uscire in bici, lasciando a casa la borsa d’acqua calda, la termo coperta e i mutandoni di lana, triplo strato.

Maggio
Nella Crante Germania vi è una grande fiducia nel prossimo o nelle poste o in tutti e due. Di sicuro ci si fida poco dei servizi bancari, oppure è solo questione di braccino corto. Se vai dal medico, ad esempio, dopo la visita NON paghi! Ti mandano la fattura a casa, con posta ordinaria, e poi paghi tranquillamente tramite bonifico bancario. Il POS, questo sconosciuto.
I piccoli negozianti non hanno nemmeno POS internazionali, accettano solo carte germaniche, ci mancherebbe.

Giugno
Nella Crante Germania la revisione auto è indimenticabile. Nella targa c’è un bollino colorato che ti indica i mesi e l’anno in cui devi farla. Dopo la revisione ti cambiano il bollino, con il nuovo anno e il nuovo colore. Passo tutto il tempo a guardare bollini colorati. Il mondo germanico è pieno di bollini colorati. È meraviglioso.

Luglio
Finalmente preparo gli scatoloni, questo anno teutonico è alla fine e ci prepariamo, finalmente, a rientrare a Madrid. “Europa sì, Europa no, Europa gnamme, se famo du’ spaghi?” (citando, più o meno, Elio e le Storie Tese)

© Testo – Stefano Angelo

Pixabay License – Foto di eommina da Pixabay


piccola nota: scritto estemporaneo sulla mia prima “esperienza germanica” di soli undici lunghissimi mesi. Sono poi tornato nella ridente Frankfurt am Main nell’agosto del 2018… ma questa storia non avrà un ulteriore seguito (almeno spero :-))

piccola nota due: ho completato questo scritto quattro anni dopo essermi riconciliato con i semafori…

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Gli amori segreti di F.

Gli amori segreti di F.

:: di Umberto Gorini ::

– Colpito e affondato!
Dissi tra me mentre mi allontanavo con la coda tra le gambe. Era la prima volta che F. mi aveva preso in giro. E più che in giro pensavo ad un’altra espressione, molto più eloquente.

Camminavo a testa bassa, pieno di rabbia, mulinando l’aria con le mani.
Io, P., proprio io! L’uomo più tranquillo del mondo, anzi dell’universo!

È vero, l’incontro era stato fortuito. Prima delle misure precauzionali contro la pandemia, durante i nostri saltuari ma intensi colloqui, F. mi aveva gratificato delle sue confidenze e mi aveva raccontato con dovizia di particolari e giudizi taglienti le sue numerose per non dire innumerevoli avventure sessuali. Io ne rimanevo estasiato, sia per la di lei franchezza ma anche – lo ammettevo malvolentieri a me stesso – perché mi provocavano un timido “solletichino”, o meglio, un timido risveglio di antichi e ormai sopiti impulsi e pensieri.

Eravamo in farmacia, alla regolare distanza l’uno dall’altro di un metro e mezzo, provvisti di mascherine e guanti. F. era nell’altra fila, alta, imponente. La sua presenza era avvertibile, percepibile, anche senza guardarla. La sua era una bellezza che non rispettava né i canoni classici, né quelli “trend” dei tempi moderni, ma così vitale e prepotente che l’anziana donna, davanti, e l’uomo dietro di lei, tenevano una rispettosa distanza, addirittura maggiore di quella prevista dalle vigenti regole sul distanziamento sociale.

Le due file avanzavano lentamente. Davanti al banco vi erano due anziani con in mano blocchi di ricette spessi come elenchi telefonici. Quando si trovò pressoché alla mia altezza, le feci un cenno di saluto:
– Ciao F., allora come va la… “cosa”?
Avevo fatto una piccolissima, quasi impercettibile pausa prima di “cosa”. Non mi aspettavo di certo una risposta in chiaro e ricca di dettagli, ma a me sarebbe bastato anche un piccolo segno, qualche parola apparentemente banale ma, come in un codice segreto, piena di significati profondi che mi lasciasse intuire…

F. mi guardava con quei suoi occhi ammiccanti:
– Quale “cosa”?
Il fatto che anche lei avesse fatto una piccola pausa prima di “cosa” mi fece intendere che aveva invece perfettamente capito di che “cosa” si trattasse.

– Quella… “cosa”
Ero visibilmente in imbarazzo, la signora davanti a me, della mia fila, aveva girato leggermente il capo nella mia direzione e potevo quasi notare le sue orecchie tese all’ascolto.
– Quella “cosa” che… insieme… al calduccio…
Aggiunsi balbettando un po’.
– Ah! Purtroppo niente calduccio! Il riscaldamento si è rotto e con questo tempo sono al freddo. Rispose F. con un’aria che voleva ispirare compassione per il guasto improvviso.

Possibile che F. non avesse veramente capito?
Ripresi con più coraggio:
– Noo… è quando i battiti del cuore vanno all’impazzata e…
E lei sorridente:
– Proprio per quello, sono qui in farmacia con la ricetta del cardiologo.

Ma “questa” volutamente vuole equivocare! Lo sa benissimo quello che voglio. Si prende gioco di me? Sì che si sta prendendo gioco di me. I miei battiti stavano aumentando per emozioni diverse da quelle che avrei voluto provare.

La guardai quasi implorante e azzardai un ultimo tentativo:
– Ehm… sì, ma… nel letto…
Abbassai talmente la voce nel pronunciare “nel” che si sentì appena “letto”.
– Ah, adesso capisco! Parli del libro che mi avevi prestato. “La pace dei sensi”. Interessante, ma ancora non l’ho “letto” tutto. Sottolineando con evidente malizia, “letto”.

Tacqui. Era il mio turno.

F. si era sbrigata più velocemente. Mi passò vicino e per un attimo mi piantò addosso quei suoi occhi da dea sprezzante, pieni di mistero. Poi scomparve.

Mi avviai frettolosamente verso l’uscita più confuso che deluso, sentivo una sorta di furore montare impetuoso dentro di me. Feci un profondo respiro nell’inutile tentativo di recuperare la calma, per obbligarmi a riflettere su quello che era appena successo. Che avrei dovuto fare? Cercare di contattarla per esigere una improbabile spiegazione era pressoché impossibile, poiché F. rifiutava l’uso del telefono, dei social e naturalmente degli smartphone e per fissare i nostri incontri, si affidava a bigliettini trasmessi per via postale e senza mittente.

Ma forse avevo fallito nel mio ruolo. Forse mi ero dimostrato, in alcuni momenti, inadeguato. Forse F. aveva colto nei miei occhi – quando mi riferiva le sue oscene prodezze – un senso di smarrita riprovazione? O inconscia gelosia?
Eh sì, perché F. aveva una formidabile gamma espressiva, a volte sguaiata fino all’inverosimile, a volte invece mi sorprendeva con una delicatezza e una vena lirica novecentesca che mai avrei sospettato in lei.

Ma ormai era scomparsa, ed io mi ritrovai paralizzato guardando le luci intermittenti di un semaforo, non ricordo nemmeno più quale. Ricordo solo un respiro affannoso, annebbiante, sgradevole… ma forse non era altro che l’effetto della “mascherina”.

© Testo – Umberto Gorini

N.B. L’immagine di copertina è stata trovata sul Web e ritoccata con GIMP, non siamo riusciti a risalire all’autore.

:: ITALIAALTROVE, Associazione Italiana Francoforte, unisce le persone e stimola le collaborazioni. Questo racconto è un frutto indiretto di questa associazione che tanto fa per la comunità italiana residente a Frankfurt am Main ::

:: Editing a cura di Stefano Angelo e Salvina Pizzuoli ::


Letto di ospedale

Il Maestro

:: di Andrea Guglielmino ::

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse.

È lì, 89 anni compiuti a gennaio, è lì, inerte, scheletrico, vulnerabile. Tutti noi dell’infermeria lo chiamiamo con rispetto “Maestro”, e a tutti sembra assurdo che sia avvolto nelle medesime lenzuola che hanno ricoperto centinaia di “signor nessuno” che sono andati e venuti dall’ospedale, a volte tornati più volte, a volte per salutare per sempre questo mondo. In pochi hanno osato rivolgergli domande sul suo lavoro.

Osannato ovunque, celebrato. Direttore d’orchestra per le più famose filarmoniche del mondo, ha composto per i più grandi registi colonne sonore di film considerati unanimemente capolavori del cinema mondiale e ricevuto nomination e premi di ogni genere.

Qui, però, è solo una persona anziana alla fine dei suoi giorni. Ne abbiamo visti di personaggi famosi, ma non ci si abitua mai alla nostra prospettiva. Quando arrivano qui sono tutti uguali, tutti malati. Soprattutto quando le condizioni sono critiche. La malattia e la morte equilibrano l’universo.

E poi, in questo caso, non è la fama che fa grande qualcuno. È il talento.

Il Maestro è qui da marzo. Viveva e respirava musica. Notava il tintinnio delle posate quando gli servivano la cena, finché è stato in grado di mangiare. Era rapito dal canto dei passeri quando gli addetti alle pulizie aprivano la finestra per far cambiare aria alla stanza. Faceva arte con gli strumenti che aveva. Un giorno chiese dei bicchieri e li riempì d’acqua a livelli diversi per creare una piccola melodia sfregando attorno al bordo di ciascuno con le dita inumidite. Tutto il reparto applaudì.

Cercava sua moglie, ogni tanto, ed era sempre difficile ricordargli che se n’era andata prima di lui, due anni prima.

Il Maestro sembrava così irraggiungibile, intoccabile. Eppure oggi dobbiamo toccarlo per permettergli di avere una dignità e dei vestiti puliti. Dobbiamo cambiarlo, rivoltarlo, cambiargli posizione perché non decubiti, ogni sera. Vorremmo accarezzarlo, trasmettergli più affetto e rispetto. Vorremmo fare di più, ma i ritmi frenetici di corsia di questi giorni non sempre lo consentono. Siamo stremati.

Il Maestro è nella condizione in cui finirà, presto o tardi, ciascuno di noi. Il Maestro è noi e noi siamo lui. E per questo gli vogliamo bene. Forse è sempre stato così, per questo ci siamo riconosciuti nelle sue partiture e le abbiamo amate così tanto, anche senza necessariamente comprenderle fino in fondo.

È gentile il Maestro. E quando qualcuno, per distrarlo, gli chiedeva come fosse dal vivo questo o quel regista, rispondeva sempre: “normale”. Certo. Per lui, che è così grande, sono tutti normali. Il mondo è meravigliosamente, armonicamente normale. Anche oggi, che siamo qui a rivolgergli quello che, lo sappiamo, sarà probabilmente l’ultimo saluto.

Rantoli. Rumore di ossa che scricchiolano. Flatulenze. Colpi di tosse. Dati a cadenza ritmica. Un rantolo, due ossa, tre colpi di tosse, una flatulenza. Rantolo, ossa, tosse, flatulenza. Un valzer, forse. Non sono esperto di musica. Nessuno di noi lo è, ma quella del Maestro arriva al cuore, anche se costruita con i rumori della decadenza. Tutti abbiamo capito.

Non stava solo morendo.

Ci stava offrendo un regalo, un ringraziamento. La sua ultima sinfonia, composta con il suo corpo in disfacimento. L’ultimo strumento che ha a disposizione, e che presto abbandonerà per diventare lui stesso musica.

© Andrea Guglielmino

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Persone che ancora si amano

Il bacio dei vecchi

:: di Daniela Alibrandi ::

“Nel bacio dei vecchi c’è tutto” ricordo che pensai quel pomeriggio d’autunno, seduta su una panchina del Pincio. Andavo sempre lì quando qualcosa mi tormentava, e aspettavo che il sole tramontasse oltre la terrazza che dava su Piazza del Popolo, inondando di luce forte e calda le cupole di Roma.

Lui mi aveva lasciato e ora guardavo con rabbia il diario e i libri dove avevo scritto centinaia di volte il suo nome. Mi sembrava di essere calata in un baratro senza possibilità di ritorno. Il mio primo amore, quello che poeti e scrittori hanno sempre decantato come il sentimento dei banchi di scuola, se n’era andato senza darmi un perché.

Iniziava l’autunno e io avvertii una serie di brividi. Faticavo a capire se fossero dovuti al fresco serale o alla solitudine con cui mi accingevo a trascorrere l’inverno senza di lui. Non piangevo, no. Ciò che sentivo in quel momento andava ben oltre le lacrime.
Il sole iniziava la sua rapida discesa e io non sapevo come affrontare la sera, la prima sera nella quale non avrei pensato a lui se non con una rabbia infinita. Fu in quel momento che una coppia di anziani si sedette sulla panchina avanti alla mia. Mi davano le spalle e il sole che filtrava attraverso i loro capelli svelava la loro età. Seduti vicini si guardavano e si tenevano le mani e, quando parlavano, cercavo di immaginare i loro pensieri.


Lei era curata, pettinata con uno chignon basso sulla nuca e lui ancora aveva buona parte della chioma, che ora veniva scompigliata dal leggero vento dell’autunno romano. Indossavano già il cappotto e sembrava avessero molto da dirsi, mentre si stringevano sempre di più l’un l’altro. Poi iniziarono a baciarsi, prima sulle guance, poi sulle labbra, come due adolescenti. Sempre più affondavano le loro bocche, e mi sembrò di intuire in quei movimenti il desiderio o la reminiscenza di una grande passione. Ricordo che mi chiesi se non avessi frainteso la loro età, magari ingannata dal sole che abbagliava sempre più il mio sguardo.


Si alzarono dopo un po’, lui barcollava mentre offriva la mano alla sua dama, per farla alzare dalla panchina. Quando lei si levò si tennero stretti per trovare l’equilibrio e poi insieme, sottobraccio, si incamminarono per il viale ormai quasi in ombra. Li seguii, volevo capire. Non fecero caso alla mia presenza alquanto vicina e parlavano forte, persi in quel mondo dove ormai arrivano solo i suoni che si vogliono udire.
“Stasera la prendiamo una pizza?” diceva lui, che ora in posizione eretta mostrava un’età avanzata, con la schiena un po’ curva.
“Lo sai che il dottore te l’ha proibita!” lo ammoniva lei mentre, ancora dritta e con portamento fiero, sembrava stare al suo passo solo per farlo contento.
“Allora facciamo mezza per uno, io voglio festeggiare!” suggerì lui. Lei non rispondeva. Gli poggiò delicatamente il capo sulla spalla.
“E va bene, però una margherita e pure scondita, d’accordo?” Solo la voce della donna, leggermente stridula, tradiva la sua età. Adesso era lui a non parlare. Le carezzò un attimo lo chignon, senza scompigliarle i capelli.
“Va bene, come vuoi tu!” Erano alquanto alti e tuttora magri, avvolti nei loro cappotti di lana dal taglio non più di moda. Mi venne persino da immaginare che bella coppia dovevano aver formato da giovani.
“Però domani mi porti a trovare Giannina?” gli chiedeva lei.
“Lo sai che ti fa male ogni volta che andiamo là! Poi soffri per tanti giorni, almeno oggi non pensiamo a lei!” rispondeva lui, in un’amorevole supplica. Lei sembrò scostarsi per un momento, quasi imbronciata, e subito lui:
“Dai, lo sai che ci andremo presto e le portiamo un bel mazzo di fiori, te lo prometto!” e la tirò più forte verso di sé. Ora lei gli carezzava i capelli e non rispondeva. Si strinsero ancora di più, come per affrontare forse l’ultimo inverno che avrebbero potuto vivere insieme, e scomparvero nell’oscurità di un portone in ferro battuto, in un palazzo antico della Roma del centro.

© Daniela Alibrandi

:: per maggiori informazioni sull’autrice, ecco il suo sito ::

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Il Capitano e il mozzo

Il Capitano e il mozzo

:: di Alessandro Frezza ::

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”
“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”
“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari”.
“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”
“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”
“Può darsi, ma se così non fosse?”
“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa”.
“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo”.
“Mi prendete in giro?”
“Affatto… Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso”.
“Quindi, secondo voi, se mi tolgono qualcosa, per vincere devo togliermene altre da solo?”
“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa”.
“E di cosa vi privaste?”
“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine, e invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere. Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute. Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di avere privazioni serie per tutta la mia vita.
Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave.
Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente. Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie ed imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando”.
“Come andò a finire, Capitano?”
“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scendere dopo molto più tempo del previsto”.
“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”
“Sì, quell’anno mi privarono della primavera, e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro, e nessuno avrebbe potuto rubarmela più”.

© Testo – Alessandro Frezza
© Immagine – Stefano D’Ambrosio

Nota di Stefano: Mi sono imbattuto in questo racconto, di Alessandro Frezza, per caso. Un racconto letto nel periodo di quarantena, dovuto al covid-19. È stato tradotto e interpretato in diverse lingue. Ho avuto il piacere di ascoltarlo anche in portoghese. Un testo che ha toccato l’animo di diverse persone forse per la naturalezza con cui ci si immedesima nei personaggi.
Lo pubblichiamo nel maggio del 2020, dopo l’abbassamento delle misure restrittive. Un testo che ci aiuterà, in futuro, a ricordare un avvenimento che ha cambiato le nostre vite. Non sappiamo ancora se in maniera permanente. Molti dicono che ci saranno altre pandemie… e noi? Saremo preparati?

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